House of the Dragon 3, recensione episodio 4: Ormund Hightower è la vera sorpresa della stagione

Il piano del temibile Lord di Vecchia Città cambia gli equilibri della Danza dei Draghi, mentre Rhaenyra e Daemon affrontano nuove crepe nel loro potere e nel loro rapporto

James Norton è Ormund Hightower nell'episodio 4

Arrivata a metà della sua corsa, House of the Dragon 3 ha ormai mostrato più di un antidoto agli errori commessi nella stagione precedente. Tra battaglie colossali e una nuova sovrana sempre più vicina al baratro della follia, il più potente è certamente Lord Ormund Hightower, protagonista assoluto dell'episodio Tumbleton.

Ormund Hightower ruba la scena con un debutto memorabile

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Più che fare il suo ingresso nella serie, in realtà, Ormund Hightower si prende definitivamente la scena. D'altronde il Lord di Vecchia Città aveva compiuto la mossa più spregiudicata (almeno fino a questo momento) nell'episodio precedente, consegnando a Daemon un falso Daeron Targaryen, giocando chiaramente ben oltre le sue possibilità concrete.

Perchè il piano di Ormund si è sempre basato su una scommessa: riuscire a far insediare sul Trono di Spade quel nipote, ultimo nato di Alicent e di re Viserys, che ha cresciuto come un figlio, cha ha educato con gentilezza e rigore ma verso cui non sembra nutrire sentimenti simili a quelli di un padre.

"I Targaryen sono una stirpe di selvaggi, poveri d'intelletto ma ricchi di astuzia": in nome della sua superiorità come Hightower, Ormund è deciso a distruggere dall'interno il regno di Rhaenyra, per insediare al suo posto colui che reca tracce di quel nome come fosse una macchia.
In questo elaborato piano (su cui anche altri contano, leggi Gwayne Hightower) il collasso della "stirpe dei Draghi" è completo, distrutta dal suo stesso sangue e dalla sua stessa arma. E la scomparsa improvvisa di quell'asso nella manica che Aemond e Vhagar rappresentavano non fa altro che convincere Ormund della giustezza dei propri intenti.

Tra strategia e crudeltà: il vero volto di Ormund Hightower

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Personaggio ambiguo e capriccioso, la sua "presentazione" è lasciata non a caso alla cugina Alicent, la sola ad Approdo del Re che abbia la giusta vicinanza e insieme la giusta distanza dal giovane signore dell'Altopiano, quel parente a cui decise di affidare la salvezza del figlio minore, nonostante una conoscenza non approfondita.
La regina vedova, però, sa di Ormund ciò che è necessario, i suoi contrasti: raffinato studioso e autore di ballate, allo stesso tempo sprezzante e crudele.

Ryan Condal ci consegna finalmente un villain di altissimo livello, arricchendolo di molti più dettagli rispetto a quello che vive nelle note a margine di Fuoco e Sangue.
Ormund è un personaggio quasi "oltre-umano" per i suoi eccessi: collerico fino alla distruzione, più astuto perfino di suo zio Otto, anche la sua sensibilità agli odori è singolare. E al tempo stesso quella scena di nudo nella vasca da bagno (che a molti avrà ricordato quella, celebre, di Henry Cavill in The Witcher) ci racconta che anche lui è fatto di carne e sangue come tutti gli altri candidati alla morte in House of the Dragon.

Ancora più interessante, però, è il rapporto che lo showrunner costruisce tra Ormund e Daeron. Il giovane principe è poco più di un ragazzo, cresciuto lontano dalla corte e ignaro delle logiche di potere che governano la guerra. Ormund lo tratta come un sovrano in divenire, ma ogni gesto nasconde un intento preciso: educarlo, plasmarlo e, soprattutto, renderlo dipendente dalla sua visione del mondo.

È qui che emerge il lato più inquietante del personaggio. La clemenza mostrata verso gli abitanti di Tumbleton si rivela soltanto una maschera, utile a consolidare il consenso prima di costringere Daeron a giustiziare un innocente.
Non è semplice crudeltà, ma un metodo. Ormund non vuole soltanto vincere la guerra: vuole formare un re che incarni i valori degli Hightower, cancellando progressivamente l'eredità dei Targaryen. È questa ambizione, più ancora della sua ferocia, a renderlo uno degli antagonisti più promettenti mai introdotti nell'intero universo di Game of Thrones.

Rhaenyra e Daemon: il caos dentro e fuori Approdo del Re

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Tumbleton si discosta volontariamente dalla nuova sovrana di Westeros, che si trova ad affrontare un problema molto più grande: governare ciò che ha riconquistato. La città porta ancora i segni della crisi e Rhaenyra deve confrontarsi con una realtà scomoda: il potere può essere recuperato molto più facilmente rispetto alla fiducia del popolo. E del suo concilio ristretto.

