Dal 28 agosto è finalmente disponibile su Apple TV la seconda stagione di Dark Matter, la serie con protagonisti Joel Edgerton e Jennifer Connelly che ridefinisce il concetto di multiverso per descrivere la labirintica complessità dell'animo umano. Questi nuovi episodi ci mettono davanti, infatti, a un interrogativo affascinante: avere un intero multiverso a disposizione è un'opportunità o una trappola? Lo abbiamo chiesto agli interpreti di Jason e Daniela Dessen, o meglio, delle loro tante incarnazioni, per comprendere le sfide nel dare vita a una vicenda complessa e a personaggi così intricati.
La ricerca di un porto sicuro
Interrogato sulle dinamiche della serie, Edgerton non ha dubbi su cosa farebbe nella realtà: "Se avessi accesso alla scatola, non ci entrerei. Personalmente non rischierei", scherza l'attore all'inizio dell'intervista. Ora che il potenziale della Scatola è noto e accessibile a più persone, le possibilità narrative sono infinite ma nonostante questo la scelta del team creativo è stata quella di evitare la dispersione, ancorando la trama a concetti profondamente umani e quotidiani. La fantascienza diventa così un espediente per esplorare dilemmi domestici, come la ricerca di un posto sicuro e la difficile decisione di conservare o distruggere una tecnologia così potente.
Recitare l'ignoto: un "esperimento mentale"
Dal punto di vista recitativo, calarsi in tali situazioni ha rappresentato un'esperienza inedita. Jennifer Connelly sottolinea la mancanza di un punto di riferimento reale: se per altri ruoli è possibile documentarsi intervistando esperti (come un neurochirurgo), per il viaggio interdimensionale questo non è realizzabile. A questo proposito, Edgerton ha aggiunto con ironia che "c'è chi è sopravvissuto all'attacco di uno squalo, ma nessuno è mai stato nel multiverso, a meno che non si trovi in un manicomio... o non abbia preso dei funghetti".
La vera minaccia: la tentazione della fuga
Ma qual è il vero pericolo per la famiglia Dessen in questa seconda stagione? La risposta abbraccia sia i pericoli esterni sia le ferite psicologiche interiori. Se da un lato esistono i rischi legati a ciò che può uscire dalla scatola o agli imprevisti del viaggio, dall'altro, come ricorda l'interprete di Jason, il reale focus si sposta sull'impatto psicologico dell'avere a disposizione una via di fuga permanente: "C'e un forte accento su cosa fa la possibilità alla psiche e su cosa fa la scelta infinita... e anche su cosa la possibilità di fuggire da un mondo fa alla tua relazione con il mondo in cui hai scelto di vivere. Se puoi dire subito: 'Beh, questo non fa per me, me ne vado', allora cosa dice questo delle tue convinzioni?"
Questo dramma interdimensionale si riflette inevitabilmente nelle dinamiche familiari, esplodendo nel rapporto con il figlio adolescente dei protagonisti. Di fronte alla tendenza dei genitori a scappare dai pericoli cambiando universo, il ragazzo rivendica il proprio radicamento e la volontà di affrontare la realtà, affermando con forza: "Ma questo è il mondo in cui voglio vivere". Una reazione che trasforma la vasta esplorazione del multiverso in un'intima e umanissima lotta familiare.