Kim Rossi Stuart: "La svolta della mia carriera? Dire di no a un nuovo Fantaghirò"

Abbiamo incontrato Kim Rossi Stuart, che ci ha raccontato del suo libro di racconti in uscita dal quale vuole trarre un film, del modo in cui è iniziato il suo viaggio nel modo del cinema e del momento in cui è arrivata la svolta.

Pochi giorni fa, è stato premiato al Festival del Cinema Europeo di Lecce, dove è stata allestita una ampia retrospettiva dei suoi film. Era il momento giusto. Il ragazzo dal kimono d'oro ha i capelli brizzolati, ha interpretato film importanti, ne ha firmati due come regista. E un figlio di otto anni. Ettore, che gli chiede di fare la "mossa del drago" sul palcoscenico.
Kim Rossi Stuart è uno degli attori che brillano, con luce smeraldina, a toni freddi, nel panorama sempre un po' caciarone del cinema italiano. Gli altri attori alzano la voce, le sopracciglia, mettono gli abbaglianti in ogni modo possibile e immaginabile, lui va con le luci di posizione e il motore al minimo. E riesce a trasmettere più emozioni di tutti. Ma lo fa a voce bassa, con lo sguardo più malinconico, remoto che si possa immaginare. Innamorato dell'ombra, diresti. Adesso annuncia che uscirà un suo libro di racconti, dal quale ha una gran voglia di trarre un film.

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Venezia 2016: Kim Rossi Stuart al photocall di Tommaso

La letteratura e il cinema

Venezia 2016: Kim Rossi Stuart sul red carpet

Come mai ha scelto la scrittura letteraria?

È un fatto di libertà. Scrivere senza pensare al cinema, a tutte le regole che impone la costruzione di un film, ti rende molto più libero. E scrivere questi racconti è stato molto liberatorio.

Ma le è venuta anche voglia di trarne poi un film?

Soltanto dopo averli scritti. Rivedendoli, mi sono reso conto che tutti questi racconti suggeriscono l'idea di farne una versione cinematografica.

Lei ha sempre suggerito l'idea di avere un rapporto controverso con la macchina da presa. Di non amarla troppo. È vero?

È sempre stato un rapporto difficile. Mi viene in mente un episodio di quando ero bambino. Mio padre, Giacomo, è stato un attore di tanti film "di genere": polizieschi, film d'azione. Quando ero piccolissimo, a volte mi portava sul set. Durante le riprese di uno di questi film, Fatti di gente perbene di Mauro Bolognini, il regista si trovò ad aver bisogno dei due figli di Catherine Deneuve.

Venezia 2016: Kim Rossi Stuart sul red carpet della cerimonia di premiazione

Lei interpretò uno dei due figli, immagino...

Esatto. Ma dopo il primo ciak, non ne volli più sapere! Li tenni tutti in ostaggio per un po': poi mi sommersero di cioccolatini, e alla fine accondiscesi a girare ancora.

I segni di un rapporto controverso col cinema?

C'erano le avvisaglie di qualcosa che mi sono portato dietro per quasi tutta la vita: la difficoltà, il disagio di stare davanti alla macchina da presa. Ci ho convissuto per trent'anni.

Come lo ha vinto?

Mi è sempre rimasto il dubbio se il mestiere dell'attore fosse congeniale alla mia natura. Solo da qualche anno vivo questo mestiere con meno tormento.

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Gli inizi della carriera e il rapporto con Placido e Amelio

Kim Rossi Stuart è Romualdo in Fantaghirò

Non è stato grazie a suo padre che ha iniziato?

No. Lui smise col cinema quando io ero piccolo. Anni dopo, ero ragazzino, feci l'autostop: mi dette un passaggio Pietro Valsecchi, che all'epoca era un giovane aiuto regista. Mi disse: hai una faccia pazzesca, devi fare un provino! Iniziò tutto così. Questa possibilità mi arrivò addosso del tutto inaspettata. Oggi Valsecchi è il produttore di Checco Zalone.

Il momento di svolta della sua carriera?

Quando decisi di dire di no alla nuova serie di Fantaghirò. E per un po' pensai anche di smettere. Poi Alessandro D'Alatri mi fece fare il provino per Senza pelle. I produttori non volevano uno che veniva dalla televisione: ma alla fine accettarono, a malincuore, questo spilungone che veniva dalla tv.

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Kim Rossi Stuart in Anche libero va bene, del 2005

Due registi che le hanno lasciato qualcosa di speciale. Chi indicherebbe?

Michele Placido, con cui ho girato Romanzo criminale. Mi ha insegnato a sdrammatizzare. Giravamo scene impegnative, drammatiche. E un secondo dopo lo stop diceva, col suo accento pugliese: "Giovanotto! Ancora qui stai? Andiamocene a mangiare, ci sta un posto che conosco!".

L'altro regista?

Gianni Amelio, con cui ho girato Le chiavi di casa. Mi ha insegnato a liberarmi dall'esigenza di programmare tutto. Io sono uno che si mette a tavolino e studia ogni gesto del suo personaggio. Giravamo quel film con un attore molto "speciale", un ragazzo meraviglioso che aveva delle disabilità, e di cui tutta la troupe si era innamorata, per le sue doti speciali. Con lui non potevamo seguire un copione rigido: e quella volta, preso per mano da Gianni Amelio, ho imparato a lasciarmi andare, a vivere l'emozione del momento.

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