Unbreakable Kimmy Schmidt 4, episodio finale, la recensione: un addio caotico ma toccante

La recensione dell'episodio finale di Unbreakable Kimmy Schmidt, la prima serie comedy originale di Netflix.

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A quasi quattro anni dal suo debutto, nel marzo del 2015, Unbreakable Kimmy Schmidt ha chiuso i battenti con gli ultimi sette episodi e il finale della quarta stagione (i primi sei furono messi a disposizione lo scorso anno). Cinque anni passati ad osservare le quotidiane disavventure di Kimmy, un personaggio perfettamente rappresentativo di quanto sia cambiato il panorama audiovisivo statunitense: la serie, ideata da Tina Fey e Robert Carlock, fu inizialmente commissionata dalla NBC, che poi rinunciò al progetto quando la prima stagione era già stata completata, ritenendo lo show troppo strambo.

Subentrò Netflix, che per la prima volta salvò un programma scartato o cancellato da terzi senza che questi fosse già andato in onda, come invece accaduto, per esempio, con Arrested Development. Una scelta saggia, poiché su un network tradizionale, ossessionato dagli ascolti, Kimmy non sarebbe arrivata alla fine della prima annata, mentre su un servizio di streaming, tra apprezzamento critico, la fanbase giusta e una non indifferente dose di nomination a premi importanti come gli Emmy Awards, poté vivere in santa pace, alle prese con le difficoltà nell'adattarsi a una vita normale dopo essere stata segregata in un bunker.

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Con la trasferta su Netflix arrivò anche la conferma immediata di una seconda stagione, e c'è una certa cesura, contenutistica e strutturale, tra le prime due annate e quelle successive: nel 2015 e nel 2016 c'era una sorta di tra(u)ma orizzontale, una storyline legata alle persone con cui Kimmy aveva dei conti in sospeso, ossia il suo rapitore Richard Wayne Gary Wayne (Jon Hamm) e la madre (Lisa Kudrow); dal 2017 in poi è stato adottato un approccio più libero, quasi seinfeldiano (paragone pertinente dato che Tina Fey è una fan dichiarata di quella che è ancora oggi ritenuta la migliore sitcom americana in assoluto), con quattro personaggi principali, un qualche ostacolo da superare nel singolo episodio e sparuti accenni di evoluzioni narrative sul piano famigliare e/o sentimentale, con una quantità debordante di gag su ogni argomento, dalle Tartarughe Ninja agli omicidi di Robert Durst. Chi si aspettava un nuovo 30 Rock aveva ragione a metà: il ritmo comico era lo stesso, ma senza l'elemento fisso - il set televisivo - che dava anche agli slanci più surreali una base solida su cui reggersi.

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Kimmy Says Bye! - l'ultimo saluto

Unbreakable Kimmy Schmidt: Ellie Kemper è l'indistruttibile Kimmy

Eccoci quindi arrivati al gran finale, il cui titolo - Kimmy Says Bye!, Kimmy dice addio - lascia poco spazio all'immaginazione. Un episodio finale che porta a termine un percorso dove, come abbiamo già detto, la progressione narrativa era quasi sempre subordinata alle gag, pur concedendo non poco spazio a temi importanti e attuali come #MeToo e #TimesUp (vedi il cameo di Ronan Farrow nei panni di se stesso). È quindi un po' strano vedere un finale che si comporta come un classico epilogo da sitcom, in particolare per quanto riguarda le conclusioni delle storyline sentimentali di Jacqueline e Titus, con trovate comiche che di per sé potrebbero anche funzionare ma che in questo contesto risultano abbastanza fuori luogo. Ben più efficace la sottotrama di Lillian, che intende farsi saltare in aria e continuare a rompere le scatole agli inquilini del palazzo in veste di fantasma, ma la decisione di dare spazio a tutti, per quanto sensata, sa in più punti di una forzatura creativa d'altri tempi, parzialmente a discapito di Kimmy che nel finale è quasi una presenza secondaria, o almeno così sembra.

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Per certi versi, avrebbe forse avuto più senso concludere lo show con il nono episodio della stagione, Sliding Van Doors, che fa il verso a Sliding Doors e immagina un universo alternativo dove Kimmy non fu mai rapita. Una trovata esilarante che sfrutta l'assenza di censure su Netflix in modo volutamente scioccante (per la prima volta sentiamo la protagonista imprecare senza fare ricorso a eufemismi), arrivando poi a una scena conclusiva che non dimentica la componente umana sotto le gag infinite: nel presente, Titus chiede a Kimmy se ha mai immaginato uno scenario alternativo, e lei risponde subito di no. La ragazza indistruttibile del titolo è così proprio perché ha accettato il proprio trauma, imparato a conviverci e deciso di andare avanti, credendo nella gentilezza generale delle persone. Un messaggio forte che è sempre stato l'anima della serie, per quanto condito con battute al fulmicotone, e perfettamente in linea con il vero pensiero di Tina Fey, aggredita e parzialmente sfregiata in tenera età e poi divenuta una delle figure di riferimento nel mondo della comicità americana.

Addio, Kimmy

Unbreakable Kimmy Schmidt: Jane Krakowski, Tituss Burgess ed Ellie Kemper

Da quel punto di vista, il vero finale di serie recupera tutti i punti persi ricordandosi proprio di quel messaggio di fondo, di quella filosofia che aveva reso la performance altamente energetica di Ellie Kemper una delle cose più piacevoli da vedere sul piccolo schermo negli ultimi anni. Da lì era nata la sottotrama delle aspirazioni letterarie di Kimmy, che si era proposta di scrivere un romanzo fantasy ad alto contenuto allegorico per insegnare concetti come il rispetto (in generale ma anche per le donne in particolare) alle nuove generazioni, combattendo a modo suo il problema della mascolinità tossica (altro tema caro a Tina Fey, che in tempi non sospetti criticò Bill Cosby). E arriviamo alla scena di commiato, dove l'opera di Kimmy è divenuta un'attrazione nel parco divertimenti della Universal, e un ragazzino dimostra di aver imparato la lezione giusta dal libro. La conclusione più logica per un programma a tratti privo di senso, basato su una premessa che sulla carta aveva un potenziale comico limitato, e invece diede vita a un profluvio di risate sotto le quali si celava sempre qualcosa di più in mezzo al caos. Kimmy Schmidt voleva rendere il mondo un po' più allegro. La serie che porta il suo nome ci riuscì per cinque anni, e continuerà a farlo man mano che nuovi abbonati scopriranno l'esistenza di quella ragazza indistruttibile, la cui sopravvivenza in un paesaggio televisivo come quello del 2015 fu un vero miracolo.

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Max Borg
Redattore
4.0 4.0
Cinecittà World
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