Pelé: il re del calcio, la recensione: Netflix celebra O Rei, tra luci e ombre

Pelé: il re del calcio: su Netflix arriva il documentario dedicato a O Rei; è un ottimo modo per conoscere le gesta di un campione che in pochi abbiamo visto giocare, e per raccontarne le luci ma anche le ombre.

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Pelé: il Re del calcio, Pelé in una scena

C'è un momento che ci ha colpito, e da cui vogliamo iniziare la recensione di Pelé: il re del calcio, il documentario di David Tryhorn e Ben Nicholas (prodotto da Kevin Macdonald) disponibile in streaming dal 23 febbraio su Netflix. Siamo alla fine della storia, ai mondiali del Messico del 1970, quelli vinti, ahimè, dal Brasile in finale contro l'Italia, battuta per 4-1. Edson Arantes do Nascimento, noto a tutti come Pelé, ci dice che la prima cosa che prova dopo una vittoria non è la gioia, ma il sollievo. Sollievo vuol dire essersi tolti un peso, portare a termine una missione, quella di vincere, che chi è il numero 1 vede come un dovere. È una frase che racconta un aspetto particolare dello sport in genere, e del calcio in particolare, soprattutto di quello moderno: la pressione. I tifosi, la stampa, tutto l'ambiente non fanno che caricare spesso un atleta di una grande attesa per le sue prestazioni. E la storia è piena di sportivi che non ce l'hanno fatta anche per questo. È uno dei temi di un documentario dall'impianto tutto sommato tradizionale, ma comunque ricco di immagini di repertorio e interviste, che racconta Pelé, ma anche un pezzo di storia del Brasile, e la storia d'amore di un paese con il calcio. E anche un lato un po' oscuro della vita del giocatore, legato agli anni della dittatura in quel paese. È un film da vedere, oggi che i documentari a tema sportivo (da The Last Dance a Mi chiamo Francesco Totti) stanno andando alla grande.

La trama: Da Svezia 1958 a Messico 1970

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Pelé: il Re del calcio, Pelé in un'immagine

1958-1970. Pelé: il Re del calcio si concentra sul periodo principale dell'attività di O Rei. Si inizia dal mondiale del 1958, in Svezia, dove il Brasile non arriva da favorito e gli abitanti del posto non hanno nemmeno mai visto una persona di colore, e Pelé, solo 17 anni, gioca un mondiale strepitoso, e si finisce con i mondiali del 1970, in Messico, dove il numero 10 vince il suo terzo mondiale, e di fatto chiude la sua esperienza con la nazionale, e con il calcio che conta. Quattro anni dopo avrebbe lasciato il calcio, per poi andare, dopo un anno di pausa, negli Stati Uniti, nei New York Cosmos, per provare a portare il calcio in una terra nuova. Nel mezzo, altri due mondiali giocati, ma non da protagonista: nel 1962, in Cile, perde gran parte della competizione per infortunio, ma il Brasile vince lo stesso, grazie a Garrincha e Amarildo, il sostituto di Pelé. Nel 1966, in Inghilterra, si infortuna nuovamente, ma è tutto il Brasile e naufragare. Tutto questo mentre, nel 1964, una nazione felice e in grande ascesa come il Brasile, di cui Pelé è il simbolo, diventa prigioniera di una dittatura militare (appoggiata dagli Stati Uniti) che durerà fino al 1985.

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Pelé, un giocatore totale

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Pelé: il Re del calcio, Pelé in una sequenza

È curioso che Pelé: il re del calcio arrivi in streaming pochi mesi dopo la scomparsa di Diego Armando Maradona, leggenda del calcio per eccellenza, che ha fatto tornare attuale la fatidica domanda: Maradona è meglio di Pelé? (per tacer di Cruyff). La risposta oggi ci porta a dire Maradona. Ma è dettata da due aspetti. Il primo è l'emotività. Il secondo è dato dal fatto che l'era Maradona l'abbiamo vissuta, passo per passo, in diretta tv. Pelé lo abbiamo visto giocare in pochi. E questo documentario ci viene in aiuto, mostrandoci tutto il suo repertorio: una capacità di dribblare fuori dal comune, con quel modo di allungarsi il pallone tanto da sembrare di perderlo, ma tenendolo in realtà sempre al piede; un tiro al fulmicotone; un colpo di testa straordinario (l'Italia, e Tarcisio Burgnich, nella finale del 1970, ne sanno qualcosa). E anche una visione di gioco eccezionale: gli assist ai compagni, soprattutto nel Mondiale del 1970, sono stati importanti quanto i suoi gol. Questo era Pelé. Un giocatore completo, totale: regista, rifinitore e attaccante. Ma anche simbolo di un calcio di altri tempi. Già in Inghilterra, nel 1966, si parla di un calcio più chiuso, duro, con marcature strette. Che lui, e tutti i brasiliani, cominciano a soffrire. Il calcio sarebbe cambiato ancora, tante volte.

