Alla premiere di Josephine al Sundance 2026, Channing Tatum confessa di aver pianto più volte durante la proiezione. Il film, scritto e diretto da Beth de Araújo, lo ha portato a riconsiderare il rapporto con sua figlia e il modo di comunicare.
Il caso "Josephine" e le lacrime in sala
La mattina dopo la première a Park City era chiaro che Josephine fosse diventato il primo fenomeno Sundance del 2026. Presentato nella sezione U.S. Dramatic Competition, il film di Beth de Araújo - basato su un episodio traumatico vissuto dalla regista da bambina - ha chiuso la proiezione con una lunga standing ovation all'Eccles Theater e un cast visibilmente emozionato.
Sulla carta, Josephine sembra un dramma familiare; nella pratica, è un film che lavora sul non detto, sul silenzio pesante di una bambina dopo un trauma e sulla goffaggine degli adulti che cercano di consolarla senza avere il linguaggio giusto. Nei ruoli dei genitori troviamo Channing Tatum e Gemma Chan, affiancati da Mason Reeves, in una storia dove gli adulti non sono semplicemente figure protettive, ma esseri fragili di fronte al dolore altrui.
Durante un incontro al Variety Studio presented by Audible, il giorno successivo alla première, Tatum ha raccontato di aver avuto una reazione emotiva fortissima vedendo il film completato, arrivando a commuoversi più volte: "Ho pianto cinque, sei, sette volte durante la proiezione" ha confessato. Una delle scene che lo ha travolto è stata quella in cui la giovane protagonista scruta il mondo fuori dalla finestra e disegna ciò che vede: "Non ero presente sul set quando è stata girata. Mi sono messo a piangere. Era così bella", ha detto, aggiungendo che molti momenti della storia obbligano lo spettatore a ripensare alla propria infanzia e ai propri figli.
Tatum, la paternità e la forza autoriale di Beth de Araújo
Al di là dell'emotività, colpisce la maniera in cui Josephine ha costretto Tatum a guardarsi allo specchio come padre. Con una figlia ancora in età scolastica, l'attore ha ammesso che il film ha influenzato la sua percezione del ruolo genitoriale: "Ho una figlia, e mi ha fatto guardare a me stesso, al mio modo di essere padre, a quale connessione abbiamo e a come sto comunicando le cose". Parole che mostrano come il film non sia solo un esercizio stilistico, ma un dispositivo emotivo che scardina certezze.
Tatum non ha risparmiato elogi alla regista-sceneggiatrice, confermando che Beth de Araújo non punta a "fare cinema" in senso convenzionale, ma a raccontare una storia con un'identità precisa: "Sono rimasto stregato dal suo primo film e fortunato che mi abbia mandato la sceneggiatura. Coraggiosa non è nemmeno la parola, è stata audace. Non sta cercando di fare un film, sta cercando di raccontare una storia che non è mai stata raccontata". Una dichiarazione che dà il senso di quanto Josephine ambisca a posizionarsi oltre il realismo tradizionale.
La pellicola gioca con una messa in scena che rischia, sperimenta, non chiede il permesso: un cinema artigianale nel senso più estetico del termine, che Tatum descrive come "un modo magistrale di affrontare temi difficili". Ed è proprio questa combinazione di delicatezza e durezza che pare aver conquistato il pubblico e i selezionatori dei festival: dopo Sundance, Josephine volerà infatti al Berlin International Film Festival, confermando una traiettoria internazionale già in partenza.
Non è solo una storia di trauma, ma una storia sul linguaggio, sulla cura e sulla fatica di capirsi. E se un attore come Tatum - abituato a ruoli fisici, leggeri, spesso commerciali - si ritrova in lacrime a riflettere sulla propria paternità, significa che Josephine, più che un titolo Sundance, è il tipo di film che resta a lungo, anche a proiezione finita.