La presenza di Alyn di Hull (Velaryon) al suo fianco da questo momento rappresenta in questo senso una delle poche note positive del suo giovanissimo regno. La sua confidenza con Rhaenyra nasce rapidamente, in contrasto rispetto alle tensioni che agitano gran parte della corte.
Eppure la politica non è fatta soltanto di alleanze tra nobili, come ben aveva chiarito anche il "banchetto dei ratti" dell'episodio precedente. Quando Ulf, di ritorno dalla taverna, le rivela la presenza di certe scritte per le strade, emerge tutta la distanza tra l'immagine di una sovrana vicina al popolo e la complessità del governare. Quello slogan, "Regina dei bastardi", usato contro di lei non è soltanto una provocazione: è il simbolo di una ferita mai realmente rimarginata e di una guerra che continua a combattere anche sul piano della propaganda.

Ancora una volta lontano da lei, Daemon vive un'esperienza destinata a segnare il suo percorso, nel suo ruolo pubblico e in quello privato. L'incontro con Rhaena e la scoperta di Sheepstealer aggiungono un ulteriore elemento di instabilità alla sua posizione. Da sempre presentato come un cavaliere capace di dominare il proprio drago e di imporsi sugli eventi, Daemon si trova per la prima volta in una situazione in cui nemmeno Caraxes risponde alla sua volontà.

È un dettaglio apparentemente secondario, ma molto importante: in una serie costruita sul legame tra sangue Targaryen e potere dei draghi, anche il più esperto dei cavalieri può perdere il controllo. Daemon non riesce a convincere la figlia a seguirlo e, ancora una volta, sceglie la strada dell'inganno, portando a Rhaenyra una testa carbonizzata per nascondere la verità. Ma non è una soluzione: al contrario, dimostra quanto il rapporto tra i due continui a essere segnato da omissioni e mancanza di fiducia.

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Chi invece percorre la via della crescita interiore e della consapevolezza è Aegon, protagonista del suo piccolo romanzo di formazione guidato da Larys Strong. Privato del trono e costretto a confrontarsi con una realtà lontana dal lusso della corte, Aegon viene lentamente spogliato dell'arroganza che lo ha sempre caratterizzato. Costretto ai lavori più umili, il giovane Targaryen deve perfino baciare un lurido stivale, nella scena più disgustosa dell'episodio, per avere salva la vita. Il suo orizzonte però, al momento, resta comunque il più luminoso. Non solo, probabilmente, l'arrivo di un altro figlio (vista la gravidanza di Helaena) ma anche il dubbio che il suo Sunfyre sia ancora in vita.

Conclusioni

Dopo episodi in cui il destino della Danza dei Draghi sembrava dipendere soprattutto dalla forza delle creature più potenti dei Sette Regni, questo capitolo sceglie una strada diversa. I draghi rimangono una presenza fondamentale, ma sono gli uomini con le loro ambizioni, le loro paure e i loro errori a determinare il futuro del conflitto. È proprio per questo che Ormund Hightower rappresenta la vera sorpresa dell'episodio. La serie riesce a trasformarlo in una figura capace di incarnare uno scontro più profondo: quello tra due idee diverse di potere. Da una parte l'eredità dei Targaryen, costruita su "oscure magie e abomini", dall'altra la visione degli Hightower, che vorrebbero sostituire la dinastia dei draghi con un ordine più vicino alla tradizione. Sullo sfondo agiscono gli altri protagonisti, nessuno dei quali è davvero al sicuro dalla perdita di controllo. Rhaenyra ha il trono ma non il consenso, Daemon non riesce più a governare nè il suo drago nè l'agire di sua figlia Rhaena, mentre Aegon deve attraversare una realtà assai lontana dall'unica che abbia mai conosciuto. Pur rinunciando a grandi battaglie e scontri spettacolari, l'episodio riesce a costruire una tensione costante attraverso le decisioni degli uomini. House of the Dragon continua così a dimostrare che la vera guerra non si combatte soltanto nei cieli e sulle terre di Westeros, ma nelle menti di chi aspira a dominarli.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
4.8/5

Perché ci piace

  • James Norton è perfetto come Ormund
  • La sostituzione di Nettles con Rhaena acquista coerenza...

Cosa non va

  • ... ma la messa in scena dei suoi conflitti interiori è eccessivamente caricata e quasi stereotipata
  • Il personaggio di Jeyne Arryn meriterebbe più tempo in scena
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