Watchmen

2009, Azione

Watchmen: 10 anni di un cinecomic incompreso

Watchmen, il film di Zack Snyder, tratto dal fumetto di Alan Moore e Dave Gibbons usciva 10 anni fa: un adattamento sfortunato che oggi proviamo a rivalutare.

Ho sentito una barzelletta: un uomo va dal dottore, gli dice che è depresso, che la vita gli sembra dura e crudele, gli dice che si sente solo in un mondo minaccioso. Il dottore dice: "La cura è semplice, il grande clown, Pagliacci, è in città! Lo vada a vedere, la dovrebbe tirar su!". L'uomo scoppia in lacrime: "Ma dottore...Pagliacci sono io!". Buona questa. Tutti ridono. Rullo di tamburi. Sipario.

Watchmen

Lo smile non ha più niente da ridere. Sangue rosso scorre sull'icona sorridente. Il Comico è morto nella città che piange pioggia, nella città in cui anche i clown sono depressi, nella città che ha vomitato i suoi paladini. Si apre così il film Watchmen, con la caduta di un sogno, con l'ottimismo sconfitto, con il luminoso giallo che si arrende al buio. Poco più tardi Simon & Garfunkel saluteranno la loro amica oscurità cantando del "suono del silenzio" durante il funerale di un uomo per cui nessuno verserà lacrime. Bastano questi indizi per calarci nell'atmosfera depressa e deprimente di uno dei cinecomic più complessi, coraggiosi e incompresi di sempre, ovvero quel Watchmen che 10 anni fa usciva nelle sale di tutto il mondo. Tratto dal capolavoro di Alan Moore e Dave Gibbons, autori di uno dei fumetti in grado ribadire con classe il valore letterario della nona arte e di gettare inquietanti nubi sul ruolo dei vigilanti mascherati, il film di Zack Snyder è un'impresa titanica sin dagli intenti.

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Trasporre sul grande schermo un'opera così densa, complessa e stratificata è una sfida per tre tipi di persone: i folli, gli ingenui o i devoti. Snyder forse appartiene a tutte le categorie, ma sarebbe da ingrati non riconoscere al regista che molti amano odiare di non averci messo passione, cuore e sacro rispetto per una fonte di inestimabile valore. Molti potrebbero dire: "Che senso ha girare un film che perde in partenza ogni confronto con l'originale?". La risposta, sin troppo facile e banale, recita: "Ha davvero senso paragonare due linguaggi affini ma difformi come il cinema e il fumetto?". Dunque non è tanto questo che faremo qui (accenneremo soltanto a qualche confronto). Quello che faremo qui è tentare di capire cosa sia andato storto esattamente dieci anni fa, quando il 6 marzo del 2009 lo sfortunato cinecomic snyderiano arrivava al cinema assieme alla sua aria di sventura.

Jeffrey Dean Morgan, Malin Akerman, Billy Crudup, Matthew Goode, Patrick Wilson e Jackie Earle Haley sono i vendicatori mascherati del film Watchmen

Costato 130 milioni di dollari, Watchmen arriva a incassarne "soltanto" 185. La critica si divide, il pubblico è tiepido, un film ambizioso passa in sordina, confermando il distacco aprioristico di Alan Moore e le perplessità di chi considerava infilmabile l'intoccabile graphic novel. Troppo enorme per essere compressa in un film, ma non così intraducibile per non essere compresa da Snyder, perché l'opera cinematografica Watchmen esaspera, semplifica e tradisce a tratti, ma riesce a cogliere l'anima inquieta di un immaginario decadente, lercio e disperato. Dunque, eccoci qui a sporcarci le mani ripensando a un film sfortunato. A una pellicola incompresa, il cui insuccesso non fa che confermare la tristezza del Comico, la sociopatia di Rorschach e l'incolmabile tristezza bluastra del Dottor Manhattan. Siamo qui per chiedervi scusa, eroi malinconici. Non servirà, ma dovevamo farlo.

