Fiorello, one man show a Roma tra il no a Weinstein e i ricordi d'infanzia

È lui il grande mattatore del secondo incontro con il pubblico alla festa del Cinema di Roma. Con Antonio Monda parla dei film del cuore e di quelli che lo hanno visto protagonista. Un vulcano di aneddoti e gag.

Canta, balla, scherza e fa il verso a Antonio Monda. "Ma chi me l'ha fatto fare!", esordisce appena salito sul palco. E continua: "Come fanno questi del cinema? Sul tappeto rosso mi hanno detto: 'Ma che ti sei messo la giacca rossa sul red carpet?!'".
Fiorello conferma le sue doti da mattatore e alla Festa del Cinema di Roma, dove è il protagonista di uno degli incontri ravvicinati con il pubblico, intrattiene la platea imbastendo il suo personalissimo one man show. Per tre anni ha detto di no a quel palco, perché "che c'entro io con il cinema? Non sono uno di quelli che guarda i film coreani premiati a Venezia!", ma alla fine ha ceduto e per oltre un'ora, come impone il copione degli incontri, si racconta attraverso cinque film che gli hanno segnato la vita.

"Gli ho dato i primi cinque titoli che mi sono passati per la testa!", ironizza prima di lanciarsi divertito nel commento delle scene dei suoi titoli preferiti, molti dei quali arrivano dritti dalla sua infanzia come Maciste, gladiatore di Sparta".

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Peplum, spaghetti western e... Tony Manero

"A Riposto, dove abitavo da bambino c'era un cinema vicino alla caserma di mio padre, appuntato della Guardia di Finanza, si chiamava Musumeci, come quello che si è candidato con Berlusconi. All'epoca si potevano lasciare i bambini in sala, e mio padre mi lasciava lì dalle quattro alle otto di sera. Avevo 5 anni e vedevo tutti i film che passavano in quel cinema, erano soprattutto film epici. Furono i primi che vidi, li lasciavano in programmazione per almeno quindici giorni, in sala eravamo in sei o sette, ero affascinato da quella forza bruta e quando tornavo a casa, volevo sollevare di tutto! E poi mi piacevano i gonnellini dei personaggi maschili, li disegnava Sabrina Salerno!".

Va matto per gli spaghetti western e E Dio disse a Caino è uno di questi: "I primi piani di quei tempi erano vere e proprie visite oculistiche", continua rincarando le battute. Poi ci sono i film sulle arti marziali, come Cinque dita di violenza, con cui scoprì "che ci si poteva menare in maniera organizzata. Fu il primo film arrivato in Italia sulle arti marziali. Era vietato ai minori di quattordici anni, ma ovviamente in Sicilia trovai il modo di vederlo. All'uscita dalla sala si picchiavano tutti", dice scherzando. Continua a rispolverare aneddoti e mima qualche mossa del film: "Se fai una cosa così a Venezia svengono, chiamano il 118". La gag sul cinema d'autore snob e sulla Mostra va avanti e su Un uomo, una donna, - "un mio amico prese la cassetta, pensavamo fosse un film porno e invece due palle!" - invita il pubblico a cantarne il motivo: "Pensa se una cosa del genere succedesse a Venezia, si alzerebbero e se ne andrebbero tutti", commenta.
Nel cuore gli rimane però l'incedere di Tony Manero ne La febbre del sabato sera, "la camminata più bella del cinema mondiale", dice prima di scatenarsi sul palco riproponendone i passi. "Avevo 17 anni e fu il primo film evento - racconta - Ricordo la fila lunghissima, molti andavano al cinema e non uscivano, all'epoca si poteva. Rimasi abbagliato da quel modo di camminare, il giorno dopo andai a fare la spesa e mi muovevo come lui, conoscevo la coreografia a memoria".
Nella top ten trovano spazio anche Steven Spielberg con Incontri ravvicinati del terzo tipo e Alan Parker con Fuga di mezzanotte, "uno dei primi film che vidi tratti da una storia vera. Quando terminò, in sala ci fu un applauso liberatore".

Amarcord, tra Citti e Minghella

Il talento di Mr. Ripley: Fiorello con Jude Law e Matt Damon

Ma il cinema, conosciuto "tra una stagione e l'altra nei villaggi. Sentivo parlare dei film dai clienti e poi li recuperavo in videocassetta", Fiorello lo ha anche fatto e il ricordo vola commosso a Cartoni animati con i fratelli Citti: "Pura poesia, un mondo quasi surreale, il solo ricordo mi commuove. Girammo a Fiumicino e ridoppiammo tutto per via dei rumori degli aerei che passavano. A parte me e qualche altro tutti gli altri erano attori non professionisti e rintracciarli per il doppiaggio era impossibile. Il risultato fu che ci sono sette personaggi che parlano con la mia voce".
Negli annali rimarrà anche la sua esibizione con Jude Law e Matt Damon ne Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella: "Ero in un locale a Capri e mi chiamarono sul palco a cantare Tu vuo fa l'americano. Proprio davanti a me nel pubblico vidi un uomo che si sbracciava ad applaudire, lo chiamai e feci cantare anche lui. Poco dopo tornai a sedermi, lui mi si avvicinò e mi chiese di parlarmi: 'Sei molto bravo, vuoi fare un film con me?'. Qualche minuto dopo mi si presentò e capii chi era! Era straordinario, simpaticissimo, salutava tutti dalla prima all'ultima comparsa, non si arrabbiava mai. Scrisse la scena di Tu vuo fa l'americano per me, raccontando quello che aveva vissuto quella sera". Ed è un amarcord, un fiume di ricordi di quando con il fratello Beppe fu costretto a rifare una scena per trentasei volte tuffandosi in mare, delle nove macchine da presa, del dialogue coach, della sua controfigura, di quando andò a Hollywood per la notte degli Oscar ed era diventato "pappa e ciccia con Meryl Streep", un viaggio che gli era costato "otto ore di aereo e una scatola di Tavor!".

Il no a Harvey Weinstein

Fare cinema non è il suo lavoro ed è per questo che disse di no a Weinstein.
"Rifiutai per pura pigrizia. Ero in vacanza in Sardegna ad agosto, mi dissero che Rob Marshall mi avrebbe voluto per una scena in Nine. - racconta riferendosi alle rivelazioni affidate ai social qualche settimana fa - Lessi il copione e dopo diversi tentativi trovai esattamente il punto in cui avrei dovuto esserci io: 'Guido incontra la mamma e balla in una sala con tavoli e sedie mentre un elegante cantante italiano canta'. Io ero il 'mentre', un elemento della scenografia. Non avrei mai rinunciato alla mia vacanza in Sardegna, per girare a 50° a Roma , poi Ferragosto incombeva e decisi di rifiutare. Weinstein, che forse non era abituato a sentirsi dire di no, mi scrisse una lettera in cui mi diceva: 'Non hai idea a chi hai detto di no e non lavorerai ma più in America'. Ma a me non interessava, chi ci viene in America: otto ore di aereo, il Tavor e poi faccio un altro mestiere: è come dire a un calciatore che non giocherà più a basket. Sticazzi!"

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