"Il giallo è il nuovo nero". Un genere tornato di moda, lo avevamo già detto. Ed è tornato in auge tra cinema e tv soprattutto grazie a una saga che si è divertita a giocare, destrutturare e ricostruire gli archetipi del genere: Knives Out - Cena con delitto di Rian Johnson. Ecco che quindi il regista di Star Wars: Gli ultimi Jedi non poteva lasciarsi sfuggire l'occasione per creare una derivazione seriale: Poker Face, su Sky e in streaming su NOW, partendo però da un altro presupposto narrativo.
Invece del whodunit, il giallo classico con colpo di scena finale in cui lo spettatore gioca a scoprire l'identità del colpevole, ci troviamo di fronte al suo opposto: la detective story invertita, chiamata anche howcatchem. In questo sottogenere si inizia svelando subito al pubblico l'assassino, per poi seguire le indagini a ritroso del protagonista che vuole scoprirlo e acciuffarlo. Il format che ha fatto la fortuna del Tenente Colombo, per capirci, e che ora potrebbe ripetersi con Charlie Cale.
Poker Face: un giallo classico ma al contrario
Natasha Lyonne riprende il personaggio intravisto brevemente nel secondo capitolo della saga, Glass Onion, durante la videochiamata di gruppo tra i detective dilettanti di Benoit Blanc (Daniel Craig), in cui appariva anche Angela Lansbury alla sua ultima interpretazione. Charlie Cale è una cameriera bravissima a capire chi sta mentendo: un dono che l'ha portata a sviluppare una proverbiale "faccia da poker", infallibile nel rilevare i raggiri se le vengono detti direttamente in faccia.
Questa abilità l'ha condotta a lavorare in un Casinò nel deserto degli Stati Uniti, ma quando una sua amica viene uccisa, qualcosa non le torna e il suo talento unico le si ritorce contro. Diventa così una fuggitiva, braccata dal boss del Casinò (Adrien Brody) e dal suo tirapiedi (Benjamin Bratt). Nel suo viaggio in giro per gli USA, la protagonista incontrerà svariati casi da risolvere e non saprà resistere al richiamo della giustizia, nonostante la latitanza. Quando vede qualcosa che non quadra deve sistemarlo, altrimenti non ci dorme la notte.
Una protagonista troppo sopra le righe... e tante guest star
La Charlie Cale della Lyonne (qui anche produttrice) assomiglia un po' troppo ai precedenti personaggi che hanno reso famosa l'attrice: la perennemente fatta Nicky Nichols di Orange is the New Black e la sfasata Nadia Vulvokov di Russian Doll. Con la sua parlantina un po' biascicata e il suo stato quasi costantemente alterato, la sua performance sembra più un'involuzione che un'evoluzione caratteriale, quasi fosse rimasta ingabbiata in un ruolo che, per quanto divertente per alcuni, rischia di risultare fastidioso per altri.
Il vero fiore all'occhiello, accanto all'unica protagonista fissa e a qualche volto ricorrente, in questo caso è rappresentato dalle guest star (Elsbeth insegna). I comprimari vengono sia dal cinema sia dalla tv, spaziando tra Premi Oscar e nominati ai Golden Globe: per fare giusto alcuni nomi, Cherry Jones, Chloë Sevigny, Ellen Barkin, Joseph Gordon-Levitt, Nick Nolte e Ron Perlman, senza dimenticare alcune reunion con Orange come Taylor Schilling.
Uno stile inutilmente autoriale
Potremmo quasi definire la serie un "light spin-off", dato che il collegamento con la saga madre è labile (quanto ci sarebbe piaciuta una comparsata di Benoit Blanc in persona), ma allo stesso tempo vi è un legame strutturale profondo proprio nel ribaltamento del genere.
La trama orizzontale diventa il classico gioco del gatto col topo, incentrato su chi sta inseguendo Charlie. La Plymouth Barracuda d'annata con la quale attraversa il Paese, la colonna sonora rockeggiante a tutto volume e i crimini assurdi ma radicati nella quotidianità rendono la serie curata non solo nella scrittura, ma anche nella messa in scena.
Peccato che regia e fotografia strizzino troppo l'occhio al cinema indie: Rian Johnson veste la sua prima serie tv di un'autorialità spesso non necessaria, che finisce per appesantire la narrazione. Se l'escamotage di partenza è interessante, è la sua gestione sulla lunga distanza a non convincere fino in fondo, nonostante la necessità di trovare un espediente per farle risolvere casi da nomade (un po' come il Colter Shaw di Tracker).
In Poker Face il murder mystery si mescola al road movie, sfruttando gli ampi spazi aperti dell'entroterra americano e la Route 66 come simbolo di libertà. La fotografia e la scenografia si sporcano di colori caldi, riuscendo a far empatizzare lo spettatore con lo stato perennemente in bilico della protagonista. Solo che, dopo un po', il gioco potrebbe non valere più la candela.
Conclusioni
Poker Face è uno spin-off che prende l'eredità di Knives Out e la trasforma nel proprio opposto, svelando subito il colpevole e giocando con lo spettatore. Un meccanismo forse un po' troppo autoriale, in cui Rian Johnson riversa tutto il suo amore per il cinema indie, rischiando però di appesantire il formato seriale. Buona la prova di Natasha Lyonne, anche se oramai ingabbiata nello stesso tipo di personaggio da anni; la vera forza della serie tv sono le guest star, davvero di prestigio e palesemente divertite.
Perché ci piace
- Il "dono" di Charlie.
- L'howcatchem mescolato all'on the road.
- Le guest star di alto livello.
Cosa non va
- Natasha Lyonne è brava ma ormai ripetitiva nel tipo di personaggio.
- L'autorialità indie appesantisce la narrazione.
- Avremmo voluto più collegamenti con la saga di Knives Out.