Mi chiamo Francesco Totti, la recensione: È il nostro The Last Dance

La recensione di Mi chiamo Francesco Totti: emotivo, cinematografico, epico, ma allo stesso tempo intimo, il film sul grande calciatore è il nostro The Last Dance; con meno vittorie, ma più umanità.

RECENSIONE di 19/10/2020
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Mi chiamo Francesco Totti: Francesco Totti in una scena del film

Sulla faccia del "pupone", intorno agli occhi, sono spuntate delle rughe. Come vi raccontiamo nella recensione di Mi chiamo Francesco Totti, il film documentario di Alex Infascelli presentato alla Festa dei Cinema di Roma (in uscita evento il 19, 20 e 21 ottobre nelle sale, su Infinity in pay per view dal 29 ottobre), il regista non fa nulla per nasconderle. Quelle rughe non vanno celate: sono il segno di 25 anni nel calcio, passati sempre nella stessa società, una cosa più unica che rara, e lontanissima dal calcio di oggi. "Il tempo è passato per me, ma è passato anche per voi". Questo ci dice Francesco Totti alla fine, ed è vero: guardare i film di Infascelli è, per tutti, viaggiare indietro nel tempo, rivivere tempi andati, un calcio che non c'è più, una sorta di ricerca del tempo perduto. Mi chiamo Francesco Totti coglie il Capitano nella notte prima della sua ultima partita con la maglia della Roma. E poi viaggia indietro nel tempo, dai suoi primi calci al pallone fino alle due ultime, tormentate stagioni con la Roma e al suo addio al calcio. Emotivo, cinematografico, epico, ma allo stesso tempo intimo, in qualche modo Mi chiamo Francesco Totti è il nostro The Last Dance. La storia di Francesco Totti è meno vincente di quella di Michael Jordan, ma più umana. E alla fine riesce ad essere un grande racconto sportivo. Che ci riguarda tutti, romanisti o meno.

La trama: dalla Lodigiani al tetto del mondo

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Mi chiamo Francesco Totti: un'immagine del film

"La prima parola che ho detto è stata: palla". Francesco Totti inizia così il suo racconto. Lo vediamo da piccolissimo in spiaggia: quasi non cammina, ma quella palla cerca di prenderla a calci in ogni modo. Lo vediamo giocare nelle file della Lodigiani, la terza squadra di Roma, anzi la "seconda", come dicono i romanisti. Poi il passaggio alla Roma (lo voleva anche la Lazio, ma la famiglia Totti non ha mai avuto dubbi), la chiamata, mentre stava giocando con la primavera, per la trasferta di Brescia con la prima squadra: non la lascerà più. Nel frattempo passano gli allenatori: Mazzone che lo fa giocare, ma non lo brucia, Bianchi che non lo vuole, Zeman che gli dice una cosa molto semplice: con i piedi che hai, devi tirare. E poi Fabio Capello, il mister che arriva con la fama da vincente. Il primo anno, però, va malissimo. Accade la cosa peggiore: a vincere lo scudetto è la Lazio. L'anno dopo sarà però l'anno dello storico terzo scudetto della Roma. Inizia l'era Spalletti: in campionato la Roma è l'eterna seconda, ma arriva il titolo di campione del mondo con la nazionale, dopo un brutto infortunio. E poi c'è l'era Spalletti bis, con Totti relegato a riserva. E il ritiro. Che è storia recente.

At that point it became personal

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Mi chiamo Francesco Totti: una scena con Francesco Totti

La storia di Francesco Totti, e la storia (d'amore) con la Roma sono cosa nota. Ma riviverle è bellissimo. Perché Francesco Totti le racconta con trasporto, e con la sua nota ironia ("se perdevi il derby erano sei mesi de rottura de..."). E perché emergono anche i retroscena, che magari non tutti avevano colto. Quella di Totti con la Roma è senza dubbio una storia fatta di talento e predestinazione, ma anche di destino. Stupiscono quelle sliding doors, quelle porte scorrevoli che, se aperte in altro modo, avrebbero portato Totti lontano da Roma, o, magari, con un'altra famiglia. La prima è quella del 1997: l'allenatore è l'argentino Carlos Bianchi, che avrebbe mandato volentieri Totti in prestito. Voleva Jari Litmanen, già campione e vicecampione d'Europa con l'Ajax, un giocatore affermato. Ma il destino, e il talento, si mettono di mezzo. Il duello, come quello di un film western, mette i due pistoleri di fronte al torneo Città di Roma nel febbraio del 1997, dove ci sono Borussia Mönchengladbach e Ajax: Litmanen gioca due partite anonime, Totti segna, dà spettacolo, e di fatto segna la sua riconferma. Aveva giocato a mille. "At that point it became personal", avrebbe detto Michael Jordan. E Francesco Totti, senza dirlo, fece la stessa cosa. L'altra porta scorrevole è quella di Madrid: il Real aveva affrontato la Roma e visto Totti da vicino, e lo voleva. 12 miliardi l'anno, e i calciatori del Real che, in campo, gli avevano detto di venire. Totti dirà no, e al Real ci andrà quello che poteva essere il suo erede, Antonio Cassano, che un secondo Totti non lo sarebbe mai diventato. Ascoltate il commento, affettuoso, del Pupone sull'arrivo di Tonino a Madrid... Un'altra sliding door è quella che ha finito per legare Francesco al suo grande amore, Ilary Blasi. I due si frequentavano, ma non si era mai dichiarato. Serviva un gesto eclatante, come una maglietta con la scritta "6 unica" da indossare sotto la tenuta da gioco e svelare in caso di gol. Siamo in un derby, la Roma sta andando alla grande, solo che Totti continua a fare assist e Montella a segnare. Ma il gol, un fantastico pallonetto da fuori, finalmente arriva: e arriva la dedica, e la storia d'amore con Ilary.

