Dopo essere diventato il più giovane regista della storia di A24, Kane Parsons prende posizione contro l'intelligenza artificiale generativa. Per il creatore di Backrooms, l'IA rischia di impoverire la creatività e rappresenta un problema culturale prima ancora che tecnologico.
Kane Parsons contro l'intelligenza artificiale: "Fa perdere il senso stesso della creazione"
Per molti spettatori il nome di Kane Parsons è legato a Backrooms, il fenomeno nato su YouTube che, partendo da una semplice idea horror, si è trasformato in un vero progetto cinematografico targato A24. Una parabola quasi surreale, costruita attraverso anni di sperimentazione, software gratuiti e notti trascorse davanti a un computer tutt'altro che potente. Proprio per questo motivo, forse, le sue parole sull'intelligenza artificiale assumono un peso particolare.
Intervistato da The Australian, Parsons ha espresso una posizione estremamente netta sul tema, allontanandosi da quella curiosità tecnologica che negli ultimi mesi ha conquistato parte dell'industria dell'intrattenimento. "Credo di pensarla come la maggior parte delle persone equilibrate. Se potessi schioccare le dita e far sparire per sempre l'intelligenza artificiale generativa, probabilmente lo farei", ha dichiarato.
Secondo il regista, utilizzare questi strumenti nel processo creativo significa privarsi proprio dell'aspetto più importante del lavoro artistico. "Dal punto di vista creativo non provo alcun piacere nell'utilizzarli. Per me annullano completamente il senso dell'esperienza."
Parsons, però, evita di trasformare il discorso in una semplice condanna assoluta. Alcune applicazioni tecniche, soprattutto nel settore degli effetti visivi, potrebbero avere una loro utilità pratica. Il problema, spiega, nasce quando la discussione viene affrontata ignorando ciò che sta già accadendo intorno all'industria. Per il giovane autore esistono infatti conseguenze concrete che stanno emergendo proprio adesso, mentre il settore continua a interrogarsi sul ruolo che queste tecnologie avranno nei prossimi anni.
Dai cartelloni pubblicitari ai film: perché l'IA diventerà un tema delle sue opere
La parte più interessante delle riflessioni di Parsons arriva forse quando smette di parlare della tecnologia come strumento e inizia a considerarla come fenomeno culturale. Paradossalmente, infatti, il regista non vuole usare l'intelligenza artificiale per creare le sue opere. Vuole raccontarla.
"Quello che mi interessa davvero è analizzarla dal punto di vista artistico", ha spiegato. "Viviamo già in un mondo in cui basta uscire di casa per trovare cartelloni e immagini che sembrano prodotti da un'intelligenza artificiale. Sono diventati parte della nostra realtà visiva." Nella sua lettura, il fenomeno va ben oltre la semplice innovazione tecnologica.
"Per me l'intelligenza artificiale generativa assomiglia meno a un progresso e più a un sintomo di un degrado culturale ed economico più ampio." Una definizione forte, destinata probabilmente a generare nuove discussioni in un periodo in cui sempre più studi stanno valutando come integrare questi strumenti nelle proprie produzioni.
Eppure la storia personale di Parsons racconta qualcosa di diverso. Prima di arrivare ad A24, il regista aveva imparato da autodidatta utilizzando Blender, software gratuito di grafica tridimensionale, seguendo tutorial trovati online e sperimentando per anni su un computer che lui stesso ha definito piuttosto scadente.
Nessuna scorciatoia tecnologica, nessun algoritmo capace di generare idee al posto suo. Soltanto curiosità, pazienza e una quantità enorme di tentativi. Per Parsons la creatività nasce dall'attrito, dagli errori, dal tempo investito nel trovare una soluzione. Elementi che richiedono fatica ma che, alla fine, costruiscono qualcosa di personale.
Ed è forse per questo che il giovane autore guarda con sospetto un futuro in cui la velocità rischia di diventare più importante della ricerca. Non perché la tecnologia faccia paura, ma perché il percorso che porta a un'opera spesso conta quanto l'opera stessa.