1. Con rispetto, senza soggezione

Patrick Wilson e Malin Akerman in una scena del film Watchmen

Se sei fedele, non hai personalità. Se cerchi nuove strade, sei blasfemo. È questo il paradossale limbo in cui è stato rinchiuso Zack Snyder grazie a (o meglio, per colpa di) Watchmen. Un purgatorio senza via d'uscita in cui sei in errore a prescindere, colpevole di aver scomodato un mostro sacro della letteratura. Da queste parti, invece, lodiamo la consapevolezza con la quale Snyder (non esente da errori, sia chiaro) ha approcciato all'adattamento di una graphic novel verso cui ha mostrato rispetto, ma non soggezione, comprensione, ma non timori reverenziali sfociati nel pavido compitino da 6 in pagella. Che sia un peccato oppure no, va dato atto a Zack Snyder di aver avuto coraggio e di aver dimostrato a tutti di aver amato l'opera di Moore e Gibbons sino a estirparne il suo significato più profondo e destabilizzante. Watchmen non è un film perfetto. Ha dei problemi di ritmo, l'indagine di Rorschach è sfilacciata, Snyder perde spesso il senso della misura cercando di esasperare lo spettacolo laddove non ce n'era bisogno. Però, davanti all'abilità con cui ha messo in scena il malessere dei supereroi e nei confronti dei supereroi, non si può rimanere indifferenti. Dieci anni dopo sentiamo di premiare l'audacia, il rischio, l'azzardo. Perché la voglia di strafare, questa volta, è figlia del troppo amore e di un entusiasmo scoordinato ma sincero. Avercene di cinecomic con una visione d'insieme come Watchmen. Con un'idea di cinema ambiziosa e di messa in scena ardita come Watchmen. Ben vengano le follie consapevoli come questa.

2. Titoli di testa come si deve

Dr. Manhattan si riflette nell'elmetto di un astronauta in una scena del film Watchmen

Più di 400 tavole condensate in poco meno di tre ore. Per riuscirci devi avere il dono della sintesi. Un pregio non facile da trovare dalle parti di un regista tracotante e barocco come Zack Snyder, spesso prodigo di orpelli. Però, basta guardare i memorabili titoli di testa di Watchmen per scorgere le meravigliose capacità riassuntive del cinema. L'opening del film, senza dubbio tra le scene migliori assieme alla lunga sequenza in cui scopriamo il passato doloroso del dolente Dottor Manhattan -e, va detto, tra i migliori titoli di testa nei film di supereroi - racchiude dentro di sé un patrimonio iconografico ricchissimo. Storia americana, arte, imprese ed echi mediatici si fondono alla perfezione. Il tutto calando gli antieroi di Watchmen in un contesto socio-politico ucronico ma realistico. Il tutto mentre la ballata pacifista The Times They Are A-Changin, cantata da Bob Dylan, sottolinea drammi e miserie della natura umana.

3. La forza del contesto

Billy Crudup in una scena del film Watchmen, tratto dalla celebre graphic novel di Alan Moore

Troppo innamorato dei suoi superuomini per dare spazio anche alle città e ai mondi che abitano. Nel cinema di Snyder giganteggiano personaggi glorificati, idolatrati, resi ancora più enormi da una regia che ne esalta al rallentatore ogni calcio o pugno. Un cinema in cui i corpi sovrastano e soffocano ogni ambientazione, insomma. Critica fondata mossa al regista dopo film come Batman v Superman: Dawn of Justice in cui emerge la grave mancanza delle città in cui si muovono i suoi paladini. Watchmen, invece, è la tipica eccezione che conferma la regola. Mai in un film di Snyder si è sentita così forte e penetrante la presenza del contesto urbano, sociale, culturale e politico in cui sono immersi i suoi personaggi.

