Sugar - Stagione 2, recensione: la conferma di una grande serie (e di un grande personaggio)

Dopo la rivelazione che ha segnato la prima stagione, la seconda amplia l'universo di John Sugar. Come se Raymond Chandler incontrasse J.G. Ballard. Su Apple TV.

Colin Farrell in Sugar

Ci sono serie che riescono a (ri)definire i confini del racconto attraverso un solo - e determinante - colpo di scena. Un concetto centrato nella prima stagione di Sugar, tra le gemme (non troppo celebrate, ed è un peccato) targate Apple TV.

Sugar 2 Colin Farrell
Colin Farrell in Sugar

L'allure da noir contemporaneo, dove una certa fascinosa coltre veniva declinata secondo una traccia di grande impatto, funzionale a quell'intuizione capace di far svoltare l'intera storyline. Quella svolta ce la ricordiamo bene, e se state leggendo questa recensione probabilmente non vedete l'ora di tornare nella Los Angeles di Sugar, quel personaggio che, prima ancora di essere un ispettore, è essenzialmente quello che si potrebbe etichettare come un "brav'uomo".

Sugar - Stagione 2: ritorno a Los Angeles

Il sesto episodio rivelava la vera natura dell'enigmatico investigatore con la passione per il cinema classico, sovvertendo l'intera struttura. Un plot twist inaspettato, e lasciatecelo dire, bellissimo. Sì, John Sugar, interpretato da Colin Farrell, è un alieno. Una svolta narrativa rischiosa (che ha acceso un futile dibattito), trasformando un eccellente neo-noir in qualcosa di molto diverso.

Sugar Serie 2 Los Angeles
La Los Angeles in Sugar

Con questa seconda stagione da otto episodi, la serie creata da Mark Protosevich ci riporta nella torrida LA (il lavoro sui colori è pazzesco) ma cambia - di nuovo - direzione. Al timone troviamo ora lo showrunner Sam Catlin (uno che ha scritto Preacher, e pure diversi episodi di Breaking Bad), che amplia il tono - senza stravolgerlo - grazie a sottile linea umoristica, che si lega alla malleabilità di Farrell, perfetto per il ruolo. Nemmeno a dirlo, questione di scrittura. E che scrittura.

Mai contaminarsi! Essere John Sugar

Ritroviamo John Sugar esattamente dove come lo avevamo lasciato: solo. E sì, la solitudine, male contemporaneo, sembra essere l'emozione principale dello show. Dopo aver rifiutato la direttiva d'emergenza che ha richiamato i suoi simili sul pianeta natale, Sugar ha scelto di rimanere sulla Terra per ritrovare l'amata sorella Djen. Complicato, però, muoversi senza una rete di supporto. Privato dei suoi alleati, persino della vicinanza di Melanie e del suo cane, l'investigatore deve ricominciare da zero, tormentato dai misteriosi indizi lasciati dal defunto Henry e dal silenzio radio della Société des Polyglottes.

Sugar 2 Cani Scena
Una scena di Sugar 2

L'azione si accende quando Sugar accetta un nuovo caso: rintracciare Ji (Raymond Lee), il problematico fratello maggiore di una promessa della boxe locale, Danny Moon (Jin Ha). Quella che sembra la tipica indagine di routine si ramifica in una sinistra cospirazione cittadina. A complicare la situazione, ecco le attenzioni di Charlotte Fisher (Laura Donnelly), un'affascinante donna d'affari che mette a dura prova il diktat alieno del "non assimilarsi", e l'ombra di Peg (Laura San Giacomo), una vecchia conoscenza di Sugar che lo avverte sul rischio più grande per la sua specie: la contaminazione con i vizi e le debolezze umane.

Un personaggio formidabile

Già, l'umanità. Se la prima stagione giocava sulla sottrazione e sul mistero, questo secondo s'affida a una narrazione più densa, stratificata e, appunto, ironica. Il tono è più arguto, brillante, senza tradire l'anima grounded dello show. Un'anima ancora accessibile, in cui è il cuore a dettare il ritmo giusto. Come detto, Catlin decide di sfruttare al massimo le doti comiche e sfaccettate di Colin Farrell.

E fa bene: John Sugar è di quei character capaci di stabilire un rapporto diretto con lo spettatore. Ama i cani, è gentile, ha grazia, meticolosità. Un personaggio d'altri tempi - e il riflesso con i grandi film della Hollywood anni '40 e '50 non è un caso -, tra la malinconia e una certa ingenuità che contrasta con il mondo circostante, corrotto e marcio.

Una serie che fa bene al cuore

Del resto, restando sulla Terra, Sugar ha scelto consapevolmente (e coraggiosamente) la solitudine e l'esilio pur di seguire la propria morale. Anzi, la propria moralità. Due concetti che sembrano simili, differenziandosi invero nella concezione filosofica. Seguire una chiara etica, andando oltre le leggi morali (appunto) che regolano la società. In questo senso, come se stessimo leggendo un libro hard-boiled scritto da Raymond Chandler che incontro la fantascienza di J.G. Ballard, la serie - nella sua eleganza e nella sua ragione d'essere come fosse un'eccezionale melting pot - rafforza e probabilmente migliora una riflessione: la necessità di ritrovare la compassione e l'empatia in un universo dominato dal caos. Sì, Sugar è una serie irrinunciabile.

Conclusioni

Sugar è tra le migliori produzioni Apple. Storia noir che incontra la fantascienza, operazione di scrittura raffinata, elegante e ironica. Una scrittura che trasmette la sua grazia in un protagonista eccezionale. Se la prima stagione aveva stupito - anche grazie al colpo di scena - la seconda conferma e anzi allarga l'universo dello show.

Movieplayer.it
3.5/5

Perché ci piace

  • Sugar è un grande personaggio.
  • Colin Farrell perfetto.
  • La messa in scena.
  • La traccia ironica.

Cosa non va

  • Non tutte le puntate hanno il giusto ritmo, ma è normale.