Stati Uniti, al confine con il Messico. Un uomo vestito di scuro vaga per una palude, con una sella in spalla e trascinando una cassa da morto. Ad accompagnare la scena è un brano che è divenuto un pezzo indimenticabile, così come quel pistolero solitario.
Basterebbero già queste poche parole per descrivere la forza dirompente di un film che è ormai unanimemente considerato un cult: ovviamente del western all'italiana, ma anche del cinema di genere, che dal Django di Sergio Corbucci ha tratto ispirazione negli anni successivi alla sua uscita.
In occasione dei sessant'anni dal suo esordio nelle sale italiane, avvenuto nella primavera del 1966, andiamo a riscoprire un film che è stato citato più volte da diversi autori, uno su tutti quel Quentin Tarantino che, a più riprese, ha reso omaggio allo stile di Corbucci nella sua carriera. Un regista, quest'ultimo, che ha realizzato opere di grande rilievo seguendo il proprio stile, difficilmente replicabile: non a caso, il suo Django resta semplicemente unico.
In cerca di vendetta
Al termine della guerra di Secessione, in un paese ai confini tra Stati Uniti e Messico, la fanno da padrone due bande armate. Una, capeggiata dal maggiore Jackson (Eduardo Fajardo), è formata da una setta di fanatici razzisti, che indossano fazzoletti e cappucci rossi per compiere atti di violenza, in particolare - ma non soltanto - nei confronti dei contadini messicani, considerati "inferiori". L'altra è composta da alcuni rivoluzionari messicani, guidati dal generale Hugo Rodriguez (José Bódalo): nemici giurati degli uomini di Jackson, essi sono disperatamente alla ricerca di denaro per continuare la loro personale battaglia.
Tra i due fuochi si inserisce Django (Franco Nero), un misterioso pistolero reduce dell'esercito dell'Unione, che arriva nella cittadina con una sella in spalla e trascinando una bara. Dopo aver ucciso alcuni banditi e salvato Maria (Loredana Nusciak), una prostituta respinta tanto dai messicani quanto dai criminali incappucciati, Django fa il suo ingresso nel saloon gestito dal pavido Nataniele (Ángel Álvarez). Lì attenderà Jackson, che provocherà il pistolero insieme a quattro suoi uomini, i quali verranno però uccisi da Django, che si dimostrerà ancora una volta formidabile con la pistola in mano. Jackson, risparmiato, tornerà una seconda volta in paese, stavolta con oltre quaranta scagnozzi incappucciati, per eliminare Django. Il quale, però, avrà una risorsa segreta ad aiutarlo: una mitragliatrice, nascosta nella bara che portava con sé. Assestato un ulteriore colpo alla banda di Jackson, per Django arriverà il momento di incontrare anche il generale Rodriguez, che avrà una proposta per il pistolero, il quale dovrà però rinviare il compimento della vendetta per l'uccisione di sua moglie...
Alle origini del western all'italiana
Dopo gli albori (vedi Duello nel Texas, 1963), il periodo d'oro del western italiano era esploso con l'arrivo di Per un pugno di dollari (1964), il primo dei capolavori di Sergio Leone. Così, si crearono sostanzialmente due percorsi paralleli. Quello più rinomato, disegnato dal regista romano, e quello portato avanti da tanti altri autori (da Duccio Tessari a Giorgio Stegani e Giorgio Ferroni, solo per citarne alcuni), che si contraddistinguevano per alcune caratteristiche. In particolare, per gli omaggi ai classici americani; per le ambientazioni "nostrane" che eppure si adattavano quasi magicamente alle storie di frontiera; per l'appassionante costruzione narrativa; per la personalità dei protagonisti (da Clint Eastwood a Giuliano Gemma, ovvero due dei volti più amati dal pubblico) e per le straordinarie colonne sonore (scritte da compositori come Ennio Morricone, Francesco De Masi, Gianni Ferrio e Benedetto Ghiglia, che furono i primi a delineare nuove sonorità nel western).
Tanto le opere di Sergio Leone - che rimanevano i riferimenti dell'intero filone western e, più in generale, del cinema italiano dell'epoca (sarebbero arrivati presto anche Per qualche dollaro in più e Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo) - quanto quelle degli altri registi, avevano in comune l'azione, l'avventura e, a volte, anche un pizzico di umorismo, ma pure una forte connotazione drammatica e, spesso, una cruda violenza. Ma quest'ultimo aspetto raramente veniva ostentato, soprattutto nel periodo che va dal 1963 fino agli inizi del 1966. Eppure, un nuovo film avrebbe segnato un punto di rottura, o se preferite di cambiamento, nello stile generale del western italiano: proprio Django.
Un western controcorrente
Sergio Corbucci, anch'egli romano, era un regista di grande esperienza e versatilità. Tra gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta aveva diretto commedie (tra cui alcune con Totò, come Chi si ferma è perduto, I due marescialli e Gli onorevoli), drammi e peplum (il genere che aveva spopolato al botteghino prima dell'avvento del western). Tra il 1964 e il 1965 anche Corbucci iniziò a misurarsi con il western, con Massacro al Grande Canyon e, soprattutto, Minnesota Clay, oggi considerato un piccolo grande gioiello.
