Rocky sono io è un film sul sogno americano. Altroché, se lo è. Peter Farrelly, che alcune opinioni etichetterebbero furbo solo perché capace di parlare al pubblico, struttura al centimetro un'opera letteralmente innamorata del cinema. Un'opera che sì, banalmente, potrebbe essere definita come il behind the scenes di una delle più importanti pellicole di sempre, ma nel suo insieme e nella fotografia di un'epoca complessa ma straordinaria, racconta quanto lo sguardo trasversale, nonché ostinato, sia fondamentale per affrontare ogni sfida, portando avanti quel concetto che ha di fatto fondato l'immaginario americano: provare, credere, lottare. Tre verbi costituzionali, leitmotiv della cultura pop occidentale. Peccato però che non sia proprio così facile.
In questo senso, la figura di Sylvester Stallone, che dormiva per strada prima di diventare una leggenda, si presta perfettamente per essere rivisto dai "buoni sentimenti" di un regista capace di sapere essere "leggero". E non è poco.
Rocky sono io: Stallone prima di Balboa (con il volto di Anthony Ippolito)
Su soggetto e sceneggiatura di Peter Gamble, Farrelly porta in scena la genesi del cult movie sportivo per eccellenza. Dietro c'è lo spunto, la concezione e l'ostinata intuizione di un'ancora sconosciuto Sylvester Stallone. A interpretarlo, con coraggio e tecnica (un filo troppa), il davvero somigliante Anthony Ippolito.
Voce bassa e sguardo ammaccato, Sly non era, come si direbbe oggi, convenzionale rispetto a un certo immaginario. Eppure, con perseveranza e coraggio, l'attore, faticando ad arrivare a fine giornata e dormendo dove capita nella putrida (ma ancora libera) New York degli anni Settanta, riesce a imporre la propria visione agli studios di Hollywood raccontando essenzialmente la sua storia, traslata nel personaggio di Rocky Balboa.
Grande storytelling
A guardar bene, Rocky sono io fotografa un momento storico in cui tutto poteva in qualche modo accadere. Il titolo non è casuale, e cita direttamente la frase pronunciata da Sly davanti ai produttori Winkler e Chartoff (P. J. Byrne e Toby Kebbell, tra le cose migliori del film), inizialmente scettici nell'immaginare Stallone come attore.
Non c'è di certo l'ardire di "rileggere" la pellicola del 1976, bensì da parte di Farrelly c'è invece la voglia di definire e immortalare un'istantanea storica altamente motivante, che tuttavia non fa mai leva sul concetto di vittoria né di rivalsa. Per questo il film punta forte sulle emozioni, sull'umanità e sulla fallibilità, essenziale per arrivare fino in cima alla scalinata. Poco importa se, forse, manca magari un certo approfondimento, ragionando secondo un costante calore scenico (Anthony Gasparro alla scenografia, Sean Porter alla fotografia).
L'ascesa di Stallone, capace di ridefinire in un capolavoro il concetto di romanticismo applicato alla sconfitta, è già sinonimo di storytelling, intelligentemente calcato dal regista di Green Book che - e come dargli torto - ha spinto su una certa retorica a favore di cinepresa. Che male c'è? Allora, se le epoche parlano (anche quelle cinematografiche), l'epopea di Stallone, ereditata da un attore giovane ma promettente come Ippolito, suona forte a posteriori.
Del resto, lo ha spiegato proprio Farrelly durante la nostra intervista: "il film ruota attorno al tema centrale dell'attuale dibattito. Stanno accadendo molte cose che potrebbero distruggere il sogno americano, tuttavia non è ancora sparito". Mentre l'America affronta una profonda e per ora irreversibile crisi d'immagine, storie come queste servono a ricordare quanto sia vitale preservare certe sensazioni e certi colori.
Conclusioni
Peter Farrelly è un regista che sa toccare le giuste corde, ed è bravo in questo caso a enfatizzare il lavoro umano di un mito in costruzione. La storia di Rocky e di Stallone, quindi, fanno il giro e parlando di quanto sia fondamentale affrontare il valore della sconfitta, esaltando al meglio una certa retorica altamente cinematografica. Rocky sono io è una lettera d'amore al cinema, ma anche ai sogni degli spettatori. E non è poco
Perché ci piace
- Un'ottima sceneggiatura.
- La regia calda e leggera di Farrelly.
- Lo storytelling generale.
- Anthony Ippolito è bravo...
Cosa non va
- ... ma un film troppo costruito.
- Durata eccessiva.