Minotaur, recensione: un noir dei sentimenti nella Russia di Putin

Con Minotaur, Gran Premio della Giuria a Cannes, il regista Andrey Zvyagintsev rilegge Stéphane, una moglie infedele di Claude Chabrol mediante un cupo realismo corredato di sottotesti politici. Presentato alla Festa del Cinema di Roma.

Una scena di Minotaur

Si può realizzare un cinema 'politico' pur focalizzandosi quasi esclusivamente sulla dimensione privata dei personaggi? È una delle grandi questioni che, da un'epoca all'altra, si ripropongono soprattutto in quelle realtà caratterizzate dalla soppressione più o meno netta della libertà d'espressione e di dissenso: lo vediamo da almeno due decenni in Iran, a partire dai sottotesti socio-politici rintracciabili in filigrana nelle opere di Asghar Farhadi (da Una separazione a Un eroe), e lo vediamo sempre più spesso in una Russia che, sotto il regime di Vladimir Putin, è scivolata nelle maglie di un feroce autoritarismo. Raccontare il privato per parlare (anche) del pubblico è dunque l'approccio adottato da uno dei maestri del cinema russo contemporaneo, Andrey Zvyagintsev, e rinnovato con estremo vigore in Minotaur, suo atteso ritorno dietro la macchina da presa.

L'atteso ritorno di un maestro del cinema russo

Andrey Zvyagintsev
Un'immagine del regista russo Andrey Zvyagintsev

La famiglia, il modello più ristretto di microcosmo sociale, e la sua drammatica implosione erano già stati oggetto di analisi del precedente film di Zvyagintsev, l'apprezzatissimo Loveless, in cui il regista e sceneggiatore siberiano offriva uno sguardo quanto mai tagliente su un paese colto in una profonda crisi morale, che si rifletteva nella dolorosa disgregazione di un nucleo familiare. Un'impostazione non molto dissimile da quella alla base di Minotaur, realizzato a ben nove anni di distanza da Loveless, dopo un periodo di enormi difficoltà e cambiamenti per il cineasta: il lungo ricovero ospedaliero fra il 2021 e il 2022, caratterizzato dalla paraplegia e da gravi problemi polmonari, e il successivo trasferimento (o piuttosto esilio) in Francia, proprio mentre la natia Russia si imbarcava in un conflitto a cui Zvyagintsev non ha mai risparmiato critiche.

Un classico di Claude Chabrol riletto da Andrey Zvyagintsev

Andrey Zvyagintsev Festival Cannes 2026
Andrey Zvyagintsev con il Gran Premio della Giuria a Cannes 2026 per Minotaur

"Ponga fine a questa carneficina", è stato infatti l'appello lanciato da Andrey Zvyagintsev durante il Festival di Cannes 2026, alla consegna del Gran Premio della Giuria per Minotaur: un appello che, in patria, gli è valso la sgradita etichetta di "agente straniero", riservata a tutte le voci dissidenti nei confronti della dittatura putiniana. E l'invasione dell'Ucraina è anche la cornice storica entro cui si inserisce questo suo sesto lungometraggio, ambientato non a caso nel 2022, il primo anno di guerra, in un'imprecisata città nei pressi di Mosca (nella realtà, le riprese sono avvenute in Lettonia) in cui risiede la coppia di protagonisti del film: Gleb (Dmitriy Mazurov), imprenditore a capo di una florida ditta di trasporti, e Galina (Iris Lebedeva), una sorta di moglie-trofeo che manifesta i segnali di una sommessa insofferenza rispetto alla propria vita familiare.

Minotaur Film 2026 Azm0Tbq
Minotaur: un'immagine di Dmitriy Mazurov

A costituire l'impianto narrativo di Minotaur è la vicenda di tradimento su cui era imperniata la trama di uno dei film più celebri di Claude Chabrol, massimo esponente del "noir di provincia": Stéphane, una moglie infedele, interpretato nel 1969 da Stéphane Audran e Michel Bouquet (e già riproposto in chiave hollywoodiana da Adrian Lyne con L'amore infedele). E sebbene Andrey Zvyagintsev non si distacchi più di tanto dall'intreccio originale, il suo Minotaur risulta comunque un'opera radicalmente diversa dal thriller di Chabrol: per il rigoroso realismo del racconto e della messa in scena, elemento-cardine di tutto il cinema di Zvyagintsev, e per la lucidissima osservazione delle dinamiche - psicologiche e familiari - che contraddistinguono l'esistenza quotidiana di Gleb e Galinda, nonché il loro rapporto con il figlio adolescente Seryozha (Boris Kudrin).

