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Tenet: perché è il film più complesso ma al tempo stesso convenzionale di Christopher Nolan

Analizziamo Tenet e la sua posizione nella filmografia di Christopher Nolan per quanto riguarda l'uso di determinate funzioni narrative.

APPROFONDIMENTO di 30/08/2020
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Tenet: una scena con John David Washington

Ci siamo: da qualche giorno Tenet è nelle nostre sale, e molti cinefili in giro per il mondo possono ora scoprire il nuovo blockbuster targato Christopher Nolan, questa volta incentrato su un conflitto che prevede una variante sui generis dei viaggi nel tempo. La struttura è apparentemente palindromica, come il titolo del film stesso, e ciò fa sì che, soprattutto sul piano puramente tecnico ed estetico, si tratti del lungometraggio più complesso di Nolan. Ma è così anche a livello strettamente narrativo? Diversi critici e spettatori dichiarano di non aver colto tutto alla prima visione, facendo propria la frase del personaggio di Clémence Poésy: "Non capirlo, sentilo." E soprattutto dal Regno Unito, dove il film è ovviamente presentato senza sottotitoli, arrivano lamentele circa il sound design della pellicola, che renderebbe difficilmente comprensibili alcuni momenti-chiave contenenti spiegazioni sulla trama. E per quanto questo possa essere vero (non è la prima volta che un film di Nolan usa la musica o altri suoni per coprire dialoghi importanti), è anche abbastanza irrilevante perché, a conti fatti, l'undicesimo lungometraggio del regista è anche quello più convenzionale della sua carriera. Ecco perché. N.B. L'articolo contiene spoiler.

Alla ricerca del tempo perduto

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Tenet: Martin Donovan in una scena del trailer

Il tempo è sempre stato una nozione importante per Christopher Nolan, a partire dall'esempio classico di Memento dove l'intera storia ci viene mostrata all'inverso (e la sequenza iniziale, dove tutto è letteralmente invertito, contiene i primi stralci concettuali e formali di Tenet). Dopodiché ci sono stati Insomnia, dove il poliziotto incaricato di indagare su un brutale omicidio si ritrova in un paesino dell'Alaska dove le giornate sono più lunghe del normale, rendendo molto fluida l'idea del tempo che passa; Batman Begins e The Prestige, dove l'arco narrativo dei protagonisti è approfondito tramite flashback (e nel secondo caso c'è il concetto della rivalità che trascende il tempo, poiché nel romanzo di base il conflitto tra Robert Angier e Alfred Borden continua con i loro discendenti); Inception, dove i livelli del sogno dilatano la nostra percezione del tempo fino al punto di non ritorno che è il limbo; Interstellar, dove i viaggi cosmici conducono a un paradosso temporale: e Dunkirk, dove si esplora il conflitto intrecciando tre storie che durano rispettivamente un'ora, un giorno e una settimana.

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Tenet: John David Washington con Christopher Nolan sul set

Non sorprende, quindi, che questo tipo di ossessione abbia un ruolo importante anche in questa sede, arrivando a formare la premessa in quanto ciò che l'anonimo protagonista (John David Washington) definisce una "Guerra Fredda temporale" (espressione che fa immediatamente pensare a Star Trek: Enterprise, dove minacce provenienti dal futuro erano parte integrante della trama orizzontale dello show). E se da un lato questo comporta un apparato tecnico di fruizione forse non immediata, tra doppioni e situazioni che si ripetono ma al contrario, dall'altro l'idea stessa è spiegata in termini piuttosto elementari, quando Neil (Robert Pattinson) evoca la teoria del paradosso del nonno, celebre espressione usata per descrivere i paradossi temporali. In soldoni: se io vado indietro nel tempo e uccido mio nonno, come faccio a esistere e compiere tale azione? È il principio dietro Terminator e vari altri racconti, e il personaggio di Washington lascia intendere che andrà tutto per il meglio applicando la conclusione logica delle parole di Neil: "Se noi siamo qui adesso, non significa forse che abbiamo vinto?".

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L'originalità parziale

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Tenet: Robert Pattinson con John David Washington in una foto del film

Praticamente tutti i blockbuster, per assicurarsi che il pubblico accorra in massa, conditio sine qua non per giustificare certi budget, hanno trame piuttosto semplici, che seguono strutture ben note e si servono di vari archetipi. I film di Nolan non fanno eccezione, anche se è facile scambiare una certa ambizione stilistica (l'uso della pellicola e dell'IMAX 70mm, il ricorso limitato o nullo alla CGI) per audacia narrativa. Basti pensare a quando molti lo elogiarono per aver avuto il coraggio di far morire Rachel Dawes ne Il cavaliere oscuro, dimenticando due dettagli: la morte della compagna dell'eroe nelle storie di supereroi (mai vista al cinema fino a quel punto, ma caposaldo nei fumetti) è talmente frequente che esiste un termine apposito, fridging (da una storia dove Lanterna Verde trova la testa mozzata della sua ragazza all'interno del frigorifero), per indicare i personaggi femminili messi in pericolo ai fini dell'evoluzione dell'eroe maschile; e l'eroe vedovo a film iniziato o in corso d'opera è uno dei punti fissi del cinema di Nolan, al punto che in questa sede sorprende che Kat non sia la compagna del protagonista e che arrivi incolume a fine film, anche se si può comunque parlare di fridging poiché il ferimento di lei è ciò che spinge lui a farsi "invertire" per sconfiggere Andrei Sator.

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Tenet: Robert Pattinson insieme a John David Washington

Quindi sì, abbiamo indubbiamente a che fare con un'opera imponente e ammirevole, grazie a momenti come la sequenza dell'aereo (quanti altri cineasti otterrebbero l'autorizzazione per distruggere un vero velivolo?), ma sotto la scorza del tempo che scorre nella direzione opposta c'è il tipo di racconto che aderisce pienamente alla nozione del viaggio dell'eroe postulata ai tempi da Joseph Campbell, e che chiunque può seguire senza troppe difficoltà se ha un minimo di dimestichezza con le storie incentrate sui viaggi nel tempo, escamotage narrativo che negli ultimi anni è diventato sempre più popolare, da Avengers: Endgame a The Umbrella Academy passando per le opere di Stephen King. E in questo caso Nolan lo esplicita con fare quasi metacinematografico, scegliendo un personaggio principale talmente archetipico che non ha neanche un nome, e nei titoli di coda è identificato esclusivamente come Protagonista, elemento che si palesa anche nel film stesso quando c'è una discussione sul suo ruolo nel conflitto: è il protagonista, o un protagonista? Una situazione talmente classica che alla fine Nolan tira in ballo uno dei più grandi classici della storia del cinema, ossia Casablanca. Neil, destinato a morire, spiega che lui e il Protagonista si conoscono da anni, ma su linee temporali diverse: "Per me questa è la fine di una bella amicizia, per te è l'inizio." Un rimando a un'altra storia di guerra mondiale, con un aeroporto come location fondamentale. Tutto già visto. La confezione cambia, il contenuto no. Ma se la confezione è di un artigiano come Nolan, anche ciò che è al suo interno può dare l'illusione dell'inedito.