Scendere e risalire dall'inferno. Tum, tum, trattatata. Boom. Boom. Boom. Il suono ottuso e onomatopeico dei proiettili, il fischio che rimbomba nella testa, il sudore che si mischia al sangue, in una spremuta di adrenalina e rabbia. Estremo, galvanizzante, quasi filosofico nella concezione della vendetta come una condanna, da espiare attraverso la totale accettazione delle emozioni, anche quelle più recondite e feroci.
Insomma, servivano i grugniti di Jon Bernthal per risvegliare dal torpore il Marvel Cinematic Universe. Per distacco, e considerando il peso politico e sociale del personaggio, The Punisher: One Last Kill di Reinaldo Marcus Green è tra le migliori produzioni targate Marvel Studios (o addirittura la migliore, ragionando di assoluti).
The Punisher: One Last Kill, tre quarti d'ora con Frank. Esplosivi e folgoranti
Schiacciato in appena 44 minuti, One Last Kill racconta in una manciata di scene cosa sta facendo Frank Castle parallelamente alla seconda stagione di Daredevil: Born Again. Tormentato dal lutto e dal rancore, prova a tirar dritto, seppellendo le armi intanto che, intorno a lui, Little Sicily - un inventato quartiere di New York - è in preda al caos.
Dopo un inizio shock - decisamente non adatto ai bambini -, questo terzo Marvel Studios Special Presentation entra nel vivo, omaggiando direttamente e indirettamente film come Taxi Driver, Joker o la saga di John Wick. Frank torna in battaglia, assediato da decine e decine di sicari ingaggiati da Ma Gnucci (Judith Light, pazzesca in una sola sequenza), decisa a vendicare la sua famiglia (criminale), sterminata dalla furia del punitore.
Elegia della vendetta: essere The Punisher
A proposito di vendetta, è chiara la lettura che arriva da The Punisher: One Last Kill. L'elemento portante e fondante di Frank - figura troppo spesso fraintesa, e affibbiata a un modo fuorviante di intendere la giustizia, e di conseguenza cavalcata da estremisti, soldati, polizia - viene steso in un'opera di grande impatto, puntando alla stratificazione e alla complessità della vendetta stessa come se fosse, appunto, un circolo vizioso da cui è impossibile uscire. Del resto, sangue chiama sangue.
Allora, il regista, che ha scritto il (micro) film insieme a Bernthal (l'attore ha definito One Last Kill come una "versione che questo personaggio merita" e non un "Punitore annacquato"), sfrutta come meglio non si potrebbe le inflessioni contemporanee, ragionando sull'istinto di uomo distrutto e divorato dalla solitudine. Con un dettaglio: è stato consultato Nick Koumalatsos, Marine Raider, che ha firmato un libro sulla propria lotta contro la disperazione e sul suo percorso di rinascita.
La sintassi della violenza
Frank, di cui comprendiamo le più profonde ragioni, è un nervo scoperto che, cappuccio in testa e anfibi ai piedi, procede intorpidito al centro di un mondo in fiamme, in cui non c'è più spazio per la luce. Da questo spunto, i colori vengono sbiaditi, la scenografia diventa una scatola chiusa dove il perimetro urbano ha la forma di un campo di battaglia, ricordando l'allegoria americana disegnata da Ari Aster all'inizio di Beau ha paura. Un'allegoria ancora più disperata e più assurda, in cui tutti sono contro tutti. L'esempio massimo del fallimento della Legge, che ha lasciato il passo alla repressione: l'assenza dello Stato e della tutela davanti alla degenerazione criminale. Niente eroi, niente superpoteri. Solo l'umanità disgraziata.
Frank Castle non ha eguali
In mezzo all'apocalisse, portatore insano di giustizia e assediato da vecchi fantasmi, un vigilante dal cuore spaccato, e ridisegnato seguendo la sintassi della violenza, viscerale e senza filtri. Una violenza che assume la forma di un debito emotivo, che pretende indietro un costo elevatissimo. "One batch, Two batch, Penny and Dime", ripete Frank, ripensando a sua figlia, stretto in un morso di accecante pena. E noi, non possiamo che essere con lui.
Pistola, mazza da baseball, mitra, coltello, mani nude. Il palco si tinge di rosso, i battiti aumentano il respiro si accorcia. Il Punitore si riprende il proprio mondo: la sua oscurità, il suo dolore e quel diritto di esercitare una violenza che, per quanto sporca, è l'unica moneta che questo universo sembra ancora accettare. Da veloce intermezzo, The Punisher: One Last Kill si trasforma in qualcosa di molto più grande, sfiorando l'ingombro. Finalmente, diremmo.
Per portata scenica e per le sue fondamentali contraddizioni, Castle, anche grazie alla carnale interpretazione di Jon Bernthal (poche parole, livide e scorticate), dimostra ancora una volta di essere il miglior personaggio di tutto l'universo Marvel, avendo ora trovato finalmente - ma troppo brevemente - una sua degna declinazione narrativa. Frank, Il giustiziere che meritiamo, sempre dalla parte degli indifesi. E veder sanguinare i cattivi, coloro che ci opprimono e che ci fanno del male, è sempre una catartica goduria. Perché sì: il perdono, a volte, è sopravvalutato.
Conclusioni
The Punisher: One Last Kill, in pochi minuti, riassume al meglio la figura di Frank Castle in un'opera di grande impatto, scenico ed emotivo. La sintassi della violenza e la grammatica della vendetta muovono un antieroe scorticato e umano, anche grazie alla prova di Jon Bernthal, sempre più legato al personaggio. Un Marvel Special che, per distacco, diventa così una delle migliori produzioni legate di tutto l'MCU.
Perché ci piace
- A tratti galvanizzante.
- Jon Bernthal dimostra di essere un attore formidabile.
- La perfetta sintassi della violenza e della vendetta.
- Gli omaggi a film com Taxi Driver e John Wick.
Cosa non va
- Che dura poco.