"Lizzie Borden took an axe/ And gave her mother forty whacks/ When she saw what she had done/ She gave her father forty-one", recita la lugubre filastrocca, parte del folklore americano, su cui si chiude il prologo di Monster - La storia di Lizzie Borden: cinque minuti in cui la protagonista del titolo, brandendo un'ascia, esegue proprio quanto raccontato nei versi (colpo più, colpo meno). È il 4 agosto 1892, la notte di uno dei più discussi misteri della cronaca nera del diciannovesimo secolo, e questa scena iniziale funge già da manifesto programmatico della nuova serie Netflix: una violenza granguignolesca, che rinuncia all'iperrealismo delle precedenti stagioni di Monster per assumere connotazioni, se non addirittura tarantiniane, comunque tendenti al grottesco.
A livello di approccio, questo si profila come il principale tratto distintivo della quarta stagione di Monster, serie antologica ideata nel 2022 da Ryan Murphy e Ian Brennan e inaugurata con la vicenda del serial killer Jeffrey Dahmer, per poi proseguire con il caso dei fratelli Lyle ed Erik Menendez e con un altro serial killer, Ed Gein, che ha impresso un sanguinoso marchio sull'immaginario culturale americano. Monster - La storia di Lizzie Borden vede ancora al timone Ian Brennan in qualità di creatore, nonché di sceneggiatore di tutti gli otto episodi (mentre stavolta Ryan Murphy figura solo in veste di produttore esecutivo), e fin da subito sembra voler marcare una differenza sostanziale dalle tre stagioni precedenti: dalla seconda metà del Novecento si passa infatti a un'ambientazione ottocentesca in cui la cronaca cede il posto ad atmosfere quasi da fiaba nera.
La Lizzie Borden di Ella Beatty, fra Cenerentola e Carrie
La situazione di partenza, del resto, rimanda alla più classica delle fiabe: riavvolto di quattro mesi il nastro rispetto al truculento incipit, la serie ci presenta il ritratto di una graziosa fanciulla intrappolata in una casa senza amore, con tanto di (letterale) matrigna che non perde occasione di riversarle addosso ingiurie e umiliazioni. La fanciulla in questione, Lizzie Borden, ha i lineamenti delicati e lo sguardo sospeso fra candore e meraviglia di Ella Beatty, ventiseienne figlia d'arte di Warren Beatty e Annette Bening, qui al suo primo ruolo da protagonista dopo essere già stata ingaggiata da Ryan Murphy nel cast di Feud - Capote vs. The Swans; mentre la matrigna di Lizzie, Abby Borden, viene incarnata dall'attrice inglese Rebecca Hall con la sprezzante crudeltà di una villain delle fiabe, per l'appunto.
Ecco dunque che i primi tre episodi de La storia di Lizzie Borden, tutti affidati alla regia di Max Winkler (altro veterano di Monster e di varie produzioni di Murphy & co.), ci forniscono il contesto entro cui si sarebbe poi verificato l'efferato duplice delitto di casa Borden (e quindi, se non proprio una giustificazione in piena regola, perlomeno delle 'attenuanti'). La Lizzie di Ella Beatty è al contempo una Cenerentola di fine Ottocento e una Carrie ante litteram: come accadeva alla sventurata protagonista del romanzo d'esordio di Stephen King, anche lei sperimenta un ciclo mestruale che contribuisce a renderla oggetto di disgusto e di scherno, subito dopo aver subito il rifiuto di un ipotetico corteggiatore. Lizzie, insomma, è l'emblema della condizione femminile in una società patriarcale borghese in cui l'unica prospettiva concessa alle donne è l'ascesa al rango di moglie.
Cherry Bomb: amore, ribellione e bagni di sangue
Perlomeno fin quando, ad allargare gli orizzonti di Lizzie, non interviene la nuova domestica di casa Borden: Bridget Sullivan, alla quale presta il volto una leggiadra Vicky Krieps. Esperta di arti culinarie così come di tecniche di pulizia, Bridget contrappone la sua composta dolcezza alla prepotenza isterica di Abby (che si ostina a chiamarla Maggie, come la precedente donna di servizio), nonché alla fredda disattenzione del capo-famiglia Andrew, interpretato da Charlie Hunnam (reduce dalla 'trasformazione' in Ed Gein). Come prevedibile, l'angelica Bridget non tarda a conquistare Lizzie, dimostrandole per la prima volta quelle attenzioni e quell'amore che alla ragazza erano sempre mancati: che si tratti di guardare oltre l'etichetta di presunta stupidità incollatale addosso, di stuzzicarne la fantasia rievocando le oscure gesta della Contessa Erzsébet Báthory o di introdurla ai piaceri forniti da un archetipo di vibratore.
Fin dal primo episodio, Bagno di sangue, La storia di Lizzie Borden assume pertanto i connotati di un anomalo racconto di formazione, il cui duplice spirito si riflette anche nella scelta delle canzoni che accompagnano la presa di coscienza della protagonista: l'anelito di ribellione è scandito dalla ruggente Cherry Bomb delle Runaways di Joan Jett, il cui ritornello si presta fin troppo bene all'occasione ("Hello daddy, hello mom/ I'm your ch-ch-ch-ch-ch-ch-cherry bomb/ Hello world, I'm your wild girl"), incluso il parallelismo fra il bagno di sangue della Contessa Báthory e l'immersione di Lizzie e Bridget nel succo di ciliegie, mentre l'idillio romantico fra le due donne trova un corrispettivo nella sognante melodia di Hounds of Love di Kate Bush. È a partire alla seconda puntata, Micia forte, che avviene la svolta verso il true crime, con l'attuazione di un primo proposito omicida.
Conclusioni
Ma mentre le precedenti stagioni di Monster erano declinate in chiave rigorosamente drammatica, nei primi tre episodi de La storia di Lizzie Borden le azioni criminali si consumano fra il puro Grand Guignol e una commedia nera dai tocchi surreali: si vedano le digressioni pseudo-leggendarie su Erzsébet Báthory o le cartoonesche esplosioni di vomito con cui Lizzie e Bridget tentano di eliminare i coniugi Borden. Magari la profondità viene in parte sacrificata sull’altare di un macabro intrattenimento, ma fin qui la serie mantiene un equilibrio narrativo tutt’altro che scontato, considerando i rischi insiti nell’adottare una formula del genere; e il quartetto dei comprimari sostiene con efficacia questo “romanzo criminale” in bilico tra parabola femminista, critica sociale e apoteosi di orrore.
Perché ci piace
- La capacità di rinnovare la formula della serie Monster con un approccio ben distinto rispetto alle precedenti stagioni.
- Le torbide suggestioni offerte da una storia in cui si fondono con efficacia thriller, humor nero e critica sociale.
- Il valido apporto del cast, a partire da una Vicky Krieps fascinosamente ambigua passando per la semi-esordiente Ella Beatty.
Cosa non va
- Uno schematismo talvolta eccessivo nella rappresentazione di dinamiche e personaggi, a scapito della profondità del racconto.