Durante l'incontro di Peter Jackson con la platea di Cannes, un uomo dal pubblico, vestito in maniera abbastanza peculiare, si è alzato e, con la voce visibilmente emozionata, ha ringraziato il regista, assieme a J. R. R. Tolkien, per avergli, in sostanza, salvato la vita. Le immagini hanno fatto il giro il mondo, ma per quest'uomo che si è presentato a Cannes vestito come un Hobbit de Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello non è certo una novità. Lui si chiama Nicolas Gentile, e ha un sogno.
Dalla pasticceria a una piccola casa nella Contea
Alle quattro di mattina, ogni mattina, Nicolas Gentile si sveglia a Bucchianico, un piccolo paese in Abruzzo, e va in pasticceria, a sfornare dolci e cornetti.
Poi torna a casa, dalla sua famiglia, e la mattina dopo ricomincia daccapo.
Nel mezzo di questa vita, però, c'è altro: c'è, per esempio, un viaggio fatto a piedi dalle campagne abruzzesi alla cima del Vesuvio per gettare nella bocca del vulcano un anello.
E c'è anche un appezzamento di terra, una zona strappata alla palude dove ogni anno si riuniscono centinaia di persone per celebrare una festa a lungo attesa, per ballare, cantare, mangiare e bere in allegria e convivialità in un posto che, ogni anno, diventa più simile a un villaggio che pare uscito dalla penna di Tolkien, o dai film di Peter Jackson. C'è, insomma, una vita da Hobbit.
Voglio vivere così, come un Hobbit
Nel 2021 diventò un caso mediatico il viaggio organizzato da un gruppo di appassionati per ricreare l'epopea di Frodo e della Compagnia dell'Anello: 220 chilometri a piedi, vestiti come i personaggi della trilogia fantasy più celebre del mondo. I partecipanti erano stati selezionati dal promotore di questa iniziativa, un giovane abruzzese che, dopo gli studi di geologia, era tornato nel paese natale per proseguire l'attività di famiglia in pasticceria, e che era da sempre un appassionato lettore di Tolkien.
Ma il sogno di Nicolas non si limita al ricreare il viaggio di Frodo: a un certo momento della sua vita qualcosa è scattato e lui ha deciso di iniziare un percorso che, a tutti gli effetti, ha del fenomenale: vivere come un Hobbit. Ricreare, in un terreno che ha acquistato, un villaggio e la sua personale Contea. Ora, provate a immaginare: un piccolo ma confortevole cottage di legno e mattoni, un porticato immerso nel verde, un bel tramonto per panorama, e una buona birra con una fumata di erba pipa dopo una giornata di onesto lavoro, circondato da familiari e amici...
Perché la mia anima ha fretta
La storia di Nicolas Gentile è già finita sotto i riflettori numerose volte, e il suo progetto della "Contea Gentile", che ha anche avuto la fortuna di ospitare Elijah Wood, è ormai ben conosciuto dagli appassionati di Tolkien di tutto il mondo. Per raccontarlo da un altro punto di vista, il regista Giuseppe Contarino, assieme allo sceneggiatore e suo mentore Guido Fiandra, hanno deciso di non far parlare Nicolas, ma di intervistare le persone che lo conoscono: la sua famiglia, i suoi amici, le persone che ogni anno si recano nella Contea per vivere un'esperienza che, come raccontano loro stessi, ti cambia la vita.
Partendo da una poesia del brasiliano Mario De Andreade, "La mia anima ha fretta" segue una sorta di pellegrinaggio mistico e metaforico di Nicolas attraverso la sua vita e lungo i paesaggi dell'Etna (un altro vulcano), sontuosamente ripresi da Vincenzo Faro. A questo viaggio si alternano scorci di interviste con gli amici, i collaboratori e i familiari di Nicolas. Il risultato è il ritratto di una persona "bigger than life", carismatica e determinata, sicuramente, ma al tempo stesso -nomen omen- gentile, sensibile, a volte persino fragile, concentrata su un sogno bellissimo e difficile, che gli ha stravolto la vita, e che a sua volta è capace di stravolgere, anche solo per pochi giorni, quella di chi lo conosce.
Inseguire il sole per riscoprire la vita
Ci sarebbe molto da scrivere su questo docufilm/reportage che ha recentemente vinto il premio come Miglior Documentario Internazionale al El Ojo Maya - International Film Festival of the Mayan World in Chiapas, dalle intense musiche di Massimo De Vita alle interviste con insospettabili esperti di sicurezza informatica o psicologi che, ogni anno, si trasformano in (o forse sarebbe più corretto dire "tornano ad essere") raminghi o cartomanti.
"Abbiamo provato a raccontare un punto di vista diverso, scegliendo di non parlare con Nicolas, ma DI Nicolas, e di farlo attraverso ciò che lui sta creando, con le persone che sono state toccate dal suo sogno", ci ha raccontato il regista Giuseppe Contarino.
"Non volevamo celebrare l'azione, l'epica delle grandi imprese", prosegue lo sceneggiatore Guido Fiandra, "quanto piuttosto seguire la riscoperta di Nicolas e della sua comunità della semplicità come un approccio diverso, forse anche migliore, alla vita". E poi: "Per noi è stato un racconto, anche doveroso, su una realtà che dall'esterno può sembrare idilliaca o giocosa, ma che in realtà è fatta di fango, sporcizia, difficoltà e perseveranza", conclude l'autore delle musiche Massimo De Vita.
Il valore di un sogno
Abbiamo avuto occasione di parlare anche con lo stesso Nicolas. "Questo naturalmente è un documentario per gli altri. E Giuseppe ha fatto la scelta migliore nel raccontare la Contea attraverso gli altri. Mi sarebbe piaciuto un riscontro non solo da quelli che mi conoscono e mi vogliono bene, ma anche da chi non conosce il progetto della Contea, per capire se, non so, forse sto sbagliando, sto facendo qualche errore."
"Nella visione d'insieme sembra quasi che io sia un essere epico, leggendario", continua Nicolas, "io però non vorrei che mi si dipingesse in maniera troppo positiva: quello che vorrei dire io, che comunque ho fatto tanti errori, è che chiunque, anche 'uno scemo come me', può vivere un sogno. Se ce la faccio io chiunque può raggiungere il proprio sogno, se lo vuole davvero."