She's Gotta Have It

2017 - ....

She’s Gotta Have It: Spike Lee, la TV e il ritorno di Nola Darling

A oltre trent'anni di distanza, il regista americano recupera il primo successo della sua carriera cinematografica per un reboot televisivo incentrato sul personaggio di Nola Darling, qui interpretata da DeWanda Wise: la nostra analisi dei primi episodi di She's Gotta Have It, appena arrivato su Netflix.

Lola Darling: Tracy Camilla Johns e Spike Lee in una scena

Il 1986 è stato un anno pivotale nella carriera di Spike Lee, all'epoca non ancora trentenne: tre anni dopo il mediometraggio Joe's Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads, realizzato in ambito scolastico, e reduce dal fallimento del progetto di The Messenger, il regista della Georgia era finalmente riuscito a dirigere il suo primo lungometraggio, She's Gotta Have It. Girato in meno di due settimane a Brooklyn, nell'estate del 1985, quasi completamente in bianco e nero e con un budget di centosettantamila dollari, She's Gotta Have It sarebbe stato presentato al Festival di Cannes 1986 alla Quinzaine des Réalizateurs, per poi essere distribuito ad agosto nelle sale americane.

Sostenuto dall'interesse della critica, She's Gotta Have It avrebbe riscosso un sorprendente successo di pubblico negli Stati Uniti, con sette milioni di dollari d'incasso e due milioni di spettatori, per poi conquistare l'Independent Spirit Award come miglior opera prima e lanciare Spike Lee fra le nuove promesse della sua generazione: nel 1988 Lee avrebbe incassato il doppio con il musical Aule turbolente, mentre il 1989 avrebbe sancito la sua consacrazione definitiva grazie al cult Fa' la cosa giusta. She's Gotta Have It sarebbe approdato anche in Italia con il titolo di Lola Darling, assurda storpiatura del nome del personaggio eponimo, Nola Darling.

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Nola Darling, ieri e oggi

She's Gotta Have It: la protagonista della serie di Spike Lee

Ed è appunto Nola Darling, interpretata nel 1986 dall'esordiente Tracy Camilla Johns, ad offrire a Spike Lee, da sempre molto attivo in TV, l'opportunità di confezionare la sua prima serie televisiva, sotto l'egida di Netflix (che per l'occasione ha inserito in catalogo pure il film originale): She's Gotta Have It, stesso titolo della pellicola, riprende dunque in dieci episodi di poco più di mezz'ora la figura di Nola Darling, affidata stavolta a un'altra attrice al suo debutto, DeWanda Wise. Dall'epoca del film sono trascorsi più di trent'anni, ma gli elementi chiave della storia non sono mutati: Nola, artista di Brooklyn, è ancora una giovane donna indipendente, che divide la propria vita sentimentale fra tre uomini. Anche i tre comprimari in questione li avevamo già conosciuti nel film: Jamie Overstreet (Lyriq Bent), premuroso, disponibile e molto legato a Nola; l'aitante e vanesio Greer Childs (Cleo Anthony); e Mars Blackman (Anthony Ramos, nella parte già resa celebre dallo stesso Spike Lee), ragazzo immaturo e dal piglio ironico.

She's Gotta Have It: un'immagine dello show
She's Gotta Have It: un'immagine di DeWanda Wise

L'episodio pilota, #DaJumpoff (DOCTRINE), ci (re)introduce pertanto i vari personaggi in gioco, usando lo stesso espediente che aveva contribuito alla fortuna del film del 1986: l'infrazione della quarta parete, con un dialogo diretto fra Nola e il pubblico che la serie accentua ancora di più rispetto all'opera prima di Lee. Nella cornice della comunità afroamericana di Brooklyn, un'area di New York che in trent'anni ha visto sempre più riconosciuta la propria importanza sul piano culturale, Nola si dedica alla propria carriera di pittrice, si alterna fra i tre uomini che sta frequentando in contemporanea (tre personaggi che il pilot dipinge in maniera sostanzialmente stereotipata e superficiale) e condivide le sue riflessioni sul significato dell'essere una donna nera, emancipata e sicura di sé nella New York del 2017, fra rivendicazioni di libertà individuale, di dignità del corpo femminile e del diritto di sentirsi sempre e comunque sicure (aspetti affrontati nel secondo episodio, #BootyFull (SELF ACCEPTANCE)).

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I punti deboli di una serie priva di mordente

She's Gotta Have It: una foto ufficiale della serie

Ma già da tale prospettiva arriviamo subito a quello che, a nostro avviso, può essere considerato il principale limite di She's Gotta Have It, perlomeno a giudicare dalle prime due puntate: i temi al cuore della serie, già trattati in parte trentuno anni fa, vengono enunciati in maniera esplicita mediante le conversazioni fra i personaggi o la voce narrante di Nola, ma difficilmente si trasformano nel motore di un autentico sviluppo narrativo. Spike Lee, in sostanza, nel binomio show-and-tell lascia che a prevalere sia il secondo termine anziché il primo: spiega più che raccontare, e quando racconta la serie difetta di mordente e di capacità di coinvolgimento. E se, anche da un punto di vista stilistico, la rottura della quarta parete poteva avere un certo impatto nel 1986, specialmente in un film che mescolava improvvisazione, cinéma vérité e una notevole libertà di messa in scena, oggi l'effetto sul pubblico rischia di essere ben diverso: soprattutto se l'approccio di She's Gotta Have It risulta spesso didascalico e a tratti perfino ridondante.

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She's Gotta Have It: una foto delle due protagoniste

Preso dunque atto delle analogie tra il film e la serie, ma considerando pure quanto la società americana e la sua rappresentazione al cinema e in TV siano mutate nel frattempo, lo She's Gotta Have It del 2017 potrebbe apparire come una copia sbiadita (e infinitamente meno trasgressiva) del modello di Sex and the City: nel pilot, gli acrobatici rapporti sessuali di Nola non hanno pressoché nulla del suggestivo erotismo del film, ma sembrano piuttosto una scontata concessione al fan service; le sequenze umoristiche mostrano una certa fiacchezza e raramente colgono nel segno; lo stile ultrapatinato non costituisce un valore aggiunto sul piano estetico, anzi; mentre l'esibita fierezza della protagonista ha un impatto assai meno graffiante di quello della Nola del 1986. Senza contare il fatto che il cosiddetto "orgoglio nero", tema da sempre caro a Spike Lee, è declinato talvolta in un puro narcisismo autoreferenziale: basti pensare che il dialogo più lungo e articolato contenuto nel primo episodio è costituito da un'invettiva per il mancato Oscar a Denzel Washington nel 1992 a favore di Al Pacino, la cui vittoria viene bollata come un mero risarcimento per le precedenti candidature. Superfluo specificare chi ha diretto il film per cui Washington era in lizza quell'anno, Malcolm X...

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Stefano Lo Verme
Redattore
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Cinecittà World
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