Molly's Game

2017, Drammatico

Molly's Game: la correttezza non è un bluff

Debutto da regista per l'asso della sceneggiatura Aaron Sorkin, Molly's Game non è all'altezza dei suoi migliori script ma è un film avvincente e originale con una sontuosa Jessica Chastain.

Il mistero di Molly Bloom non è nel suo nome. Perché non si tratta di uno pseudonimo in omaggio a James Joyce e alla moglie fedifraga più famosa della letteratura occidentale; è semplicemente il suo nome. Il mistero di Molly Bloom è nel suo passato. Cosa determina la persona che siamo, quanta fame, quanta ambizione abbiamo, quanto siamo disposti a mettere in gioco?

Molly's Game: Jessica Chastain e il regista Aaron Sorkin sul set del film

C'è un momento, nel complesso ordito del film in cui Aaron Sorkin, sceneggiatore straordinario di L'arte di vincere - Moneyball, The Social Network e Steve Jobs, debutta alla regia, in cui Molly, nella sua incarnazione adolescente, risponde alle domande del padre che la "intervista". Una ragazza incredibilmente intelligente, precocemente disincantata, inevitabilmente enigmatica.

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Molly's Game: Jessica Chastain in una scena del film

Ascesa e declino della "principessa del poker"

Molly's Game: Jessica Chastain e Idris Elba in una scena del film

Nella finzione e nella realtà - il film è ispirato a una storia vera e bastato sul memoriale omonimo di Miss Bloom pubblicato poco meno di quattro anni fa - Molly Bloom è una ex campionessa di sci che, dopo la fine della sua carriera di freestyler e prima dell'inizio dei suoi studi in legge, si trovò quasi per caso a organizzare partite di poker clandestine a cui partecipavano diverse blasonate star hollywoodiane.
Le munifiche mance che le permettono di mettere da parte le ambizioni accademiche, ma anche l'atmosfera inebriante di quelle serate a base di soldi e potere, fanno sì che, dopo Los Angeles, la nostra Molly decida di trasferire la sua "bisca" nella Grande Mela e di chiedere buy-in da capogiro ai milionari newyorkesi in cerca di un brivido al tavolo da poker. Ma è qui che le cose si complicano; perché il business milionario della bella e astuta hostess attrae la curiosità non solo di ricchi polli da spennare, ma anche della pericolosissima mafia russa. E presto, sulle tracce di Molly e dei suoi segreti, appare anche l'FBI.

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Il sorriso della sfinge

Molly's Game: Jessica Chastain in un'immagine del film

Nella parabola di Molly Bloom gli elementi seducenti per l'ingegno di Aaron Sorkin sono numerosi: il potere, la celebrità, il rischio, e soprattutto uno spinoso e articolato dilemma morale. Ma il terreno fecondo non basterebbe ad accendere il suo verbo sul grande schermo se non ci fosse un'interprete incandescente di suo ad accoglierlo e a dargli un'anima. Jessica Chastain contribuisce con il suo fascino e il suo magnetismo ad alleggerire le due ore e venti di durata della pellicola, e affronta con destrezza le lunghe parentesi di voiceover, che legano insieme le diverse linee temporali, ben strutturate e ben montate, della narrazione, anche se il suo meglio lo dà in tandem con l'ottimo Idris Elba, nei panni del riluttante avvocato che assiste Molly e che, insieme a noi, cerca invano di sciogliere il suo enigma.

Molly's Game: Idris Elba in una scena del film

Ma Molly resta remota, ci sfugge come i suoi segreti eludono gli agenti federali, e non sempre in senso buono. Perché se e il personaggio non ha lo stesso ascendente del Jobs del film di Danny Boyle o dello Zuckerberg di quello di David Fincher è forse perché in questo caso a Sorkin manca il necessario distacco: lui e il soggetto di questo particolare biopic sono amici, e anche molti tra i pezzi da novanta hollywoodiani transitati per i tavoli di Molly sono conoscenti e anche occasionali collaboratori del neo-regista. La nostra sensazione, in tutta franchezza, è che il desiderio di non toccare alcuni ambiti della vita privata di Molly e la preoccupazione di evitare dettagli rivelatori sui giocatori (anche se il Player X di Michael Cera è parecchio gustoso) abbiano privato di un po' di disinvoltura e di lucidità la scrittura normalmente affilata di Sorkin.

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Lasciami il mio nome

Molly's Game: Kevin Costner in una scena del film

Rispetto alle migliori sceneggiature di Sorkin manca anche quell'intensità drammatica che scaturiva dall'incontro di mondi spietati e dinamici con un'umanità vulnerabile: se l'atmosfera attorno al tavolo da poker è autentica ed elettrizzante, l'umanità di Molly è fuori fuoco anche nel rapporto col padre, con Kevin Costner che, anche se a suo agio alla prese con un monologo in tipico stile sorkiniano, non riesce a creare con Chastain la stessa alchimia di cui lei gode con Elba.

Molly's Game: Jessica Chastain e Idris Elba in un momento del film

Resta il fatto che, alla fine dei giochi, ci sono pochi autori capaci di una narrazione brillante e imprevedibile quanto quella di Aaron Sorkin; e anche il fatto che, alla fine dei giochi, Molly's Game qualcosa di prezioso da consegnarci ce l'ha eccome, anche senza sbancare il piatto. Un'idea coerente con l'idealismo del suo creatore, ma anche un'idea potente ed edificante: che la correttezza non sia prodotto di buonismo ipocrita ma dell'amor proprio, dell'autentica dignità. Ed è così che nel (buon) nome di Molly Bloom, omaggiando Arthur Miller e non a James Joyce, Sorkin ci lascia qualcosa in più della soddisfazione di esplorare le complesse e raffinate architetture della sua scrittura.

Molly's Game: la correttezza non è un bluff
Alessia Starace
Redattore
3.5 3.5
Cinecittà World
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