La sintesi di un pensiero artistico che punta e legittima l'anima di un cinema popolare che, assurdamente, abbiamo messo da parte, finendo per citarlo come esempio ma, forse, senza mai riscoprirlo davvero oltre le accademie e le cineteche. Innegabilmente, Giovanni Veronesi, fin dagli esordi, si è rifatto a una certa commedia all'italiana, ricalcandone gli stilemi, le inflessioni. Su tutti, lo sappiamo e non è certo un mistero, Mario Monicelli.
Ora, con una maturità tale da potersi permettere una certa libertà, firma Dio Ride, il suo film più riottoso (fin dal titolo), nonché il suo migliore da illo tempore. Un film senza la commedia - forse - ma capace, per estro di scrittura e d'approccio, di esaltare il valore stesso della leggerezza come viatico verso la miglior definizione di Fede.
Dio Ride: Pierfrancesco Favino over the top
Firmato dallo stesso Veronesi insieme a Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini, Nicola Deorsola, con la collaborazione di Paolo Portone e Jean Jacques Ilunga, Dio Ride racconta di un frate che parla con l'Altissimo "come nessuno aveva fatto prima". Mentre la peste imperversa e la Chiesa predica austerità e severità, Frate Leopoldo da Casamacchia (interpretato da Pierfrancesco Favino, che sintetizza cosa possa voler dire essere un attore), con il suo tenero e sconclusionato accento umbro, arriva in un convento toscano conquistando il cuore di un "fraticello" (Francesco Gheghi), della contessa Isabella Del Debbio (Alma Noce) e, soprattutto, catturando l'attenzione di un villaggio di disgraziati.
Il Frate racconta di Gesù, dei miracoli, del vangelo e della bellezza di poter sorridere insieme a Dio. I suoi, come direbbero quelli bravi, sono racconti out of the box: qualcosa capace di rompere i dogmi ma, intanto, capace di elevare il messaggio stesso. Uno così, però, fa paura alla Santa Romana Chiesa, e allora ecco che nel piccolo villaggio arriva ad indagare il cardinale Maculani (Silvio Orlando), un inquisitore capace di intravedere in Leopoldo da Casamacchia cosa possa voler dire davvero "credere".
Un grande film militante
Appassionato, sincero, accorato, poetico. Dio Ride, nella sua lettura di ottimo cinema, è un film lucido e potente nell'illuminare le contraddizioni della religione ma, intanto, insegue una nobiltà d'intenti che s'appoggia sulla ricerca del sorriso come mezzo capace di portare alla salvezza. In mezzo, c'è un discorso (anche) culturale.
Il regista toscano - che assottiglia e quindi appuntisce una certa satira - difende il valore semantico del racconto e dell'immaginazione come scudi verso ogni sopruso. In questo senso, Dio Ride è un film politico, militante, illuminista. Di più, potrebbe essere un film sul cinema stesso, come metro per capire e spiegare, addirittura, l'inspiegabile.
Dovremmo essere tutti eretici
Soprattutto, Veronesi, tramite il confronto tra "dogma" ed "eresia" mette in scena la condizione umana. Lo splendido Leopoldo, personaggio di quelli che sembrano usciti dalla grande tradizione cinematografica italiana, rappresenta tutti noi: umiliati eppure resistenti davanti all'asfissiante regolamentazione imposta da una società (e da una religione) che non prevede smussature, né alterazioni. Frate Leopoldo, nato su un carretto e figlio di nessuno, con i suoi denti neri e la sua zazzera da Fra Tuck, predica la risata e non la penitenza; anti-eroe fuori tempo per un tempo passato che, drammaticamente, continua a parlare con un'attualità, la nostra, non troppo diversa (e questo sì che fa paura).
"A star zitti la gente muore", dice Leopoldo, guardando negli occhi il cardinale Maculani, colto dal dubbio. Una frase che sintetizza ciò che viviamo: abbassando la testa, restando zitti, stiamo permettendo che torni un nuovo Medioevo. E sì, se essere gentili, leggeri, empatici, folli e un po' guitti vuol dire pure essere eretici, allora dovremmo esserlo tutti.
Conclusioni
In un cinema spesso fin troppo indifferente, Giovanni Veronesi sfoggia un'irriverenza politica e sociale puntando il dito contro ogni tipo di dogma. Un film anti-potere enfatizzato da una protagonista a regola d'arte, reso grandioso dalla prova di Pierfrancesco Favino. Attuale, sincero, vitale e pieno di cuore, Dio Ride si rifà ai grandi maestri – su tutti Monicelli – prendendo la parte degli ultimi, dei dimenticati e di chi, in fondo, vorrebbe solo sorridere.
Perché ci piace
- La prova di Favino è incredibile.
- Lo spirito politico del film.
- Grandi personaggi.
- Tanto cuore.
Cosa non va
- Un po' troppo lungo.