Intervistato da Deadline in occasione del cinquantennale di Taxi Driver(uscito nell'incredibile annata del 1976 accanto a pietre miliari come Rocky, Tutti gli uomini del presidente e Quinto potere), Paul Schrader ha demolito il mito romantico dietro la nascita della pellicola di Martin Scorsese. A partire dall'atteggiamento della Columbia Pictures, che all'epoca non aveva la minima idea di ciò che si trovava tra le mani.
Il veleno su Rocky e la notte degli Oscar
"La Columbia era stata colta del tutto di sorpresa dal successo", ha ammesso lo sceneggiatore Paul Schrader. "Avevano archiviato il film come un corpo estraneo, un "outlier", e proprio per questo non fecero nessun test di mercato e non investirono un dollaro nel marketing.
Taxi Driver Era una di quelle sceneggiature che giravano per Hollywood da anni: tutti dicevano che era bellissima, ma che doveva produrla qualcun altro". A salvare il progetto fu una lettera della produttrice Julia Phillips al capo dello studio David Begelman: una scommessa sul futuro di una banda di giovani talenti che, in cambio del semaforo verde, avrebbero "dovuto un favore" alla major. E andò così: i Phillips si sdebitarono portando alla Columbia Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Taxi Driver fu snobbato agli Oscar, nonostante la Palma d'Oro a Cannes ottenuta contro il parere del presidente di giuria Tennessee Williams. Una sconfitta che a Schrader non ha mai tolto il sonno. Anzi, il bersaglio del suo sarcasmo è ancora oggi il trionfatore di quella notte: Rocky.
"Dissi a Marty anni fa: se la tua priorità è vincere un Oscar, devi rivedere le tue ca..o di priorità. L'unico modo per sbagliare davvero quell'anno era dare il premio a Rocky". A far imbestialire Schrader fu un dettaglio apparentemente innocuo: le tartarughe domestiche di Rocky Balboa.
"Quando vidi Stallone al cinema con la boccia del pesce rosso e le tartarughe, saltai sulla sedia. Mi sembrò un trucco economico e calcolato per rendere un esattore della malavita più simpatico e umano, una manipolazione per alzare i punteggi nei test di mercato. Taxi Driver non si è mai sottoposto a quel sistema di schede, sapevamo già come sarebbero tornate indietro".
La folle caccia al "pappone bianco" e la vera Iris
Il retroscena più surreale riguarda le pressioni della produzione per edulcorare la sceneggiatura. La Columbia era terrorizzata dall'idea che Travis Bickle - un veterano del Vietnam alienato - facesse una strage uccidendo solo criminali afroamericani, temendo che scoppiassero rivolte razziali nelle sale. La soluzione dello studio? Imporre che il protettore della giovanissima Iris (Jodie Foster) fosse bianco.
Scorsese accettò e affidò la parte a Harvey Keitel, ma c'era un problema: i papponi bianchi nella New York degli anni '70 non esistevano. "Mi mandarono a cercarne uno tra la 103esima e la 122esima strada", ricorda Schrader. "Non ne trovai nessuno, ovviamente. Keitel dovette inventarsi il personaggio da zero".
Durante quella discesa negli inferi di Manhattan, Schrader incontrò però una tossicodipendente di nome Garth Avery: "Lei era la vera Iris. Tutto quello che Jodie fa nel film, quella ragazza lo faceva mentre facevamo colazione in un diner". La Avery era così identica al personaggio che Scorsese le diede un piccolo ruolo nel film (è la compagna di Iris nella pellicola), prima che morisse di overdose pochi anni dopo.
Dal disagio personale alla leggenda
L'ispirazione per Travis Bickle nacque dal momento più buio della vita di Schrader: cacciato dall'AFI, con un matrimonio fallito alle spalle e licenziato dal lavoro di critico, si era ritrovato a vagare per New York dormendo nei cinema porno e finendo in ospedale con un'ulcera perforante.
I taxi gialli gli sembravano bare su ruote. A questo isolamento si aggiunse l'ossessione mediatica dell'epoca per i tentati omicidi politici (come quello di Arthur Bremer al governatore Wallace o di Sara Jane Moore al presidente Ford), che dominavano le copertine di Time e Newsweek.
"Bastava sparare al presidente per diventare una celebrità. Pensai: 'Mio Dio, è così facile diventare una stella? La tentazione deve essere enorme'. È così che la storia è passata dall'essere un racconto di pura solitudine a qualcosa di molto più grande". Cinquant'anni dopo, quel viaggio nella mente di un folle resta una pietra miliare insuperata. E il motivo, secondo Schrader, è semplicissimo: "L'originalità nel cinema non si inventa a tavolino. Viene solo dall'esperienza reale".