Matthew Goode e Jeffrey Dean Morgan in una scena del film Watchmen

Attraverso il diario di Rorschach, scritto con buone dosi di inchiostro e sociopatia, riusciamo a sentire il fetore di una New York imbastardita, un covo di anime in pena che nessuno ha più voglia di salvare. Il cinismo voyeuristico dei media e il trucco grottesco di Nixon ci catapultano dentro una distopia torbida, in cui le figure di riferimento, quelle con il timone in mano, non hanno soluzioni per evitare un inevitabile naufragio collettivo. Schermi, locandine, scritte sui muri ("Who watches the watchmen?") trasudano malessere e insofferenza nei confronti di un mondo al collasso. La gente non crede più nelle istituzioni, figuriamoci nei supereroi. Watchmen è in incubo oscuro che prende atto della natura ostile dell'uomo verso l'uomo. Non c'è amore, non c'è empatia, non c'è speranza. Il male minore è l'unico antidoto per svegliarsi dal sogno americano che si è avverato sin troppo bene.

4. Depressi, stanchi, sadici, lontani: personaggi respingenti

Jeffrey Dean Morgan e Carla Gugino in una scena di Watchmen

Perché Watchmen non ha avuto successo? Cosa è andato storto a questo gruppo di disperati paladini rigettati dalla gente che volevano proteggere? Assurdo e paradossale da dire, ma l'insuccesso del film conferma un suo grande merito. Perché aver respinto il pubblico conferma che Snyder è riuscito a cogliere l'anima maledetta e perduta dei personaggi di Moore. Un burbero sociopatico mascherato (Rorshach), un sadico stupratore compiaciuto (il Comico), un genio gelido (Ozymandias), una donna infelice e figlia della menzogna (Spettro di Seta), un ex-vigilante vinto dal tempo e dalla nostalgia di un tempo che ha paura di rivivere (Gufo Notturno) e infine un superuomo talmente deluso dalla natura umana da distaccarsene con indifferente superiorità. La pancia di Watchmen ha partorito personaggi respingenti, disturbanti, impermeabili a qualsiasi tipo di empatia. Il risultato è un panorama costellato da buchi neri che non brillano negli occhi del pubblico. Un film nauseato e nauseabondo, talmente marcio da non avvicinare certo i ragazzini alle gesta dei suoi paladini sconfitti, perduti e perdenti. Non un buon bigliettino da visita per un cinecomic che si condanna da solo alla nicchia.

5. È stato e sarà sempre troppo presto

Malin Akerman e Billy Crudup in una scena del film Watchmen

Correva l'anno 2009. Al tempo si andava alle origini del mito di Wolverine, venivano posati i primi mattoni del Marvel Cinematic Universe con L'incredibile Hulk e Iron Man a fare da mattatore sbarazzino, Christopher Nolan aveva reso realistici e credibili i supereroi con quel capolavoro chiamato Il cavaliere oscuro. Fatta eccezione per la visione nolaniana, che esplorava con un approccio politico il ruolo dei supereroi nella società contemporanea, il cinecomic prediligeva ancora storie ironiche, spensierate, di puro intrattenimento. Pellicole costruttive, utili a dare forma, corpo e valore ai propri personaggi. In un tempo in cui si stava fondando una nuova mitologia, Watchmen faceva esattamente l'opposto: smitizzava, decostruiva, metteva in scena il canto del cigno di una figura che altri stavano idolatrando.

Jackie Earle Haley nei panni di Rorschach in una scena di Watchmen

Troppo in anticipo sui tempi, il film di Snyder è stato vittima di questo divario abissale tra la parabola ascendente di un genere e la sua natura profondamente nichilista. Non un film con i supereroi, ma un film sui supereroi. Un film in cui i paladini venivano messi alla berlina, ripudiati, ritenuti freak da cui prendere le distanze. Il pubblico ha fatto lo stesso. Oggi sappiamo meglio il perché. Ritenendo che un confronto con il fumetto sia d'ausilio alla comprensione di Watchmen, quanto una fotografia dell'ossigeno a un uomo che affoga, ci piace pensare che fosse questo il destino metacinematografico di Rorschach e compagni. Quello di essere condannati a rimanere ai margini, sconfitti, lontani dal cuore e dalla stima della loro gente. Soli, in compagnia dei loro demoni e ai loro rancori. Sempre lì: fuori posto, fuori tempo. Troppo in anticipo per essere compresi.

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