Un horror dal sapore hitchcockiano, più attento a evocare atmosfere che a strappare urla di terrore. Ferine è un progetto fortemente voluto che ha avuto una gestazione lunga e complessa, arrivando a vedere la luce grazie alla tenacia di Andrea Corsini e dei produttori Giorgia Priolo e Francesco Grisi. Seppur attento alle nuove tecnologie, Corsini si è tuffato in questo omaggio al thriller sofisticato perseguendo un'idea di cinema fatta di protagoniste bellissime e algide, inquadrature geometriche e ambienti che sembrano presi di peso da una rivista di architettura.
Anticipato dal corto omonimo, che ha fatto incetta di premi, Ferine è una pellicola al femminile che esplora i temi della maternità e dell'istinto selvaggio, che alberga in noi. Al centro della storia Irene e Dama, due donne assai diverse accomunate dal fatto di essere entrambe straniere che hanno scelto il Nord Italia come buen retiro. I loro cammini si intrecciano in una notte da tregenda narrata nel lunghissimo incipit che inaugura la pellicola e anticipa la volontà del regista di spiazzare regalandoci un'opera fuori dai canoni.
Un thriller che detta le sue regole fin dalla prima sequenza
Irene (Carolyn Bracken) è pronta a tutto pur di diventare madre. Accantonata l'attività di collezionista d'arte, la donna, che ha subito numerosi aborti spontanei, opta per la maternità surrogata aggirando la legge con l'aiuto dell'amica Rosa (Paola Lavini), assistente sociale. Ma la sua corsa in automobile per portarsi a casa la neonata appena comprata viene interrotta bruscamente da un raro esemplare di giaguaro nero sudamericano sfuggito a Dama (Caroline Goodall), cacciatrice col pallino delle bestie feroci. La drammatica perdita risveglierà in Irene un istinto primordiale che finirà per trasformarla in una creatura non dissimile dalla belva che l'ha privata della prole.
L'incipit così articolato ed evocativo mette in chiaro fin da subito le intenzioni di Andrea Corsini, dettando le regole del gioco. Nell'era dell'elevated horror, il regista bresciano, qui al suo primo lungometraggio, ci regala un'opera intensa e suggestiva in cui la componente psicologica va di pari passo con quella formale. Angolazioni atipiche, lunghi piani d'ascolto, vedute in esterni che fotografano una provincia italiana straniante, incredibilmente vuota, dettano il passo di una pellicola che si prende tutto il tempo necessario per raccontare il lento affiorare della natura ferina di Irene. Allo spettatore viene richiesto un surplus di pazienza, ma a ricompensarlo ci pensano scene di grande bellezza, impreziosite dalle musiche di Pino Donaggio, ingrediente essenziale del film che vede fondersi sensualità e raccapriccio.
Duello tra dark lady
Più che horror tout court, Ferine si colloca nell'alveo del thriller psicologico seguendo, in parallelo, l'evoluzione delle sue due protagoniste. Man mano che il film avanza, veniamo a conoscenza delle fragilità e del desiderio che logora Irene, ma anche della tracotanza di Dama, che si sente in diritto di domare la ferocia animale grazie alla sua ricchezza. Nel ruolo di Irene, l'irlandese Carolyn Bracken è chiamata a un'interpretazione fisica dove a parlare sono soprattutto lo sguardo, i gesti e i silenzi. All'opposto, Caroline Goodall sfoggia un eccesso di sicurezza che sfocia nella tracotanza dando vita a un personaggio intrigante.
Agli amanti del genere non sfuggiranno le somiglianze tra Ferine e uno dei capolavori dell'epoca d'oro di Hollywood, Il bacio della pantera. Del classico di Jacques Tourneur Andrea Corsini ha mutuato le atmosfere sospese e la scelta di raccontare l'isolamento della protagonista, immigrata in terra straniera, riproponendone perfino il nome. Irena diventa Irene in questo nuovo viaggio nel subconscio che assume l'aspetto di un incubo estetizzante. Tra gli elementi che accomunano i due film vi è anche il budget limitato, che non ha però impedito a Corsini di realizzare la sua visione proponendo un'estetica elegantissima in cui l'uso del digitale è limitato a pochi interventi mirati (il maestoso giaguaro), il tutto a favore degi effetti pratici.
L'omaggio al genere e la valorizzazione delle location
Lo sguardo di Andrea Corsini trasforma la periferia lombarda in un luogo astratto, simulacro occupato da centri commerciali e strutture industriali tanto imponenti quanto desertiche. Nella scia di maestri come Pupi Avati e Dario Argento, il regista identifica eccezionali location nostrane che sfrutta al meglio grazie a una regia attenta e ispirata. Se Irene percorre in su e giù a piedi nudi i gelidi corridoi di Villa Gontero, tripudio brutalista di cemento armato grigio e rosso circondato dai boschi piemontesi, Dama custodisce i suoi ferocissimi pet nella lussuosa Villa de Maistre, anch'essa dimora storica del torinese.
Tanti gli ingredienti sul piatto della bilancia per una pellicola che lavora più sul piano dell'evocazione che della rappresentazione. Lo stile attento e controllato di Corsini non lesina nella visione di sangue e violenza, ma cerca costantemente la bellezza nella ferocia. Questa estetizzazione raffredda la dimensione più viscerale dell'horror, il che deluderà gli amanti del jump scare e del terrore più immediato, nel tentativo di ritrovare una dimensione più adulta e cinefila. Un'operazione pretenziosa, forse, ma che rivendica l'arrivo di un nuovo autore con una voce ben precisa e l'ambizione a rinverdire i fasti del genere proponendo una sintesi intelligente tra tradizione e modernità.
Conclusioni
Una nuova voce nel panorama horror. Con Ferine, Andrea Corsini confeziona una pellicola raffinata che mette a confronto due femminilità sui generis in un viaggio nei meandri della psiche umana e della ferocia di cui l'uomo, anzi, la donna, è capace. Il tutto immerso in una periferia del Nord Italia lunare e straniante.
Perché ci piace
- Lo sguardo elegante e cinefilo di Andrea Corsini.
- La scelta delle protagoniste, al sevizio di due ruoli che lasciano il segno.
- La visione estetizzante della violenza e l'uso delle suggestive location.
- Le musiche inconfondibili di Pino Donaggio.
Cosa non va
- Lo stile intellettuale e raffinato del regista raffredda la parte più emozionale e giocosa del genere horror.
- Il ritmo lento richiede una certa pazienza da parte dello spettatore prima di entrare nel vivo della storia.