Ferine, Andrea Corsini: “Basta imitare l'horror USA: il nostro cinema riparta dalla provincia e dal gotico"

Quattro chiacchiera, interessanti e appassionate, con Andrea Corsini, regista di Ferine: dalla genesi del film ai pitch con grandi produttori internazionali, fino alla crisi della distribuzione in Italia.

Una scena di Ferine

Mentre l'industria cinematografica italiana si interroga ciclicamente sulle ragioni della diserzione delle sale, c'è chi compie il percorso più anomalo e ostinato possibile: partire dalla provincia, da un passato lontano dalle aule accademiche, per approdare a un esordio radicale come Ferine e finire a discutere di cinema su Zoom direttamente con i vertici di grandi studi internazionali. Quella di Andrea Corsini non è la consueta parabola del debuttante nostrano: il suo film, un'esplorazione cruda e carnale della regressione animale e del cannibalismo calata nel realismo della periferia industriale, arriva nei cinema distribuito in sessanta sale multiplex, tagliando fuori gran parte dei centri urbani e portando alla luce le storture sistemiche della nostra filiera.

Ferine Carolyn Bracken Cuore
Una scena dell'esordio di Andrea Corsini

Ci siamo potuti confrontare con Corsini per una conversazione fiume, informale e priva di filtri istituzionali che ci ha permesso di spaziare tra argomenti diversi, partendo dalla gestazione decennale del progetto al cortometraggio del 2020 capace di farsi notare nei festival internazionali ma accolto con diffidenza in patria. Andrea Corsini rivendica, con giusto orgoglio, una visione lontana dalle mode passeggere: il rifiuto dell'etichetta borghese di "elevated horror", la necessità di smettere di scimmiottare i cliché americani dei ragazzi isolati nei boschi e il richiamo alla grande tradizione del gotico rurale e di maestri come Pupi Avati. Tra le fatiche di un set compresso da otto a cinque settimane e il racconto inedito di un filo diretto aperto con gli studios statunitensi, Corsini traccia una diagnosi lucida e senza sconti su cosa significhi, oggi, fare vero cinema di genere in Italia.

Dalla fabbrica al cannibalismo reale: la genesi decennale di Ferine

Ci colpisce, di Corsini, un approccio che è insieme classico e moderno. Un rigore formale applicato a una visione che guarda avanti. "Io non ho praticamente fatto nessun percorso accademico classico nel cinema" ci ha spiegato il regista, "anzi: ho finito presto gli studi, vivevo in questo paese della provincia, ho fatto diversi lavori. Il cinema lo guardavo con passione. Il sogno di fare cinema è maturato in età adulta, intorno ai 27-29 anni, e ho iniziato più o meno da autodidatta. Poi ho fatto un piccolo corto, videoclip, mi sono spostato un po' in giro per l'Europa, ma sono cresciuto gli ultimi 10-12 anni con l'idea di fare un film lavorando a questo progetto." E guardando il suo esordio non possiamo che essere felici che l'approdo di questo percorso sia stato il grande schermo.

Ferine Carolyn Bracken Erba
Una scena di Ferine

"L'idea era nata super concettuale: portare l'elemento del cannibalismo come elemento di genere in una situazione di realismo. C'era una formula nella mia testa che mi piaceva esplorare. Tanto cinema di genere sul cannibalismo finiva o nelle zone esotiche alla Cannibal Holocaust, oppure negli zombie, che però per me sono un'altra specie, o nei film sugli psicopatici. La sfida era: c'è qualcosa da esplorare. Quando ho trovato il personaggio di Irene, volevo far attivare il lato animale. Ho girato intorno a questa idea finché, a un certo punto, non la voleva nessuno."

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Ma da quello spunto non è stato un cammino semplice o immediato: "Ho preparato il primo script nel 2017. Facevo i pitch e mi dicevano: 'Sì, però sai, questo è un film che in Italia...'. E poi a me dicevano giustamente: 'In questa industria così complicata, chi sei tu?'. Non avevo un percorso, non avevo quello che chiamano track record ed era un progetto ambizioso. Mi sono rimesso in discussione: ho detto 'provo a tirarci fuori un corto in cui comprimere non tanto la struttura narrativa, ma i concetti, la mia idea di regia e di visione' e così è andata."

