Tra il 2012 e il 2015, Ted e il suo sequel hanno rappresentato la consacrazione della comicità scorretta di Seth MacFarlane sul grande schermo, dopo i traguardi raggiunti in tv con I Griffin e American Dad!. Era quasi inevitabile che il franchise venisse ulteriormente sfruttato: ecco quindi arrivare lo spin-off seriale che approda finalmente anche in Italia, su Netflix. Si tratta della seconda prova live action per MacFarlane dopo l'ottimo riscontro di The Orville, e il risultato conferma la maturità (atipica) dell'autore.
Partito come progetto d'animazione che avrebbe dovuto riunire il cast originale al doppiaggio, lo show ha poi virato verso il live action, mantenendo il creatore come voce (e anima) del protagonista, affiancato stavolta dalle versioni giovani dei personaggi che abbiamo amato al cinema.
Ted fa ridere anche sul piccolo schermo
Cronologicamente, la serie si inserisce nello spazio bianco tra il prologo del primo film e il suo svolgimento principale. Siamo nel pieno del biennio 1993-1994: la fama mondiale di Ted è ormai sbiadita rispetto all'exploit dell'85, quando il desiderio del piccolo John Bennett diede vita al suo peluche preferito. Come sottolinea con cinismo la voce narrante originale di Ian McKellen: "Come per tutte le celebrità, passato l'entusiasmo iniziale, ben presto a nessuno frega più un c*o di te".
Ritroviamo un John sedicenne con il volto di Max Burkholder (che eredita il ruolo da Mark Wahlberg), residente a Framingham, Massachusetts. La dinamica familiare ruota attorno al rapporto coi suoi genitori Susan (Alanna Ubach, nella sequenza iniziale della pellicola chiamata Helen e interpretata da Alex Bornstein), casalinga devota, e Matty (Scott Grimes, nel primo capitolo Steve interpretato da Ralph Garman), un irascibile veterano del Vietnam con il mito di Rocky Balboa.
A completare il quadro familiare - e rappresenta la vera novità rispetto al grande schermo - c'è la cugina Blaire (Giorgia Whigham), studentessa universitaria all'Emerson College ospite dei Bennett. Blaire è il "punto di vista contemporaneo" dello show: sarcastica e progressista, porta nel racconto temi come l'indipendenza femminile e i diritti civili, fungendo da bussola morale (e sorella maggiore) per John, che sente di dover proteggere e salvaguardare.
Un formato che sfida il ritmo della comedy
Ted eredita da The Orville un pregio che è anche il suo principale limite: la durata degli episodi. Con una media di 40-50 minuti a puntata, lo show rischia a tratti di perdere la freschezza tipica della sitcom, che avrebbe giovato invece del classico formato da mezz'ora.
Tuttavia, questa dilatazione permette a MacFarlane di andare in profondità, trasformando la volgarità in un veicolo per trattare tematiche attuali: bullismo, educazione sentimentale e sessuale e l'uso di droghe leggere vengono sviscerati con una cura. Non mancano poi i guizzi autoriali, come nella stagione 2: il cameo dello stesso creatore nei panni di Bill Clinton o l'imperdibile episodio dedicato a Dungeons & Dragons.
Un romanzo di formazione "vintage" e scorretto
Il cuore di Ted risiede nelle scene conviviali a tavola e nei dialoghi tra John e l'orsacchiotto antropomorfo. È qui che la produzione brilla, costruendo una family comedy single-camera che guarda a Young Sheldon ma la sporca con la dinamica da buddy movie. Il racconto di formazione segue i binari classici - la prima cotta, il ballo scolastico, le prime esperienze - ma viene rinvigorito dal "motore" del prequel: l'ingresso di Ted a scuola.
La verve sboccata delle pellicole è intatta, incastrata in una struttura episodica ben solida. Sebbene lo sguardo modernissimo di Blaire possa talvolta stonare con il setting anni '90, è proprio questo contrasto a donare originalità all'operazione. Nonostante le incertezze sul futuro dovute agli elevati costi produttivi, la serie si conferma un'operazione riuscita che, pur chiudendo (per ora) con la seconda stagione, lascia la porta aperta a quel "mai dire mai" dichiarato dallo stesso MacFarlane a Deadline.
Conclusioni
Ted è un prequel che preserva lo spirito originale della saga grazie al controllo creativo totale di Seth MacFarlane. Il casting delle versioni giovani funziona, così come l'inserimento di Blaire, nonostante qualche anacronismo ideologico di troppo. Un romanzo di formazione divertente e citazionista che soffre solo per un minutaggio eccessivo, che ne frena la naturale verve comica da sitcom familiare.
Perché ci piace
- Lo spirito irriverente dei due film resta intatto.
- Cast azzeccato e ottima chimica tra i protagonisti.
- Approfondimento tematico superiore alla media delle comedy.
Cosa non va
- Il formato da 40-50 minuti appesantisce il ritmo.
- Lo sguardo di Blaire a volte è fin troppo moderno per il contesto storico.