Ma Corbucci ambiva a qualcosa di differente. La sua visione non collimava con quella leoniana, non solo nello stile ma anche nel contenuto: Django dimostrò con precisione gli intenti del regista. Il protagonista è un pistolero ed ex soldato nordista dal passato tormentato, strabiliante con la pistola tra le mani, spinto da un incrollabile spirito di vendetta ma anche da una spiccata avidità, la stessa che lo farà precipitare nel fango prima dell'indimenticabile resa dei conti finale. Il maggiore Jackson e i suoi uomini non sono altro che membri del Ku Klux Klan (quello sorto immediatamente dopo la fine della Guerra di Secessione nel 1865), e ovvero dei suprematisti bianchi americani, che si caratterizzavano attraverso cappucci bianchi, croci infuocate e una furiosa violenza razzista, con la quale negavano i diritti degli afroamericani, cui era stata invece restituita la libertà con l'abolizione della schiavitù. La prima era del Klan avrebbe avuto vita breve, ma Django è ambientato proprio nel periodo in cui esso era in azione. Vi è poi l'eterna questione della lotta tra americani e messicani sulla linea di confine, qui descritta con l'odio profondo tra gli scagnozzi di Jackson e gli uomini del generale Rodriguez.
Infine, l'utilizzo della violenza, che qui sfiora anche il sadismo, incluse mutilazioni e feroci uccisioni, mai così cruente nei western italiani precedenti. Ma per Corbucci la violenza non è uno strumento descrittivo da utilizzare per distinguersi: è piuttosto qualcosa che fa parte della cattiveria dell'uomo, e come tale va mostrata senza tralasciare alcun dettaglio, in una visione cupa e pessimistica che sarà ancora più evidente in successive opere del regista.
Django si distinse nettamente dai western italiani prodotti fino alla sua uscita, tanto per l'essenzialità nella messa in scena, quanto per i contenuti che persino il western classico difficilmente aveva affrontato. Un impatto così forte da dare avvio a una lunga serie di film che da Django hanno tratto ispirazione, seguendone attentamente ogni aspetto, secondo una visione del tutto rinnovata. Va detto che questi titoli derivativi non hanno trovato molto apprezzamento nella critica, ma certamente nel pubblico, avendo il western italiano trovato con esso ulteriore spinta e proseguendo sostanzialmente su due modi di intenderlo: quello con i "volti puliti" alla Leone, e quello con i "volti sporchi" alla Corbucci, di cui Franco Nero fu l'indimenticabile capostipite.
L'eredità di Django e l'omaggio di Tarantino
Da Django spara per primo (1967) e Pochi dollari per Django (1967) a Django il bastardo (1969), Django sfida Sartana (1970), W Django! (1971), Arrivano Django e Sartana... è la fine (1971), passando per Preparati la bara! (1968), che a Django è direttamente collegato, sono molti i western italiani che hanno preso addirittura il titolo dall'opera di Corbucci, e di conseguenza lo stile, e ne condividono lo spirito sebbene, come detto, non vengano ricordati con particolare entusiasmo. Certamente meno rispetto a diamanti di riconosciuta cifra artistica come i successivi Arizona Colt (1966), La resa dei conti e I giorni dell'ira (1967), Corri uomo corri (1968), Tepepa (1969) e moltissimi altri ancora, firmati da registi come Giulio Petroni, Sergio Sollima e Tonino Valerii, giusto per citare i più conosciuti.
Nel frattempo, Sergio Leone proseguiva il proprio straordinario percorso con C'era una volta il West (1968), ma anche Corbucci avrebbe definito ancora meglio il proprio cinema, con opere persino più nichiliste di Django, come il magnifico Il grande silenzio (1968) e Gli specialisti (1969), intervallate dal poco ricordato I crudeli (1967) e dai più spettacolari Il mercenario (1968) e Vamos a matar compañeros (1970). Leone e Corbucci hanno definito un nuovo modo di raccontare le storie di frontiera, anticipando persino il western revisionista di Sam Peckinpah e di altri autori della New Hollywood, che tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta avrebbero cambiato il genere anche negli Stati Uniti (in particolare sulla questione dei nativi d'America).
Se il western ancora oggi viene rivisitato e omaggiato, è merito di registi che hanno contribuito a tramandarlo nel corso degli anni, esplorando sentieri non ancora avvicinati. Chi sul citazionismo ha costruito il proprio stile è senza dubbio Quentin Tarantino, che con Django Unchained (2012) ha preso dall'originale il nome del protagonista, la tematica del razzismo e le musiche di Luis Enrique Bacalov, utilizzando tre brani della splendida colonna sonora che il compositore argentino aveva scritto per il film di Corbucci. In particolare, il tema principale di Bacalov e Franco Migliacci sul quale cantava Rocky Roberts, e che apre sia Django che Django Unchained, ma anche i brani Town of Silence e La Corsa (Seconda Versione). Vi è poi la tematica del razzismo in comune tra i due film, sebbene l'opera tarantiniana sia ambientata nel 1859, quindi con la schiavitù dei neri ancora in vigore e prima della Guerra di Secessione, a differenza della pellicola di Corbucci che a quest'ultima è successiva. I punti di attinenza tra le due opere si concludono con il cameo che Franco Nero ha regalato a Tarantino, in una famosa scena dove l'attore appare insieme a Jamie Foxx.
Django viene direttamente citato anche in altre opere, e non v'è dubbio che accadrà ancora in futuro. Sebbene il cult di Corbucci, patrimonio del cinema italiano, rimarrà unico, nel suo essere così meravigliosamente particolare.