Rimetti a noi i nostri debiti

2017, Commedia

Rimetti a noi i nostri debiti: sommersi e salvati

Dopo Il venditore di medicine Antonio Morabito torna con un film che continua a indagare il lato più oscuro del potere. Storie di debitori e creditori, dove a brillare è l'inedita coppia formata da Claudio Santamaria e Marco Giallini. Disponibile su Netflix dal 4 maggio.

È un film metaforico e dalle atmosfere luciferine, una storia sospesa tra il grottesco e gli assurdi risvolti della realtà, una riflessione noir che riduce il mondo contemporaneo a un infernale sottobosco di poteri corrotti, dominato dalla tirannia del denaro.
Tematiche abusate e spesso banalizzate dal cinema meno attento e superficiale, imbonitore di masse a buon mercato. Per fortuna non è questo il caso: Rimetti a noi i nostri debiti, primo film italiano originale Netflix diretto da Antonio Morabito, che lo ha anche scritto insieme al sodale Amedeo Pagani, traghetta lo spettatore in un cono d'ombra dove si annidano sensi di colpa, i buoni e i cattivi non hanno contorni così ben definiti e il dibattito sul libero arbitrio si fa strada prepotentemente.

Rimetti a noi i nostri debiti: una scena vista dal monitor

Non è la prima volta che la lente di ingrandimento del regista carrarese indugia sulla corruzione delle anime e dei nostri tempi: lo aveva già fatto con Il venditore di medicine mettendo alla berlina il mondo delle case farmaceutiche che ne usciva a pezzi, un film del 2013 di cui Rimetti a noi i nostri debiti potrebbe considerarsi il seguito ideale, e non solo a livello di contenuti.
Il secondo lungometraggio di finzione di Morabito eredita infatti dalla sua opera prima anche alcune presenze del cast, a partire da Claudio Santamaria protagonista assoluto del film precedente e che qui si ritrova a spartire la scena con un esuberante e farsesco Marco Giallini. Una coppia inedita, esplosiva nei panni di due bizzarri addetti alla riscossione crediti, che ci piacerebbe rivedere insieme.

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Anime perse

Rimetti a noi i nosri debiti: Marco Giallini e Claudio Santamaria in una scena

Entrambi definiscono i toni del racconto: l'uno, Guido (Santamaria), nel ruolo del sopravvissuto, uomo solitario e di poche parole, diviso tra il solito bicchiere al bar, il lavoro precario da magazziniere, una montagna di debiti sulle spalle e un vecchio professore (Jerzy Stuhr) come vicino di casa, appassionato di carambola e spiegoni socio-politici; l'altro, Franco (Giallini), nei panni del demoniaco esattore, ghigno diabolico e faccia d'angelo tra le mura domestiche o davanti a un confessionale. Quando Guido perderà anche il posto da magazziniere non gli rimarrà che accettare di lavorare per i suoi aguzzini, una società che si occupa di riscuotere i debiti insoluti per conto delle banche; a fargli da mentore fino a quando il debito non verrà estinto, sarà Franco.

Rimetti a noi i nostri debiti: Marco Giallini e Claudio Santamaria sul set

I personaggi che si agitano sullo schermo sono fantasmi, in una cornice in cui i confini tra sommersi e salvati si assottigliano; tutti arrancano: dai debitori, "morti in vita" come li chiama Franco, ai creditori avvolti in surreali tonache da riscossore.
Sullo sfondo gli squarci di una Roma cupa e difficilmente riconoscibile, se non fosse per alcuni scorci tra i sentieri del Verano; Morabito privilegia atmosfere claustrofobiche, scene in penombra e una fotografia desaturata, che incornicia le anime perse di questo girone dantesco.
Il racconto è cadenzato da una serie di suggestioni religiose (a partire dal titolo del film) e letterarie, come l'idea di equiparare i debitori ai morti mutuata da Gogol. Ma il debito non è solo finanziario, è soprattutto e anche morale, è l'eredità di un retaggio cattolico-cristiano di cui la società moderna si è sempre intimamente nutrita, in maniera più o meno consapevole; è la ragione per cui i debitori dovranno sempre nascondersi per un insano senso di colpa e vergogna, perseguitati da chi cercherà prima di stanarli, poi di "dargli il tormento" e infine di "farli vergognare".

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Un j'accuse politico

Rimetti a noi i nostri debiti: il regista Antonio Morabito sul set

Misericordia e intransigenza, vergogna e sfrontatezza, pentimento e sfacciata impudenza si alternano nella messa inscena tutta sorretta dalla coppia Giallini-Santamaria: dal canto suo il regista conferma la propria abilità di narratore raffinato, attento a usare una grammatica basata sulla sottrazione e il rigore. Non gli manca neanche il coraggio di denunciare un sistema politico ed economico malato senza il bisogno di ricorrere a inutili perifrasi. Lo fa infatti affidandosi al linguaggio senza fronzoli di Franco, che così apostrofa il precariato contemporaneo: "Non si chiamano lavori precari, quelli si chiamano lavori di merda"; o ai fini ragionamenti del mite professore polacco, abile giocatore di carambola che davanti al tavolo da biliardo ci consegna alcune delle migliori battute del film ("Il sistema politico economico italiano è come i frattali, non fa altro che riproporre modelli già collaudati", oppure "L'unico modo per toccare i poteri forti è mischiarsi, è il disordine puro, è l'entropia incontrollabile, la carambola").
Nell'attesa non rimane che rimettersi ciascuno alla propria libertà di scelta, l'unica che possa garantire ancora una parvenza di salvezza.

Rimetti a noi i nostri debiti: sommersi e salvati
Elisabetta Bartucca
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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