L'errore dell'horror imitativo: "Basta ragazzi nel bosco, guardiamo alle tangenziali e a Pupi Avati"

Ferine è il manifesto di un'idea di cinema che a noi stava mancando, che non segue i canoni di un cinema imitativo, ma cerca di applicare idee e tendenze internazionali a una realtà nostrana. "Per me il problema è il cinema imitativo. Quello del tipo: 'Ho visto quella roba, la faccio anch'io'. In un festival quest'estate, frequentato dalla Roma produttiva che diceva che gli horror sono splatter e B-movie, dopo l'uscita di Obsession li sentivi ai tavoli dire: 'No, adesso devo fare un horror anch'io!'. Ma quando c'è stata la rottura tra il cinema di genere in Italia e lo spettatore? Quando si è cercato di fare un cinema che non ci apparteneva. Hanno iniziato a fare i quattro ragazzi che andavano nella 'cabin in the woods'. Quella roba lì non è nostra! Quando cerchi di farla sei estremamente anacronistico e allo spettatore non gliene frega niente, perché la vede fatta meglio e coerente da altre parti."

Lino Capolicchio in una scena de LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO
Lino Capolicchio in una scena de LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO

Ed è un peccato per un cinema come il nostro che in passato ha fatto da esempio per gli altri. "Uno dei miei riferimenti massimi come registi in Italia è Pupi Avati. Ha fatto tanti generi, ma quando fa La casa dalle finestre che ridono, una delle cose eccezionali che compie è mettere fuori il naso da casa sua e guardare intorno quello che c'è davvero. Il mio tentativo iniziale non era tanto rifarmi a un cinema del passato, ma fare un cinema coerente a me e a dove sto." Guardarsi intorno, qualcosa che un autore come Stephen King fa con successo da 50 anni, perché bisogna parlare di quello che si conosce. "Andavo in giro in tangenziale nella provincia e vedevo uno scorcio che di solito è considerato 'brutto', che il cinema tende a mettere fuori campo per inquadrare invece il borgo medievale italiano. Io mi dicevo: 'Questo è un territorio che non abbiamo ancora raccontato: la provincia industriale. Qua c'è un terreno di identità che non ho visto tanto in giro e che merita di avere un valore'."

Il mito dell'Elevated Horror e la lezione di Mike Flanagan

L'horror moderno ha dimostrato di sapere ancora intercettare la realtà e il pubblico, ma non va incasellato in definizioni classiste o fuorvianti. "Quando ho iniziato a sviluppare questo film è venuta fuori la parola 'elevated horror'. M'hanno fatto una testa così con questo elevated horror in tutti gli incontri... Più che 'elevated' o 'B-movie', che sono definizioni classiste, il cinema di genere è sempre stato un territorio contemporaneo e di sperimentazione. Il monster movie degli anni '30 era estremamente d'avanguardia. Quello che oggi hanno riscoperto definendolo con un termine a mio avviso non corretto è semplicemente l'horror nel suo stato più puro: quello di essere attuale."

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Midnight Mass: Hamish Linklater in una scena della serie

E questo è dovuto alla natura stessa del genere come è inteso dai giovani autori, che si pone come punto di incontro e raccordo. "Oggi il cinema di genere fa fatica a chiamarsi solo horror perché è diventato un territorio di confine, dove tanti generi ruotano intorno a elementi horror. È una cosa che amo moltissimo. Guarda Mike Flanagan con Midnight Mass: lui è veramente il connubio perfetto di drama con horror elements. In questo senso anche il mio film può collocarsi lì, perché a livello di scrittura avevo voglia di abitare quei territori."

Il cortocircuito della distribuzione italiana: tra 60 sale multiplex e il tabù dei cortometraggi

Emerge il problema distributivo che affligge il nostro cinema, che impatta su Ferine ma su tutti i titoli che non siano quei due o tre particolarmente attesi dal pubblico. "Abbiamo 60 sale di circuiti multiplex sparse in maniera poco uniforme sul territorio italiano, ma mancano completamente le città. Se parli di The Space c'è, ma non nei centri cittadini. A Milano l'Anteo non l'ha messo neanche a CityLife. Ed è una fetta di pubblico che manca, non è solo una questione geografica." Un problema parallelo a quello della difficoltà di comunicare un titolo agli spettatori: "Puoi decidere di vendere questo film con Caroline Bracken sporca di sangue e mettere più sangue nella locandina che in tutto il film, ma lo stai facendo perché credi a un algoritmo o perché pensi che sia l'immagine che rappresenta meglio il film?"

Ferine Carolyn Bracken Casa
Un'immagine del film di Andrea Corsini

Un dilemma cruciale, che riguarda tutto il mondo della promozione dei film. "Loro credono sia il modo per garantirsi piccoli numeri sicuri. Per fortuna Caroline spacca lo schermo ed esplode in quel poster, ma il passante casuale rischia di essere respinto pensando: 'No, lo splatter no'." Un problema di percezione a tutti i livelli, perché il nostro sistema cinema non è stato capace di valorizzare il genere dopo esser stato da riferimento mondiale. "Con il corto di Ferine nel 2020 abbiamo fatto festival Oscar-qualifying e in Italia non lo volevano. In Italia il cortometraggio non è veicolabile, è zero. C'è un anello mancante fortissimo. Chi è del settore dovrebbe capire cosa succede fuori, invece sono i primi ad avere il pregiudizio: se dici horror pensano al B-movie o allo splatter, se dici animazione pensano ai bambini."

