Hulk

2003, Azione

In difesa del primo Hulk: perché dovremmo apprezzare il film di Ang Lee

Esattamente quindici anni fa, il 20 giugno 2003, la prima incarnazione cinematografica dell'iracondo eroe Marvel arrivava nelle sale americane. Oggi, dopo aver visto decine e decine di cinecomic, proviamo a ridare dignità e valore a un'opera imperfetta, ma ricca di coraggio e sperimentazioni sia visive che narrative.

Eric Bana e Jennifer Connelly (di spalle) in 'Hulk'

La rabbia è nel tuo destino, l'ira abbraccia il tuo DNA. Per cui, caro Bruce Banner, era ovvio che la tua vita cinematografica fosse travagliata e alquanto infelice. No, non ci riferiamo al fatto che l'Hulk interpretato da Mark Ruffalo non sia stato ancora degno di un film tutto suo (che peccato), e nemmeno alla sventurata esperienza de L'incredibile Hulk, film senza anima e dimenticabile, ripudiato persino dal suo protagonista Edward Norton. No, oggi vogliamo parlare di una bizzarra creatura cinematografica arrivata nei cinema ormai quindici anni fa, il 20 giugno del 2003 negli Stati Uniti: Hulk di Ang Lee.

Un film che non sfondò lo schermo come era lecito aspettarsi. Un film che, forse, era troppo avanti per gli albori del cinecomics. Troppo sperimentale, troppo cervellotico, troppo ardito per un genere ancora acerbo. In quell'estate del 2003 l'onda lunga del cinefumetto si stava ancora sollevando grazie a grandi autori come Bryan Singer (X-Men) e Sam Raimi (Spider-Man), interessati a esplorare un tema complesso come l'eroismo. I loro erano eroi nati diversi o nati per caso, raccontati da film in cui riflessioni esistenziali e spettacolo erano in perfetto equilibrio. Poi, arriva l'Hulk di Ang Lee, che prima di essere un enorme mostro verde dalla forza sovraumana in grado di accartocciare carri armati come lattine, è soprattutto un figlio ferito e traumatizzato, un corpo inerme e innocente utilizzato come esperimento da un padre fuori di senno. Con tutto il pesante fardello da portarsi dentro e dietro a vita che ne consegue. Questo ci fa capire come il punto di vista del regista taiwanese fosse rivoluzionario, persino anarchico agli occhi di alcuni. A Lee non interessava l'aspettativa di un pubblico pronto a divertirsi con la forza bruta di Hulk, ma sondare i conflitti psicologici di un individuo segnato per sempre da un passato tragico.

Hulk nel film diretto da Ang Lee

Complesso e visionario, Hulk preferisce la mente ai muscoli, antepone la psiche dell'uomo alla spettacolo distruttivo dell'eroe verde. Una scelta coraggiosa, non premiata da spettatori e critici forse spiazzati da una scelta così insolita. Oggi, però, possiamo vedere le cose dalla giusta distanza, mettere quest'opera sventurata allo specchio con tante altre arrivate dopo di lei. Un confronto dal quale il primo, vecchio Hulk viene fuori rinvigorito, forte di un'audacia che anni fa non potevamo cogliere. Per cui, caro Bruce Banner, eccoci qui in tua difesa, a rispolverare i meriti di un film sottovalutato, imperfetto nel suo essere temerario. E perdonaci se per questi lunghi quindici anni ti abbiamo fatto un po' arrabbiare.

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Il nemico sono io

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C'è un momento in cui ogni uomo fa i conti con la propria immagine e con se stesso: quando si fa la barba. Per quanto possa sembrare una battuta da spot, questa situazione così intima nella sua banale quotidianità corrisponde a una delle sequenze più significative messe in scena da Ang Lee. Il Bruce Banner sperduto e fragile di Eric Bana è in bagno a radersi, ma quando decide di togliere il vapore acqueo dallo specchio, vede per la prima volta l'immagine di Hulk riflessa davanti a lui. Un'immagine emblematica, capace di riassumere il conflitto interiore al centro del cinecomic. Hulk infesta Banner come un fantasma, lo perseguita come un incubo, scalpita dentro di lui come un'entità latente pronta a esplodere da un momento all'altro. Nessun Bruce Banner ha vissuto un dramma introspettivo come quello di Bana, perché il film di Lee ha davvero le fattezze di una seduta psicoanalitica lunga 2 ore e 20 minuti. Nonostante un personaggio nerboruto capace di spettacolari esplosioni, Hulk preferisce implodere e lavorare sottotraccia, nei meandri di una psiche segnata per sempre da un dramma infantile. Banner ha visto suo padre uccidere sua madre, mentre pagava sulla sua pelle le drammatiche conseguenze di una deformità genetica procurata dal genitore.