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La struttura del tipico film sportivo

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Pelé: il Re del calcio, Pelé in un'immagine del film

Così com'è cambiato, negli anni, il mondo del documentario, che, da Michael Moore in poi, è diventato sempre più pop, giocato sul montaggio, con il racconto della realtà che è diventato sempre più costruito, più film. Pelé: il re del calcio è un documentario tradizionale, con immagini di repertorio, interviste dell'epoca e realizzate adesso, a Pelé in persona e ad altri protagonisti. È un lavoro accurato, certosino, ricco di spunti. L'idea di racchiudere la storia tra il primo e l'ultimo mondiale di Pelé (con un brevissimo prima e un brevissimo dopo) è riuscita non solo perché rende conciso il film, ma anche perché permette, pur nella sua classicità (siamo lontani dalla potenza di un The Last Dance) di costruirlo secondo la struttura del tipico film sportivo (alla Rocky, per intenderci): ascesa, stallo, caduta e rinascita.

Pelé e Saldanha come Totti e Spalletti

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Pelé: il Re del calcio, Pelé in una scena del film

La rinascita è uno dei capitoli più celebri della sua carriera. Quei mondiali del Messico ai quali non voleva nemmeno andare, colpito com'era dagli ultimi due mondiali, chiusi entrambi anzitempo con degli infortuni. Ma era un mondiale fondamentale per il Brasile, sprofondato com'era negli anni bui della dittatura. Pelé doveva esserci. Ma sulla sua strada trovò un commissario tecnico, Saldanha, che, a suo modo, voleva fare il protagonista. Se avete visto Mi chiamo Francesco Totti (anche se non serve vedere il film per sapere la storia) sarete rimasti colpiti dallo scontro con Luciano Spalletti, il suo allenatore, negli ultimi anni della sua carriera. A Pelé successe qualcosa di simile con Saldanha. Prima la scelta di farlo giocare centravanti, che non era il suo ruolo. Poi la trovata di dire che avesse problemi di vista, in modo da escluderlo. E poi la scelta, da parte della federazione, di far saltare il tecnico, e di chiamare Mario Zagallo (che era stato compagno di squadra di Pelé nel 1958 e nel 1962) a due mesi dal mondiale. Sarà lui, ma in realtà il gioco stesso del calcio, a far tornare la gioia di giocare a Pelé.

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Pelè non è Muhammad Ali

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Pelé: il Re del calcio, Pelé in un primo piano

Dopo la vittoria di quel mondiale del 1970, in tanti saltarono sul carro del vincitore. Il primo fu il generale Médici, il capo del governo dittatoriale del Paese, che si affrettò a invitare la squadra e farsi riprendere e fotografare con Pelé. Il film ha il pregio di raccontare anche le ombre della vita di O Rei, tra cui un atteggiamento di disimpegno dalla politica. L'idea di Pelé è che abbia fatto di più per il Brasile giocando a calcio che se avesse fatto politica. Ma sta di fatto che il calciatore non abbia mai preso una posizione, mai fatto una dichiarazione, mai una denuncia contro una situazione molto pesante. È un fatto che pochi sanno, così come poco si sa della dittatura brasiliana, in confronto a quelle del Cile e dell'Argentina. A un certo punto del film si fa anche un paragone con Muhammad Ali e alla sua presa di posizione contro il Vietnam. Pelé non è Ali, questione di indole. Ma un giornalista, intervistato, fa notare come Ali, per le sue azioni, poteva essere arrestato, ma aveva la certezza che non sarebbe stato torturato. Pelé, in uno stato non democratico, questa certezza non ce l'aveva.

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È un neo che resta nella storia del Pelé uomo, non certo in quella del calciatore. La sua storia ci racconta il rapporto viscerale tra il Brasile e il calcio. I festeggiamenti in tutto il Paese per le vittorie mondiali sono l'altro lato della medaglia delle immagini (che capita di rado di vedere) della famosa sconfitta in casa ai Mondiali del 1950, l'1-2 contro l'Uruguay di Schiaffino e Ghiggia, nota come il Maracanazo (dal nome dello stadio in cui si svolse, il Maracanà di Rio De Janeiro). Quella sera il padre di Pelé pianse. E, per consolarlo, il figlio gli promise che un giorno avrebbe vinto un Mondiale di calcio. Avrebbe mantenuto la promessa fatta al padre. Per ben tre volte.

Conclusioni

Nella recensione di Pelé: il re del calcio vi parliamo di un documentario dall'impianto tradizionale, ma ricco di immagini di repertorio e interviste, che racconta Pelé, ma anche un pezzo di storia del Brasile, e la storia d'amore di un paese con il calcio. E anche un lato un po' oscuro della vita del giocatore.

Movieplayer.it
3.0/5
Voto medio
4.6/5

Perché ci piace

  • Le gesta sportive di Pelé, che parlano da sole.
  • La costruzione del documentario, che lo rende conciso e lo avvicina al tipico film sportivo.
  • La scelta di mostrare non solo le luci, ma anche le ombre.

Cosa non va

  • Rispetto ad altri documentari sportivi, ha un linguaggio fin troppo tradizionale.