Il confronto tra Italia e USA

Ferine Paola Lavini Elisabetta Caccamo Caroline Goodall
Una scena del film ora al cinema

Un problema che Corsini è riuscito a mettere a fuoco confrontandosi con le grandi realtà internazionali, presentato i proprio pitch anche ai vertici di grandi studios americani. "Sento che con l'Italia il percorso si è un po' esaurito, non solo per la fatica inutile, ma perché quando ero a Montréal ho firmato per Industry Entertainment, un management di Los Angeles molto importante. Tutto questo percorso nuovo che sta arrivando lo sto sviluppando pitchando agli studios americani." Un nuovo cammino che sta portando Corsini a contatto con una realtà diversa dalla nostra e ha fatto emergere un contrasto nettissimo con quanto accade dalle nostre parti. "In Italia mandi una mail e sembra che ti facciano un favore a risponderti dopo quattro settimane" laddove nel mercato americani grandi interlocutori si prendono la briga di fissare in tempi rapiti appuntamenti per ascoltare cosa si ha da proporre. "Sono interessati al cinema, sanno che per guadagnare devono valorizzare il talento e non hanno la puzza sotto il naso."

Dietro la macchina da presa: la battaglia per il piano sequenza del parcheggio

Ferine è stato anche una scuola importante per Corsini, oltre a un film decisamente riuscito, che gli ha insegnato anche a ottimizzare le risorse e il lavoro. "C'è il mondo reale e c'è il mondo delle tabelle di Excel. Leggono la sceneggiatura e ti dicono: 'Sai che è un film da 8 settimane?', poi gratta gratta siamo arrivati a 5 settimane e 3 giorni. Lì devi asciugare, tagliare scene, ma ho capito una cosa fondamentale: non puoi lottare con la stessa intensità su ogni singola scena per la stessa ragione. Se fai il compromesso ovunque, le scene da 10 diventano tutte da 7 o da 5. Devi scegliere quelle che devono restare tassativamente da 10." Una lezione per il futuro, che però non ha compromesso il lavoro sul film. Ma c'è una sequenza che è venuta fuori esattamente come l'aveva immaginata? "Un momento al quale tenevo tanto era di tornare su quel parcheggio del centro commerciale. Credo che quel posto, e come è girato, dia una bella identità al film."

Ferine Carolyn Bracken Elisabetta Caccamo
Un momento intenso di Ferine

Sono le scene per cui vale la pena lottare. "Ed è stata una delle lotte che sono riuscito tra virgolette a vincere perché non era nel territorio piemontese dove dovevamo girare, ma era in Lombardia. Però la scena, quella con la quale ho avuto le palpitazioni, è stata la performance. Perché era pensata estremamente grande e ambiziosa, e a un certo punto lo stesso impianto produttivo andava fuori giri per quella scena. E invece lì non ho mollato. Lì continuavano a dirmi abbassiamola di livello perché non riusciamo ad andare lì. Sono riuscito a tenere tutti convinti che ce l'avremmo fatta. Non l'abbiamo mai provata, ok? Questo vuol dire che noi siamo arrivati quel giorno con tre minuti di piano sequenza senza prove. E quando è finita ho detto: 'Sono riuscito a fare il mio film'"

Il futuro: un folk horror sul gotico cattolico della provincia italiana

E ora che Ferine è lì fuori ed è del pubblico, quale sarà il prossimo passo? "Sto scrivendo un film nuovo, sono ancora all'inizio, su carta. Ma la formula nella mia testa non cambia: utilizzare gli elementi di genere innestandoli nel mondo reale. Stavolta il fuoco è sulle superstizioni locali, che non amo chiamare 'folk horror', ma che appartengono al contesto dei nostri piccoli paesi a tiraggio fortemente cattolico. Quei luoghi dove convive la fede ma anche il divieto di non camminare a piedi nudi sul fieno 'perché altrimenti arriva il diavolo', tutte cose che ho vissuto da bambino." Le nostre radici, il nostro mondo, che rendono le storie più autentiche. "Voglio riprendere quel tipo di genere che in Italia abbiamo sempre saputo fare, il Gotico, ma declinarlo in chiave contemporanea totale. Ci saranno personaggi stranieri che arrivano in Italia ed esplorano questi territori da estranei, con più linee narrative che vanno a collidere, un po' come avviene in Ferine."

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