Ormai è una specie di moda, o meglio dire una piaga. Da qualche tempo a questa parte - per inciso, da quando internet ha dato la possibilità a tutti di dire la propria - quando esce un film molto atteso si aprono voragini di pensiero creando una malsana polarizzazione. Ed è avvenuto, fin dall'annuncio della produzione, anche con Odissea di Christopher Nolan.
Tutti, ma proprio tutti, hanno sentito il bisogno di esprimere, ancor prima di vedere il film, la propria opinione. Questa volta la spaccatura è ancor più profonda: il regista britannico ha applicato la sua personale grammatica a uno dei pilastri della narrazione occidentale. Un viaggio che ha segnato la conclusione del mondo antico, schiacciato dal peso della guerra di Troia e da una punizione divina implacabile e spaventosa.
L'aderenza storica nel cinema non è richiesta
Se è alquanto ridicolo parlare di spoiler per una storia che ha quasi tremila anni, la mitologia dell'Odissea è entrata talmente tanto nell'immaginario pop (dal Ciclope al celeberrimo Cavallo) che spesso ne ricordiamo i dettagli senza aver mai davvero sfogliato il testo originale.
Ed è proprio qui che si è aizzata la marea di polemiche: molti spettatori potrebbero rimanere spiazzati di fronte ad alcune deviazioni che il regista impone al terzo atto rispetto alla versione classica. Con un assunto: l'Odissea non è un racconto storico bensì di finzione. E aggiungiamo: pure se fosse stato un testo storico un autore ha tutto il diritto di rivederlo e plasmarlo secondo la propria ottica. Altrimenti non esisterebbe il valore del racconto e della messa in scena. Se cercate aderenza, ci sono i documentari.
Per gran parte della sua durata, la pellicola viaggia sui binari abbastanza fedeli. Ulisse (Matt Damon) si dimostra la mente più brillante nell'esercito di Agamennone (Benny Safdie). È sua l'idea geniale e letale che mette in ginocchio le mura indistruttibili di Troia attraverso un ligneo cavallo che nasconde un manipolo di achei pronti a scatenare l'inferno.
Il piano funziona, ma la vittoria diventa una carneficina. Un trionfo sporco, dal prezzo altissimo. Violando la sacra legge dell'ospitalità - la "Legge di Zeus", che non ammette inganni sotto forma di doni -, Ulisse attira su di sé la furia dell'Olimpo. Da quel momento, il viaggio di ritorno verso Itaca diventa un incubo costellato da mostri e deviazioni mentali che decimano la sua flotta e lo strappano per due lunghissimi decenni all'abbraccio della moglie Penelope (Anne Hathaway) e del figlio Telemaco (Tom Holland).
I cambiamenti secondo Nolan
Dopo vent'anni sospesi, Ulisse ottiene finalmente il perdono degli dei (grazie anche all'intercessione di Calipso, con il volo di Charlize Theron) e rimette piede a Itaca. Ma ad attenderlo non c'è la pace: la sua reggia è invasa dai Proci, parassiti pronti a rubargli regno e consorte. Travestito da mendicante, con la complicità del figlio, Ulisse prepara la "totale vendetta". Dunque Penelope indice la famosa gara con l'arco del marito.
Al momento decisivo, l'acheo si rivela: incorda l'arma e scaglia la freccia. È l'inizio del massacro: i pretendenti vengono trucidati senza pietà in un'ottima sequenza d'azione. Da qui, il testo in parte cambia: quel bagno di sangue tra le mura domestiche, contro i figli delle famiglie nobili del regno, è un peccato troppo grande da espiare. Ulisse non può più essere re. Consumato dal senso di colpa e dal disturbo post-traumatico, abdica in favore di Telemaco e sceglie l'autoesilio. Lo vediamo salpare verso l'"ignoto ovest" insieme a Penelope, andando alla ricerca della propria anima.
Odissea: la spiegazione del finale
Se la punizione divina rimane alla base della narrazione, Nolan inserisce nel testo classico una riflessione d'attuale lettura. Come vediamo nel finale, il suo Ulisse è un uomo distrutto dall'inganno del Cavallo di Troia: una mossa che ha violato l'ordine morale del mondo, infrangendo il concetto stesso di civiltà.
Tornato a casa, confessa ai suoi cari che la caduta di Troia ha segnato la fine dell'etica umana, e che rinunciare alla corona è l'unico modo per espiare quella colpa. È una metafora del nostro presente, un'eco delle nostre crisi geopolitiche e spirituali, anche perché il confine tra progresso e barbarie è ormai labile (pensiamo all'utilizzo infame dei droni).
Non solo, è anche una scelta opposta a quella fatta da Omero. L'Odissea classica, infatti, è un percorso di fede che si chiude con una specie di happy ending (scusaci, Omero). Nel poema, Ulisse si rivela a Penelope solo dopo il massacro, superando il celebre test del letto nuziale scolpito nell'ulivo secolare (dettaglio che nel film viene sostituito dalla spilla che lei gli regalò prima della partenza). Soprattutto, Omero affronta la faida in modo mitologico: quando i parenti dei pretendenti uccisi marciano per vendetta, interviene direttamente Atena. La dea impone una tregua divina, cancella l'odio e sancisce la pace. Ulisse resta sul trono, amato e felice, accanto alla sua regina.
Il discorso generazionale: Ulisse lascia il posto al figlio Telemaco
Portando il discorso fino in fondo, Nolan evita di affidare la risoluzione direttamente agli dèi - anche se l'Atena di Zendaya svolge un ruolo fondamentale, checché se ne dica - portando Ulisse a guardare - letteralmente - in "viso" le macerie di una civiltà infuocata, distrutta e spaesata.
Un modo per ricordare l'ottusità della guerra e della bramosia, appartenenti a una generazione plasmata con il fuoco e con la violenza. A proposito di questo, c'è anche un discorso generazionale: Ulisse si allontana (di nuovo) verso l'orizzonte alla ricerca di una redenzione, lasciando spazio a suo figlio. Un epilogo non banale: se il futuro è già arrivato, allora bisogna che venga scritto da coloro che lo vivranno.