Pose

2018 - ....

Pose: New York, l’orgoglio e la danza nella nuova serie di Ryan Murphy

Gli autori di Glee e American Horror Story raccontano l'ambiente delle ballroom newyorkesi degli anni Ottanta nella nuova serie della FX, incentrata sulle storie di un gruppo di personaggi gay e transgender intenzionati ad abbattere le barriere dell'emarginazione. La recensione dell'episodio pilota di Pose.

Is there so much hate for the ones we love?/ Tell me we both matter, don't we?

Pose: una scena della serie

Nell'arco di una carriera ormai quasi ventennale, praticamente tutti i prodotti televisivi partoriti dalla fucina creativa di Ryan Murphy e del suo team sono stati caratterizzati dall'incalzante vivacità della narrazione e da un tono spesso e volentieri sopra le righe: che si trattasse di teen comedy come Popular e Glee, di semi-parodie come Scream Queens o di racconti afferenti ai generi del dramma e dell'horror quali Nip/Tuck, American Horror Story e Feud.

Caratteristiche che non potevano mancare neppure nell'ultima serie, in ordine di tempo, creata dal prolifico produttore americano per la rete FX (prima del suo imminente passaggio a Netflix) insieme al fido collaboratore Brad Falchuk e a Steven Canals: Pose, un affresco a puntate delle cosiddette ballroom della comunità LGBT nella New York del 1987. Uno scenario che, al cinema, era già stato rappresentato mirabilmente nel 1990 da Jennie Livingston in uno dei più importanti documentari dell'epoca, Paris Is Burning: un modello di riferimento, per Murphy e soci, nell'ottica della celebrazione di un capitolo fondamentale per la controcultura metropolitana della East Coast.

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Pose: un momento della serie, prima stagione

In my house: le gare di ballo

Pose: una scena della prima stagione

Anticipata da una campagna di marketing focalizzata sulla presenza del più ampio cast di attori gay o transgender mai visto in una serie televisiva, Pose si apre non a caso con un assaggio del clima frivolo e scanzonato delle ballroom newyorkesi: le sontuose sfilate al cospetto di un pannello di giudici, pronti a sollevare le palette numerate e a sancire vincitori e vinti di queste serrate competizioni al ritmo di musica disco, fra le grida e gli applausi di un pubblico in visibilio. E la natura gioiosamente queer delle ballroom si riflette da subito in quella della serie stessa, così come la dimensione camp insita in uno dei nuclei della trama: la rivalità fra l'autoritaria Elektra (l'esordiente Dominique Jackson, statuaria e feroce come Grace Jones), madrina transessuale della House of Abundance, uno dei principali collettivi dediti a tali gare, e la sua seguace Blanca (M.J. Rodriguez), insofferente alle vessazioni di Elektra e decisa a fondare una propria 'casa' in cui potersi sentire pienamente libera.

Pose: un'immagine promozionale della serie

A questo plot si legano quindi altre sottotrame, relative ai vari comprimari della serie: c'è il giovanissimo afroamericano Damon Richards (Ryan Jamaal Swain), ripudiato dalla famiglia a causa della sua omosessualità e determinato a perseguire la propria passione per il ballo; Angel (Indya Moore), altra componente della House of Abundance, costretta a sbarcare il lunario sui marciapiedi della città; e Stan Bowes (Evan Peters, volto noto di American Horror Story), yuppie trentenne e padre di famiglia con un redditizio lavoro negli uffici della Trump Tower, il quale tenta però di spegnere le proprie inconfessabili frustrazioni abbordando Angel, da cui rimane inesorabilmente affascinato.

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I wanna dance with somebody: in cerca di riscatto

Pose: un momento della serie FX

Nell'arco di ben settantasette minuti di durata, il pilot diretto da Ryan Murphy ci introduce a questa pluralità di storie alternando registri molto diversi, dalla farsesca incursione con furto incluso in un museo d'arte, sulle note di In My House delle Mary Jane Girls, alle atmosfere festose e ai briosi catfight delle ballroom, senza evitare però i temi più drammatici legati allo spirito dei tempi: già in questo primo episodio Pose ci parla infatti di povertà, di emarginazione, di omofobia e di AIDS. Ecco allora che le vicende dei protagonisti assumono un valore paradigmatico e volutamente didattico: le parabole di 'reietti' e outsider che non rinnegano se stessi né la propria identità sessuale, ma che al contrario si mostrano desiderosi di lottare in virtù di un necessario principio di autoaffermazione.

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Pose: James Van Der Beek in un'immagine promozionale

In tale prospettiva, gli autori di Pose non vanno troppo per il sottile: la costruzione drammaturgica, perlomeno a giudicare dal pilot, si configura piuttosto schematica, e Murphy, che di norma predilige i contrasti più accentuati rispetto ad ambiguità e sfumature, trasmette tutta l'empatia possibile verso questo manipolo di personaggi, valorizzati da interpreti poco noti ma pienamente funzionali ai relativi ruoli. Emblematica pure la dicotomia alla radice del rapporto fra Stan ed Angel: l'arrivismo imperante, la fredda opulenza e l'insoddisfazione repressa dell'alta borghesia dei faccendieri di Wall Street, contrapposti all'autenticità e alla purezza di sentimenti di quel "mondo della strada" in cui si trascorrono intere nottate in sfide di vogueing (ben prima dell'avvento di Vogue di Madonna).

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Running up that hill: la passione e la musica

Pose: una sequenza della serie firmata dal duo Murphy-Falchuk

Con il piglio accattivante e l'enfasi narrativa tipici delle sue serie del passato, Ryan Murphy costruisce dunque un personale monumento - nel senso letterale di "ricordo" - a quello specifico ramo della cultura gay e transgender e alla sua progressiva diffusione in una società, l'America di Ronald Reagan, ancora permeata di conservatorismo, pregiudizi e divisioni di classe. E invita senza mezzi termini noi spettatori a parteggiare per i suoi protagonisti: come quando inscena uno scatenato 'duello' tra la House of Abundance e il nuovo gruppo di Blanca al ritmo di Swept Away di Diana Ross (il momento clou del pilot), o quando fa esibire Damon in un provino di danza su uno dei più indelebili successi di quel 1987, I Wanna Dance with Somebody (Who Loves Me) di Whitney Houston, in una sequenza che rende esplicito omaggio a Flashdance.

Pose: Evan Peters in una scena

Ma la ricchissima selezione musicale del primo episodio spazia dalla disco e dal funk di brani-simbolo di un'epoca, come On the Radio di Donna Summer ed Ain't Nobody di Chaka Khan, alla romantica malinconia di I'm Not in Love dei 10cc e perfino del Betsy's Theme composto da Bernard Herrmann per la colonna sonora di Taxi Driver. Uno spazio particolare è occupato infine da uno dei classici del repertorio di Kate Bush, la splendida Running Up That Hill, la cui seducente melodia diventerà il leit-motiv della relazione fra Stan ed Angel: un amore nascosto e clandestino, suggellato da quei versi su un impossibile "patto con Dio".

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Stefano Lo Verme
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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