Ci sono fiction che riescono a conquistare grazie ai personaggi, altre che puntano tutto sul ritmo o sulla forza dell'ambientazione. Roberta Valente - Notaio in Sorrento, com'è chiaro fin dal titolo, prova a tenere insieme questi elementi, ma senza trovare una vera identità.
Il risultato è un prodotto televisivo ordinato nella confezione, ma debole nella scrittura e incapace di lasciare il segno.
Di cosa parla Roberta Valente - Notaio in Sorrento
La fiction ruota naturalmente intorno a Roberta Valente, la giovane notaia brillante e rigorosa interpretata da Maria Vera Ratti. Segnata da un trauma vissuto in tenera, ha sviluppato un bisogno quasi ossessivo di controllo ed è convinta che pianificare ogni dettaglio sia l'unico modo per difendersi dagli imprevisti. Dopo aver primeggiato negli studi e superato con il massimo risultato il concorso notarile, sceglie di tornare a Sorrento, dove vive anche Stefano (Alessio Lapice), lo storico fidanzato con cui immagina un futuro già scritto.
Nella nuova quotidianità, immersa tra paesaggi da cartolina e panorami sul mare, Roberta incontra persone destinate a incrinare il suo equilibrio. Tra queste spiccano Leda (Flavia Gatti), solare e attraente cameriera di un bar locale, che si rivelerà essere molto di più per Roberta, e Vito (Erasmo Genzini), pescatore dal carattere ruvido ma più complesso di quanto appaia inizialmente.
Parallelamente, la protagonista si trova ad affrontare una serie di pratiche professionali insolite e casi delicati che la costringono a uscire dai binari della routine. Per Roberta sarà l'inizio di un percorso inatteso: non solo professionale, ma soprattutto interiore, che la obbligherà a fare i conti con il passato e con tutto ciò che aveva tentato di tenere sotto controllo.
La sceneggiatura è il vero limite di Roberta Valente
La scrittura sceglie sempre la strada più facile. Fin dal titolo, dove è impossibile ignorare quel "notaio" al maschile nonostante dall'altro lato del trattino campeggi enorme il nome di una protagonista donna. In conferenza stampa, quando alla creatrice e co-sceneggiatrice Alessia Palumbo è stato fatto notare, ci si è affrettati a rispondere che nelle puntate sarebbe stato usato molte volte il sostantivo "notaia", al femminile. E allora perché commettere quella leggerezza proprio nel titolo?
Sarà questo il solo mistero della serie perché, nel corso degli 8 episodi, ne nascono e ne restano per più di una puntata ben pochi. I conflitti nascono in modo prevedibile, i dialoghi raramente aggiungono profondità e molte situazioni sembrano costruite su modelli già visti.
Anche le dinamiche tra i personaggi principali seguono percorsi meccanici. Manca quella complessità minima che rende una storia viva e meno telefonata.
In questa direzione non aiutano i casi professionali di puntata, sviluppati male, per forza di cose meno "dinamici" di quelli proposti nella miriade di fiction poliziesche, utili più ad allungare la trama che a darle una decisa spinta verso questa e quella direzione.
Una protagonista senza forza narrativa
Il nodo principale della sceneggiatura risiede proprio in una protagonista che appare spesso spenta e poco incisiva. Roberta Valente vive in questa prima (e forse unica) stagione il proprio romanzo di formazione, dopo essersi lasciata alle spalle i fantasmi di un passato drammatico negli anni di studio a Milano.
Incapace di essere il motore emotivo (ruolo che passa quindi nelle mani di una sconclusionata Leda), la giovane notaia non riesce alla fine a essere neppure il vero e proprio elemento di crescita nella sua stessa storia.
Tratteggiata con pochi contrasti interiori e con caratteristiche che non evolvono davvero nel corso del racconto, Roberta Valente (e non per demerito di Maria Vera Ratti) finisce per rimanere un personaggio troppo statico e troppo "grigio" perché ci si possa davvero affezionare a lei nel giro di una manciata di puntate. Più infastiditi che altro dalla sua costruzione estetica persino caricaturale.
Accanto a lei, c'è anche un'altra protagonista che non viene sfruttata come potrebbe. Sorrento, la location meravigliosa che avrà fatto sognare non soltanto noi fin dall'annuncio di questa fiction, resta troppo spesso uno sfondo fatto di immagini prevedibili, puramente decorativo. Una cartolina con panorami mozzafiato ma senza profondità.
Il vero problema: Roberta Valente non ha entusiasmo
La visione alla fine procede, per le cinque settimane in sua compagnia, senza particolari cadute tecniche e con una struttura facilmente seguibile. Ed è questo che in fondo pare interessare di più all'ammiraglia RAI, giunti ormai quasi alla fine di questa stagione televisiva. Creare prodotti riconoscibili e rassicuranti. Che procedono, dunque, per forza di cose, appoggiandosi su stratagemmi narrativi e cliché (ce ne sono di ogni tipo, da quelli sulla donna in carriera e sull'eterno Peter Pan, a quelli sul meridione "tutto sole e mare" in contrasto con la grigia ma laboriosa Milano).
Tuttavia, al di là della semplicità, manca quasi sempre il guizzo capace di sorprendere o creare attesa per l'episodio successivo. Tutto funziona abbastanza da non crollare, ma non abbastanza da entusiasmare.
Conclusioni
Roberta Valente – Notaio in Sorrento è una fiction che conferma pregi e limiti di una certa produzione generalista contemporanea: confezione solida, linguaggio accessibile, volontà di intercettare un pubblico ampio, ma poca ambizione narrativa e scarso coraggio nella costruzione dei personaggi.
L’idea di mettere al centro una giovane professionista alle prese con fragilità personali e casi lavorativi insoliti avrebbe potuto generare qualcosa di più originale e moderno. Invece la serie preferisce rifugiarsi in dinamiche prevedibili, stereotipi territoriali e svolte raramente memorabili.
Il risultato è un prodotto che si lascia seguire senza fatica, ma che difficilmente accende entusiasmo o resta impresso una volta terminata la visione.
Perché ci piace
- Una confezione televisiva ordinata e rassicurante
- L’ambientazione ha un potenziale evidente
Cosa non va
- Personaggi troppo deboli per sostenere la storia
- Scrittura prevedibile e piena di cliché