Il 3 luglio 1962, al termine di un conflitto di durata quasi decennale, l'Algeria ottiene finalmente l'indipendenza dalla Francia, al culmine di un processo di decolonizzazione che in quello stesso periodo aveva coinvolto un'ampia parte dei paesi dell'Africa. Appena quattro anni dopo, il 31 agosto 1966, alla Mostra del Cinema di Venezia fa il suo debutto La battaglia di Algeri, co-produzione italo-algerina in cui il regista Gillo Pontecorvo ricostruisce le azioni di guerriglia condotte dal Fronte di Liberazione Nazionale nel periodo compreso fra il 1954 e il 1957. Dieci giorni più tardi, e all'indomani dell'uscita nei cinema italiani, La battaglia di Algeri viene proclamato miglior film del Festival dalla giuria presieduta da Giorgio Bassani, aggiudicandosi il Leone d'Oro.
Gillo Pontecorvo, l'ex partigiano con la passione per il cinema
Il trionfo a Venezia sancirà l'inizio della rapida canonizzazione internazionale de La battaglia di Algeri, destinato a rimanere l'apice indiscusso nella filmografia tutto sommato ristretta del suo autore (una decina di documentari e appena cinque lungometraggi di finzione). Nato a Pisa nel 1919 in una famiglia ebraica, costretto ad espatriare in Francia dopo la promulgazione delle Leggi razziali e rientrato in Italia come membro della Resistenza partigiana, a partire dagli anni Cinquanta Gillo Pontecorvo aveva declinato la propria fascinazione per il neorealismo nell'attività di documentarista. Al 1956 risale il sodalizio con lo sceneggiatore Franco Solinas, una collaborazione che nel 1960 porterà al successo di Kapò, ambientato all'interno di un campo di concentramento nazista.
Tra le prime pellicole di finzione volte a rappresentare l'esperienza nei lager, Kapò riceve la nomination all'Oscar come miglior film straniero, ma si rivela comunque un'opera molto divisiva (celeberrima l'invettiva di Jacques Rivette contro i suoi eccessi melodrammatici). Trascorrono sei anni prima del ritorno di Pontecorvo al cinema: questa volta, però, le controversie non saranno legate a questioni 'estetiche', come per Kapò, ma a ragioni strettamente politiche, in una Francia non ancora disposta a fare i conti con il suo recente passato colonialista (tanto che, oltralpe, il film sarà distribuito soltanto nel 1971). Nel resto del mondo, in compenso, l'entusiasmo per il capolavoro di Pontecorvo è pressoché unanime, soprattutto in virtù di un approccio narrativo e stilistico che farà scuola.
La resistenza algerina e la vicenda di Ali la Pointe
Negli Stati Uniti, dove stanno trovando terreno fertile i primi semi della nascente New Hollywood, La battaglia di Algeri viene insignito di tre nomination agli Oscar, inclusa la candidatura per la miglior regia, mentre in Europa l'influenza del film sarà rintracciabile da lì a poco nel cinema di denuncia politica del regista greco Costa-Gavras, a cominciare dall'acclamato Z - L'orgia del potere del 1969. Se la seconda metà degli anni Sessanta segna pertanto la fortuna del filone dei thriller politici, per molti versi La battaglia di Algeri si attesterà comunque come una sorta di unicum per il suo approccio decisamente radicale, in grado di amalgamare la lezione del neorealismo italiano con quella (ancora precedente) del cinema di propaganda sovietico, mediante una formula tanto 'estrema' quanto difficile da replicare (perfino dallo stesso Pontecorvo).
Il breve prologo costituisce già di per sé un magistrale saggio di tensione: un manipolo di parà francesi fa irruzione in un appartamento della Casbah, l'antico centro di Algeri, con l'intento di arrestare uno dei leader della resistenza algerina, Ali la Pointe, interpretato dall'esordiente Brahim Hadjadj. Ali è nascosto in un'intercapedine insieme ad altre tre persone; mentre i soldati gli intimano di uscire allo scoperto, la scena si interrompe per dare spazio a una lunga analessi che si apre tre anni prima, nel 1954, con l'arresto del giovane Ali e il suo successivo reclutamento nelle file del Fronte di Liberazione Nazionale. La reale vicenda di Ali La Pointe, nome di battaglia di Ali Ammar, funge da nucleo della trama del film, basata sulle memorie di uno dei fondatori dell'FLN, Saadi Yacef, ingaggiato anche come attore nel ruolo di El-Hadi Jafar.
