Nell'enorme offerta delle piattaforme di streaming, ogni settimana viene caricata una grande quantità di titoli. Capita però che da questo mare di contenuti emerga qualcosa di veramente interessante, ben realizzato e con una scrittura talmente potente da impedirti per un po' di pensare ad altro. Furious, la nuova serie thriller disponibile dal 27 luglio su Disney+, è uno di quelli. La showrunner Elizabeth Meriwether confeziona, infatti, una storia intricata e avvincente, in grado di intrecciare la tematica della violenza di genere a una trama thriller dalle tempistiche magistrali.
La regia di Brian Kirk (Game of Thrones, Luther, City of Crime), poi, si adatta perfettamente al racconto, rendendo questa produzione una delle più riuscite della serialità recente, in ottima compagnia di perle come Widow's Bay e Lucky. Una piacevole sorpresa che ci terrà compagnia per un po', grazie a 8 episodi rilasciati con un primo blocco di 3 al debutto per poi proseguire a cadenza settimanale.
Caccia alla serial killer
Alice Black è un'agente dell'FBI da poco entrata nei federali dopo una lunga parentesi nella polizia, terminata a causa di una vicenda di violenza domestica che coinvolgeva lei e il suo compagno, anch'egli poliziotto. Isolata dai colleghi e bollata come bugiarda, la donna non ha vita facile nemmeno nel suo nuovo ufficio, dove viene relegata al call center da un capo sessista. Quando però un suo amico la coinvolge nell'indagine su una serie di omicidi, tutto cambia.
Diversi uomini potenti vengono infatti ritrovati assassinati con le stesse modalità: un'apparente overdose da sostanze. La responsabile potrebbe essere una serial killer legata in qualche modo al passato di queste persone, una donna scaltra che da vittima ha deciso deliberatamente di farsi carnefice dei suoi aguzzini. Alice dovrà quindi indagare sui fatti e, allo stesso tempo, venire a patti con i propri demoni e con lo stress post-traumatico causato dalla violenza subita.
Specchi imperfetti: la complessità morale di Alice e della sua antagonista
Furious è la serie thriller che vi terrà col fiato sospeso per le prossime settimane. Attraverso una scrittura magistrale, mette in scena personaggi così reali e sfaccettati che è impossibile non appassionarsi alle loro vicende. Alice Black, interpretata da una bravissima Emmy Rossum, è una donna reale, imperfetta, fatta di contraddizioni e lati oscuri, così come lo è la serial killer interpretata da Lola Petticrew: un personaggio forgiato nella sofferenza che sceglie la violenza estrema in risposta alle atrocità patite. Sono entrambe figure perse nel proprio dolore che decidono di reagire ciascuna con i propri metodi, ed è proprio qui che la narrazione inizia a giocare con la moralità dello spettatore.
Riusciamo veramente a condannare con fermezza chi compie gesti atroci quando questi sono, in qualche modo, la risposta a una violenza subita e colpiscono chi quella violenza l'ha perpetrata? Ovviamente la risposta non è semplice, ed è un argomento a cui sono stati dedicati numerosi trattati di psicologia; senza alcun dubbio, però, la serie riesce a farci dubitare delle nostre certezze, aprendo a una riflessione molto più ampia non solo sulla violenza di genere, ma sul nostro sistema sociale in generale e sulle gerarchie di potere.
Non sono solo le protagoniste a beneficiare della qualità della scrittura: nessun personaggio viene lasciato al caso. Pur senza spiegoni o dialoghi fiume, ogni ruolo viene approfondito al momento giusto, con battute e gesti disseminati con precisione svizzera all'interno del racconto. Ciò rende la storia non una mera caccia all'assassina, ma un'intricata ricerca per uscire da un labirinto fatto di violenza e traumi.
Il punto di vista dell'assassina: la regia claustrofobica di Brian Kirk
La regia non è da meno. Pur seguendo una linea stilistica classica, è in grado di supportare la narrazione attraverso inquadrature e movimenti di macchina ben studiati, facendo un ottimo uso degli ambienti per esaltarne, in alcune scene particolarmente riuscite, l'aspetto claustrofobico. Anche nei momenti in cui viene messo in scena l'omicidio, la camera si sofferma sempre molto di più sulla figura dell'assassina, perché è il suo punto di vista che si vuole comunicare: anche visivamente viviamo tutto attraverso i suoi occhi. Questa sfida a rimanere impassibili aumenta quella sensazione di turbamento che permea l'intera opera, rendendo Furious un lavoro estremamente profondo, riflessivo e per nulla banale.
Conclusioni
Furious si distingue come una delle sorprese thriller più interessanti della serialità recente, capace di intrecciare la tematica della violenza di genere a un acuto dilemma morale. Sostenuta dalla scrittura magistrale di Elizabeth Meriwether e dalla regia claustrofobica di Brian Kirk, la serie scava nella prsicologia di personaggi imperfetti e reali, offrendo un'opera profonda, tesa e mai banale.
Perché ci piace
- La gestione magistrale delle tempistiche narrative.
- La complessità dei personaggi.
- Le tematiche raccontate con efficacia e attraverso scomodi dilemmi morali.
- La regia completamente a servizio della storia.
Cosa non va
- Alcune scene piuttosto forti e le tematiche crude non la rendono adatta ad un pubblico sensibile.