Claude Chabrol, nel buio della mente: i grandi film di un maestro del thriller Claude Chabrol, nel buio della mente: i grandi film di un maestro del thriller

Il tributo di sangue e gli ingranaggi del potere

Dmitriy Mazurov Minotaur
Dmitriy Mazurov nel ruolo di Gleb

Ma soprattutto, il dramma coniugale del film di Zvyagintsev si consuma all'interno di una cornice ben precisa: la strisciante mobilitazione imposta dal Cremlino per rinsaldare le forze armate impegnate sul fronte ucraino, i cui echi giungono attraverso i filmati su YouTube e i manifesti della propaganda di regime. Così Gleb, se da un lato (la suddetta dimensione privata) si sforza di tenere in piedi un ménage traballante, dall'altro viene incaricato dal Sindaco locale (Vladimir Friedman) di selezionare un certo numero di suoi dipendenti da far arruolare nell'esercito. I sacrifici umani offerti dalla città di Creta al Minotauro si rispecchiano pertanto nel tributo di sangue richiesto dalla Russia odierna sull'altare di un nazionalismo belligerante, con Gleb e i suoi colleghi dell'alta borghesia imprenditoriale che si prestano a far funzionare gli ingranaggi di questo spietato meccanismo.

Minotaur Iris Lebedeva
Minotaur: un'immagine di Iris Lebedeva

Se Andrey Zvyagintsev aggiorna i sempiterni temi della "banalità del male" alla stretta attualità, Minotaur è però anche un film in cui la brutalità e la sopraffazione finiscono per permeare ogni livello della società, incluso l'ambito domestico: quando Seryozha rivela le intimidazioni subite a scuola, il padre lo esorta a reagire minacciando di usare la violenza; e alla violenza ricorrerà lui stesso, in un (prevedibile) impeto di rabbia, quando si tratterà di riaffermare la sua 'proprietà' sulla moglie infedele. La tensione, allora, non è legata tanto allo sviluppo degli eventi, quanto alla plumbea atmosfera di desolazione urbana in cui essi hanno luogo: quella periferia anonima, quasi in abbandono, in diretta opposizione alla gelida eleganza modernista della villa in vetro e acciaio, immersa nella campagna, in cui Gleb e Galinda hanno stabilito la propria "gabbia dorata", o dei ristoranti di lusso frequentati svogliatamente con i loro (presunti) amici.

Conclusioni

Quando la macchina del potere avrà assolto il proprio compito, dirottando l'indagine di turno verso un prevedibile punto morto, la famiglia dei protagonisti tenterà di sottrarsi al grigiore di un paese al collasso, sulle cui strade campeggiano i manifesti delle 'vittime' del Minotauro: la scena conclusiva si svolge infatti a bordo di un aereo diretto - emblematicamente - proprio a Creta. Ma nel film di Andrey Zvyagintsev, così come nella Russia dei nostri giorni, non c'è spazio per il vagheggiato calore mediterraneo: il giovane Seryozha, il "futuro della nazione", è intento a fotografare un manto di nuvole, ma l'ultima inquadratura non è che l'immagine in bianco e nero di un cielo da cui non trapela alcuno spiraglio di luce.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • La lucidità e il rigore implacabili con cui Andrey Zvyagintsev mette in scena un dramma coniugale con venature da thriller.
  • La sapiente rivisitazione di uno schema narrativo 'classico' nel contesto dell'odierna società russa, illustrandone i perversi meccanismi.
  • La compenetrazione fra la vicenda privata dei protagonisti e la deriva morale di un paese segnato da sopraffazione e abusi di potere.

Cosa non va

  • La sostanziale prevedibilità di un intreccio che segue binari consolidati, riuscendo comunque a esprimere una notevole tensione.
Aggiungici come fonte preferita su Google