La violenza della Storia, fra cinéma vérité e thriller
Ali la Pointe è la figura-chiave de La battaglia di Algeri, e tuttavia appare ben lontano da un protagonista 'classico': più che un individuo concreto e con una psicologia ben definita, Gillo Pontecorvo lo rende il volto-simbolo di un movimento via via più acceso, viscerale e irrefrenabile. All'enfasi rabbiosa di Ali e dei suoi compagni di lotta fa da contraltare la lucida freddezza del Colonnello Philippe Mathieu, unico ruolo affidato a un attore professionista, Jean Martin: l'alto ufficiale a cui, dal gennaio 1957, viene affidato il comando delle operazioni militari per reprimere la resistenza nella capitale algerina. Non a caso sono questi due personaggi, Ali la Pointe e il Colonnello Mathieu, ad incarnare i poli opposti di un racconto in cui la crudezza del documentario si intreccia a un ritmo sempre più concitato e incalzante.
Le musiche, composte da Pontecorvo insieme a Ennio Morricone, contribuiscono ad accrescere un ineluttabile senso di minaccia, producendo un sinistro connubio con le voci, i suoni e le immagini di una città brulicante, nelle cui strade - gli ampi viali percorsi dalle parate militari e i vicoli sinuosi e labirintici della Casbah - serpeggia una violenza perennemente in procinto di esplodere. Tale violenza è allo stesso tempo il fulcro emotivo del film e l'inesorabile ingranaggio della Storia nell'atto di compiersi davanti agli occhi degli spettatori: l'intera narrazione è scandita da sparatorie e inseguimenti, attentati dinamitardi e scene di guerriglia urbana, restituiti con uno stupefacente equilibrio fra un iperrealismo da cinéma vérité, quanto più possibile 'oggettivo' e privo di sbavature sentimentali, e l'espressione di un pathos latente nei confronti della causa indipendentista.
L'appello alla rivoluzione di un "poeta marxista"
È Pauline Kael, in un approfondimento pubblicato nel 1973 sul New Yorker per la sua rubrica The Current Cinema, a sottolineare la profonda empatia del film verso un popolo impegnato a battersi contro il giogo del colonialismo: "Lo speciale genio di Pontecorvo quale cineasta marxista è che, sebbene la massa sia l'eroe, lui ha una sensibilità per la bellezza e il terrore primordiale nei volti, e si è indotti a parteggiare per il popolo oppresso - a concepirlo non come una massa, ma come persone. Pontecorvo - il tipo più pericoloso di marxista, un poeta marxista - ci mostra la forza grezza degli oppressi e le doglie del parto della libertà. Ci fornisce un ritratto che spiega le ragioni di una rivoluzione e giustifica qualunque cosa sia fatta in suo nome, e si configura come il più appassionato, il più acuto appello alla rivoluzione di sempre".
L'empatia e la partecipazione per i guerriglieri algerini non sono evocati dunque attraverso espedienti retorici, né tantomeno epurando dalla pellicola gli aspetti più cruenti della lotta per l'indipendenza, incluse le uccisioni di vittime civili mentre la città viene scossa dallo scoppio delle bombe. L'orrore che si consuma ad Algeri è rappresentato con uno sguardo in cui convivono in una misteriosa alchimia passione e repulsione, rigore ed enfasi: un modello che, nei decenni a venire, sarà esaltato (e talvolta imitato) da cineasti quali Stanley Kubrick e Werner Herzog, Kathryn Bigelow e Christopher Nolan. Fino all'esplicito omaggio di Paul Thomas Anderson l'anno scorso nel suo Una battaglia dopo l'altra, in cui La battaglia di Algeri viene trasmesso in TV a casa dell'ex rivoluzionario Bob Ferguson, come l'emblema di una malinconica utopia ormai al tramonto.