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Tra Rocky, Karate Kid e Sergio Leone

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Mi chiamo Francesco Totti: una scena del film

Da un lato, Alex Infascelli ha avuto gioco facile. Francesco Totti è un personaggio, un attore nato. Dall'altro, come nel caso di The Last Dance, la storia è servita su un piatto d'argento, è cinema fatto e finito. Così, nel momento (siamo del 2006) del grave infortunio di Totti, proprio a pochi mesi dal mondiale, Mi chiamo Francesco Totti diventa un po' Rocky un po' Karate Kid - Per vincere domani: le scene di Totti al tappeto, l'intervento, la riabilitazione, gli allenamenti forsennati per essere a tutti i costi in Germania, è un classico del film sportivo. Totti è come Rocky, il suo allenatore Spalletti è come Mickey che lo affianca in allenamenti sempre più mirati per fargli trovare la condizione. O, se volete, è un Karate Kid, con Totti che si muove su una gamba sola, e Marcello Lippi, c.t. della nazionale, è una sorta di Miyagi, saggio e fermo, che gli fa sentire il suo incitamento e la sua presenza. Come sarebbe andato quel mondiale lo sappiamo. Totti non fu protagonista in ogni partita, ma fece la sua parte. E quel rigore contro l'Australia è cinema puro. All'ultimo minuto, con Totti che si avvicina al portiere australiano come in un duello western. Guardate la camera che stringe su un primissimo piano dei suoi occhi, quelli del killer. È puro cinema di Sergio Leone. Il film ritorna ad essere un Rocky sceneggiato da Shakespeare nell'ultima parte: quando Spalletti lo lascia fuori e lo fa giocare solo per tre minuti, il tempo di una ripresa di pugilato, e all'ultimo round Totti, più volte, dà il colpo del k.o. Ma è anche Shakespeare, con il suo mentore, il suo alleato, Spalletti, che diventa il suo nemico. Cambiano le sue espressioni: quell'uomo allegro ora è accigliato, irrigidito. È grande cinema.

La costruzione di un eroe, e di un grande film

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Mi chiamo Francesco Totti: un primo piano di Francesco Totti

Se Infascelli si è trovato questi momenti topici serviti alla perfezione, è riuscito comunque a enfatizzarli al massimo, farne un grande racconto. Ha saputo costruire sapientemente il film. trovando le immagini giuste da far commentare a Totti, come ci ha raccontato nella conferenza stampa alla Festa di Roma, ma anche girando delle sequenze ad arte. Totti da solo al buio nello stadio vuoto, con effetti di luce, di fuoco, che sottolineano certi momenti, l'Olimpico in chiaro scuro che diventa un luogo mitico, metafisico. E poi quelle immagini dei Totti bambino girate con attori, in formato 4/4 e sporcate, graffiate come se fossero prese dalla tivù del tempo, e, una volta trattate in questo modo, perfette a fondersi con i filmati di repertorio. Anche le scene di Roma vuota, che evocano la città nel giorno dello scudetto, sono estremamente suggestive.

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La ricerca del tempo perduto

Vedere Mi chiamo Francesco Totti non è solo un atto d'amore per il calciatore o per la Roma. Quello ovviamente c'è, e riguarda soprattutto i tifosi romanisti. Ma il film su Totti ci riguarda tutti. È la nostra Ricerca del tempo perduto, con ogni gol, ogni maglietta, ogni personaggio che è una madeleine in grado di riportarci a un'epoca, a un calcio che non c'è più e che ci manca tanto. Ci manca il calcio delle bandiere, dei calciatori del vivaio che restavano in prima squadra e non diventavano plusvalenze, quello dei grandi calciatori italiani, quelli che si facevano valere in maglia azzurra. A proposito, è un peccato che si dia poco spazio alla nazionale, di cui pure Totti è stato per anni un elemento chiave. Il famoso cucchiaio contro l'Olanda agli europei 2000 è relegato a un piccolo frame (ma guardate, vi prego, la faccia del c.t. della nazionale Dino Zoff) così come i casi in cui Totti diede in escandescenze (il calcione a Balotelli, lo sputo contro Poulsen). Ma lo storytelling è quello dell'amore di un uomo per la sua squadra e la sua città, e quindi è normale che sia così. A proposito, è un film che racconta anche cosa sia il calcio a Roma, nel bene e nel male (certi bagni di folla sono commoventi, così come alcune contestazioni violente sono inquietanti). Mi chiamo Francesco Totti è, a conti fatti, il The Last Dance italiano. Da vedere. Con un'avvertenza a tutti i cinefili: Totti smitizza anche il ruolo di chi crea immagini. Quando parla con ironia del cugino che lo seguiva per girare i filmini, ci dice che "pe tenè 'na telecamere sulla spalla non è che serve esse uno scienziato"...

Conclusioni

Nella recensione di Mi chiamo Francesco Totti vi abbiamo parlato di un film emotivo, cinematografico, epico, ma allo stesso tempo intimo; in qualche modo è il nostro The Last Dance. La storia di Francesco Totti è meno vincente di quella di Michael Jordan, ma più umana. E alla fine riesce ad essere un grande racconto sportivo. Che ci riguarda tutti, romanisti o meno.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

2.6/5

Perché ci piace

  • Francesco Totti: la sua umanità e la sua ironia ci guidano nella sua storia, che è anche la nostra.
  • La regia di Alex Infascelli, che costruisce un racconto perfetto intorno a Totti.
  • Alcuni momenti della storia sono naturalmente cinematografici, e Infascelli li sfrutta al meglio.

Cosa non va

  • Ci spiace che, 2006 a parte, sia rimasta un po' ai margini la storia di Totti con la nazionale.