Hulk nel film diretto da Ang Lee

Così, una volta adulto, è preda di sogni oscuri. Visioni che parlano di potere, rabbia e libertà. Il conflitto al centro di film non è tanto esterno a Hulk, non riguarda eserciti da combattere o nemici contro cui lottare, quanto interiore, invisibile, astratto. L'Hulk di Lee lotta contro una parte di sé che rifiuta e in parte brama, ovvero quella nata dall'ossessione di un padre accecato, ma è anche il primo ad ammettere il piacere di lasciarsi prendere da un istinto rabbioso e distruttivo. Dopo tutti questi anni, è facile capire che quella della conflitto intimo fu una scelta molto ardita da parte di Lee, destinata a non pagare nell'immediato; un tema di fondo che verrà ripreso in seguito anche dal Batman di Christopher Nolan, alle prese con le sue paure, e dal Wolverine disilluso apprezzato in Logan - The Wolverine. Forse, col senno di poi, potremmo dire che la strada verso un cinecomic più sofisticato sia stata spianata proprio dal mostro verde.

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Nel nome del padre

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Più dominato che dominatore, Bruce Banner ci appare spesso preda di tempeste emotive, ricordi confusi, visioni ricorrenti che lo ripartano a un'infanzia dolorosa. Hulk è pieno di flashback perché il passato è la chiave di un film fortemente basato sul concetto di trauma. La causa di ogni male è David Banner, il padre di Bruce, talmente obnubilato dalle sue ricerche sulle rigenerazione cellulare da aver usato suo figlio come cavia. Ecco, la parte di sé contro cui Bruce è in conflitto è proprio il suo papà, ritornato dall'oblio per risvegliare il mostro che ha creato. Grazie a un Nick Nolte carismatico e istrionico, perfetto nel dare vita a un personaggio mosso da motivazioni viscerali, Hulk mette in scena un dramma familiare cupo e disturbante, in cui il freudiano conflitto tra padre e figlio diventa poco per volta la colonna portante della storia.

Una scena d'azione in 'Hulk'

Il creatore e le creatura, la vittima e il carnefice: un duello subdolo perché giocato dentro un legame di sangue inevitabile. Lo scontro finale tra Hulk e David dà vita a sequenze molto affascinanti sul piano visivo, proprio perché fortemente allegoriche. Il padre di Bruce, infatti, si adatta all'ambiente come un camaleonte, diventa ferro, attraversa l'elettricità, si trasforma in acqua e in roccia. Insomma, il grande nemico è ovunque proprio perché suo figlio non potrà mai liberarsene. Anche in questo senso il film di Lee è stato pionieristico, perché lo scontro con la figura paterna, comune anche all'empatica Betty Ross di Jennifer Connelly, sarà al centro di futuri cinecomic. Qualcuno ha detto Guardiani della Galassia Vol. 2?

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Sfogliare un film

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Dopo aver approfondito il cuore narrativo del film, è ora di passare al grande azzardo di Ang Lee: quello visivo. L'impresa tentata dal regista è semplice e evidente: creare una via di mezzo tra un film e un fumetto. Tantissime sequenze di Hulk, infatti, hanno le sembianze di una tavola scissa in vignette, ricreando l'effetto di una gabbia fumettistica. Lo schermo è suddiviso in varie porzioni, con più personaggi presenti in scena, oppure con più inquadrature simultanee sullo stesso soggetto. L'utilizzo di queste immagini combinate, unito a delle transizioni dinamiche tra una scena e l'altra, ci restituiscono un senso di dinamismo e di narrazione sequenziale simile a quella provata con un albo tra le mani.

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L'esperimento del film è bizzarro e non sempre riuscito, ma assume le fattezze di un bel omaggio della settima arte nei confronti della nona. Senza dimenticare il folle tentativo di rievocare l'effetto di una splash page con molti personaggi che irrompono in scena come squarciando lo schermo (o la pagina). A distanza di quindici anni l'Hulk di Ang Lee, un regista che nel suo lavoro ci ha messo davvero anima e corpo (le movenze del gigante verde sono le sue), ci appare ancora difettoso ma dotato di una precisa visione d'autore. Lontano da un concezione classica dell'intrattenimento, Hulk ha comunque provato a fare del cinecomic un genere maturo, un contenitore di storie impregnate di dramma e dolore. Ormai la storia dell'arte ce lo insegna: spesso l'oblio è il destino degli spiriti più visionari, ma noi siamo ancora in tempo per ricrederci e rimediare al danno. Basterà solo rivedere Hulk con occhi nuovi, e forse vorremmo un po' più bene a questa stramba creatura.

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