Botte da orbi, nostalgia canaglia, estetica pop e tanto divertimento. Kitao Sakurai c'è riuscito: ha reso Street Fighter, il più influente picchiaduro della storia dei videogiochi, un film degno di essere chiamato tale.
A dir la verità, il regista giappo-americano, classe 1983, ha aggiornato - con più soldi e più idee - lo (s)cult con Jean-Claude Van Damme e Raúl Juliá puntando sulla miglior personificazione dei protagonisti, inseriti in una struttura capace di fare la differenza. Non un remake, giacché la trama è totalmente diversa. Piuttosto, quel titolo datato 1994, che ha fatto la fortuna dei videonoleggi, è stato per Sakurai una sfumata traccia da seguire, declinata secondo uno stile in grado di mischiare il cinema contemporaneo con quello degli anni Novanta.
Un film che sembra uscito da una sala giochi
E questo Street Fighter, del resto, non poteva non essere ambientato nel 1993: al centro della trama Ryu e Ken (Andrew Koji e Noah Centineo), separati dopo la scomparsa del loro maestro Gouken per mano di Akuma (Roman Reigns). Caduti in disgrazia, tornano a lottare in occasione del World Warrior Tournament organizzato dallo spietato generale M. Bison (David Dastmalchian).
A convincerli è la misteriosa Chun-Li (Callina Liang), intenta a vendicare l'uccisione del padre per mano dello stesso Bison. Tra un round e l'altro, Ryu e Ken incontrano alcuni dei più grandi lottatori di questo strano universo: Guile (Cody Rhodes), Dhalsim (Vidyut Jammwal), Vega (Orville Peck), Balrog (50 Cent) e molti altri. Ognuno, bisogna dirlo, ben caratterizzato e organicamente inserito all'interno della storia.
Gli imbattibili anni Novanta
L'avrete capito, lo Street Fighter del bravo Sakurai è pure cinema di genere come non si vedeva da un po'. Roba che va dritta al sodo, che scherza e non si prende sul serio, ma intanto affonda al meglio i colpi ammantando la scena di una cura non indifferente. Dettagli, omaggi, citazioni, inside joke e gli sfondi che prendono vita, proprio come nella saga videoludica. Un production design pazzesco che si lega con la fotografia di Ken Seng e con la soundtrack a effetto, che fa vibrare in pieno le corde degli anni '90. Per dire, il film si apre con Ryu che ascolta What's Up? dei 4 Non Blondes.
E poi loro, il rapporto disfunzionale e correlato tra Ryu e Ken. Due che combattono per vivere, e vivono per combattere. Entrati a far parte del tessuto popolare, sono capaci di plasmare generazioni e generazioni dopo aver affrontato l'apice e la rovinosa caduta. Ma attenzione: pur avendo una sceneggiatura semplice (a firmarla Dalan Musson), Sakurai riesce a mantenere alto tanto il valore estetico quanto quello narrativo, costruendo un'opera di grande respiro, mai banale né pasticciata. Finalmente, verrebbe da dire.
Un film che funziona (nonostante Blanka)
Dunque sì, Street Fighter è un film vivace, che ragiona pensando agli spettatori e che tiene in considerazione il materiale originale, adattato secondo un gusto cinematografico che non rinuncia al guizzo. Unica pecca: se è ammirabile l'artigianalità voluta dal regista, l'uso della CGI applicata all'amato Blanka risulta un pelo (per restare in tema) fuori scala rispetto al resto, rendendo il personaggio quasi avulso dal contesto (a prestargli la faccia, Jason Momoa).
Insomma, con uno sguardo al passato ma tenendosi stretto il presente (compresa la nostalgia), Sakurai - cresciuto provando e riprovando l'hadouken - mischia inflessioni e situazioni. Guarda ovviamente ai fan del gioco Capcom (senza mai essere schiavo del fanservice, qualora fosse una pecca) e intanto spinge sui temi universali (amicizia, confronto, consapevolezza) per acchiappare più pubblico possibile. Riuscendoci alla grande.
Conclusioni
Non era facile, eppure Street Fighter mantiene il tono originale del gioco ma, intanto, allarga lo sguardo diventando cinema d'intrattenimento come si deve. Mai banale, e anzi pieno di dettagli, il film punta sull'azione e sul ritmo senza dimenticare la traccia estetica. Un lavoro di testo e di contesto, che caratterizza al meglio i tanti elementi che compongono l'universo Capcom, dai personaggi agli sfondi. Un colore non indifferente che rende il tutto a portata di grande pubblico.
Perché ci piace
- Il cast azzeccato.
- I dettagli, davvero gustosi.
- Un plot semplice ma non per questo privo di forza.
- L'estetica 90s.
- La cura artigianale...
Cosa non va
- ... ma Il CGI di Blanka stona con il resto.
- Forse dura qualche minuto di troppo.