Scary Stories to Tell in the Dark, parla il regista: “Inizialmente doveva farlo Guillermo del Toro”

André Øvredal, regista di Scary Stories to Tell in the Dark, ha accompagnato il film alla prima italiana alla Festa del Cinema di Roma 2019.

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Scary Stories To Tell in The Dark: Guillermo del Toro, Zoe Coletti e André Øvredal sul set

Prima del debutto nelle nostre sale, il 24 ottobre, Scary Stories to Tell in the Dark ha celebrato la sua anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma. Ad accompagnare il film, basato sui libri di Alvin Schwartz e prodotto da Guillermo del Toro, c'era il regista André Øvredal, cineasta norvegese apprezzato nel campo dell'horror grazie a Trollhunter e Autopsy. Prima di presentare il suo terzo lungometraggio in solitario al pubblico romano, Øvredal ha incontrato la stampa per parlare delle influenze mitologiche e cinematografiche di un film che porta sullo schermo una fetta di folclore americano: "I racconti originali si basano tutti su leggende urbane e miti americani, e a me è sempre piaciuto adattare ai giorni nostri le mitologie dei diversi paesi, che si tratti della Norvegia o degli Stati Uniti. Anche il mio prossimo film (Mortal, n.d.r.), che uscirà nei primi mesi del 2020, si basa su materiale simile."

L'imbarazzo della scelta

Il materiale di base per Scary Stories to Tell in the Dark è una serie di libri, tre raccolte di racconti da brivido. Come sono state scelte le storie da adattare? Risponde André Øvredal: "Quel lavoro è stato fatto a monte, da Guillermo del Toro insieme agli sceneggiatori, prima che ricevessi l'incarico della regia. Hanno selezionato i racconti migliori attorno ai quali fosse possibile costruire un intreccio coeso, con alcuni che sono rimasti in ballo fino all'inizio delle riprese per poi essere scartati." L'ambientazione nel 1968 è voluta per il sottotesto politico? "È una domanda più adatta per gli sceneggiatori, l'idea non era mia. Però sì, la lettura politica è lecita, soprattutto per la questione del Vietnam e come influisce su alcuni archi narrativi."

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Scary Stories to Tell in the Dark: una scena inquietante del film

Ci sono state influenze cinematografiche specifiche, oltre al rimando diretto a George Romero? "Sì, soprattutto i film della Amblin [casa di produzione di Steven Spielberg, n.d.r.] con cui sono cresciuto, quelli degli anni Ottanta. Anche Poltergeist: demoniache presenze mi ha influenzato. Mi piace molto che ultimamente si sia tornati a quel tipo di storie, con Stranger Things, soprattutto, ma anche il dittico di It."

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Atmosfera d'altri tempi

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Scary Stories to Tell in the Dark: Zoe Margaret Colletti in una scena del film

Oltre all'ambientazione d'epoca, c'è anche una forte componente legata alla natura, con tanto di sottotrama sull'inquinamento. Un messaggio per i nostri tempi, o una coincidenza? "Anche quella è una domanda per gli sceneggiatori, ma devo dire che da europeo, e se avete visto Trollhunter lo sapete, mi sono sempre piaciute le storie legate alla natura, all'ambiente rurale, mentre in America ho l'impressione che l'horror sia tendenzialmente più urbano." Quanto è stato importante l'elemento coming of age del film? "Molto importante, perché volevo fare qualcosa che avesse tanto cuore, e so che Guillermo la pensa come me, anche i suoi film sono così. D'altronde all'inizio voleva dirigerlo lui, e ha sviluppato il progetto in tale ottica."

Il lavoro con gli attori giovani com'è stato? "Piacevolissimo, perché loro hanno davvero legato durante le riprese, fuori dal set uscivano insieme. È stata una bella esperienza." Per chiudere, si può dire che la produzione seriale odierna abbia influenzato il modo di concepire l'horror al cinema? "Penso di sì, perché in televisione il ruolo centrale ce l'hanno i personaggi, mentre sul grande schermo conta più lo spettacolo, e a volte anche la storia. L'horror, da quel punto di vista, è più vicino alla serialità, perché ci interessiamo principalmente ai personaggi."