Star Trek: Picard 1x10, recensione del finale, distruzione di un mito

Recensione di Star Trek: Picard 1x10, il finale della prima stagione che ci lascia con non poche perplessità.

RECENSIONE di 27/03/2020
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Star Trek: Picard - Peyton List e Harry Treadaway in una scena del finale

Eccoci al capolinea, alla recensione di Star Trek: Picard finale di stagione, al capitolo conclusivo della prima annata dello show che, sulla carta, doveva dare uno scossone al franchise catodico tramite il ritorno in scena di uno dei suoi personaggi più noti e amati. Ed è una conclusione che conferma due cose diventate progressivamente palesi dopo i primi episodi: l'arco a lungo termine di questa stagione nello specifico era alquanto raffazzonato, senza la carne al fuoco sufficiente per giustificare dieci episodi attraversati da una trama orizzontale; e rimane da vedere, con la terza stagione di Star Trek: Discovery in arrivo, se un approccio puramente serializzato sarà mai veramente efficace nel contesto di questo universo. Una questione che gli stessi autori sembrano essersi posti, dato che l'immagine di commiato pone le basi per una seconda stagione in apparenza libera, senza trame a lunga gittata (un'ipotesi che, stando a dichiarazioni degli artefici della serie, era stata contemplata anche per questa annata inaugurale).

Un conflitto insipido

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Star Trek: Picard - Peyton List e nel finale

Avevamo lasciato gli eroi di Star Trek: Picard alle prese con un'imminente doppia minaccia: da un lato, la fazione più dispotica dei Romulani che vuole eliminare ogni forma di vita sintetica esistente nell'universo, a causa di una vecchia profezia; dall'altro, i sintetici stessi, che per garantire la propria sopravvivenza vogliono convocare una sorta di entità suprema che eliminerà ogni organismo biologico. Un classico dilemma alla Star Trek, capace di mettere a dura prova lo spirito diplomatico della Federazione e dello stesso Picard, qui penalizzato anche dalla malattia degenerativa che lo sta uccidendo. Ovviamente tutto si risolve al meglio, grazie all'intervento di Soji, ma è una vittoria priva di vero impatto drammaturgico perché, al di là dell'esito scontato (i veri colpi di scena, o presunti tali, arriveranno altrove nell'episodio), si trattava della contrapposizione tra una razza che abbiamo imparato a conoscere - a malapena - nell'episodio precedente - e una che, da notevole antagonista nelle altre incarnazioni del franchise è stata qui ridotta a macchietta, smorzando anche la componente politica, quella sì interessante, del rapporto tra gli umani e i Romulani in cerca di un posto nuovo dove vivere, lontani da conflitti e complotti.

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Star Trek: Picard - Alison Pill nel finale

È forse lì la grossa delusione legata a Et in Arcadia Ego, Parte 2 e, per associazione, agli episodi precedenti: per quanto la serie si sia proposta come un'esplorazione delle conseguenze di due eventi specifici (la morte di Data in Star Trek La Nemesi e la distruzione di Romulus nel film del 2009), all'interno della stessa le conseguenze sono praticamente nulle. Agnes Jurati ha ucciso Bruce Maddox, e a quanto pare non ne pagherà lo scotto. Sette di Nove si è provvisoriamente trasformata nella nuova Regina dei Borg, tornando a far parte di una mente collettiva da cui ha cercato di fuggire per anni, e al di là di una battuta che lascia intendere possibili ripercussioni nella prossima stagione (l'immagine di commiato suggerisce che Sette diventi parte integrante dell'equipaggio de La Sirena), è come se non fosse successo niente. L'intera galassia era in pericolo, ma tra un ripensamento e l'intervento della Flotta Stellare che fa un po' Star Wars: L'Ascesa di Skywalker (con William Riker al posto di Lando Calrissian) è tutto finito nel giro di pochi minuti, come se nulla fosse. Certo, Dahj è morta, ed è stato ucciso anche Hugh, ma lei la conoscevamo appena e lui non ha fatto nulla di particolarmente notevole, salvo apparire come elemento nostalgico.

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Jean-Luc Picard: un onirico addio

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Star Trek: Picard - Patrick Stewart in una scena del finale

Tutto questo si estende anche alla figura di Jean-Luc Picard, che in questo episodio, a diciotto anni da quando doveva accadere per la prima volta, muore. Una sequenza misurata, che si regge interamente sulla bravura degli attori, e di Patrick Stewart in particolare, ma che sa automaticamente di presa in giro perché, oltre alla consapevolezza che esiste una seconda stagione già confermata, quando l'ex-ammiraglio spira e gli altri piangono la sua dipartita mancano ancora diversi minuti alla fine dell'episodio. Anche in questo caso, le conseguenze sono prossime allo zero, e la scappatoia narrativa era intuibile già nell'episodio precedente: Alton Soong è riuscito a trasferire la psiche di Picard in un corpo robotico, identico a quello precedente. Senza modifiche fisiologiche (per citare Agnes, niente superpoteri), e senza allungargli la vita a dismisura: Picard vivrà gli anni che gli sarebbero rimasti se non fosse stato per la malattia. Una svolta le cui ramificazioni potevano essere interessanti in un mondo che non ama particolarmente gli esseri sintetici, ma in questa sede solo un escamotage piuttosto fiacco per giustificare la prosecuzione della serie.

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Star Trek: Picard -una scena della serie

E poi c'è il secondo colpo di scena: la mente di Data è stata preservata per anni nel laboratorio di Soong e, tramite una simulazione, l'androide torna per un'ultima conversazione con Picard. L'alchimia tra i due attori funziona, ma la sequenza in sé non trascende la mera funzione nostalgica, poiché è un ritorno destinato ad essere effimero: Data chiede al suo ex-capitano di spegnerlo definitivamente, una decisione che di per sé è coerente con la caratterizzazione di un androide che voleva divenire umano (e pertanto rinuncia a qualsiasi forma di immortalità), e che dà vita alla sequenza più suggestiva di tutto l'episodio, con Jean-Luc che recita un brano di Shakespeare (il passaggio de La Tempesta sulla materia di cui sono fatti i sogni, allusione al sonno eterno di Data), mentre l'androide vive il tutto come un progressivo invecchiamento e sgretolamento, con al suo fianco Picard come era ai tempi di Star Trek: The Next Generation. Ma al di là della suggestione visiva c'è un vuoto, tematico e drammaturgico (la sequenza nullifica in parte una delle poche cose buone dell'ultima apparizione cinematografica dei due personaggi). Lo stesso vuoto dove si dirige ora il nuovo equipaggio, completato da Soji e Sette, a suon di "Engage". E così si chiude quello che, in fin dei conti, era un pilot di quasi dieci ore. Forse, quando la serie tornerà, le cose cambieranno e andranno veramente là dove nessuno è mai andato prima.

Conclusioni

È con una cocente delusione che chiudiamo questa recensione di Star Trek: Picard finale di stagione, una brutta conclusione per una serie tutto sommato interessante ma costruita in modo approssimativo, fra trame raffazzonate e concessioni facili alla nostalgia. Patrick Stewart rimane una garanzia di qualità recitativa, ma a volte non basta. Speriamo nella seconda stagione.

Movieplayer.it

2.5/5

Voto medio

4.1/5

Perché ci piace

  • Patrick Stewart è impeccabile.
  • La doppia performance di Brent Spiner è interessante.
  • Alcune sequenze sono visivamente magnifiche.

Cosa non va

  • La scrittura vacilla in più punti.
  • Rimane il dubbio sulla logica di una trama orizzontale lunga una stagione intera.