Claude Chabrol, nel buio della mente: i grandi film di un maestro del thriller

Padrino della Nouvelle Vague, Claude Chabrol è stato uno dei massimi autori del cinema francese: ripercorriamo gli elementi-chiave del suo cinema sinistro e perturbante.

APPROFONDIMENTO di 12/09/2020

Non mi interessa affatto la ricerca di un colpevole. Se si nasconde la colpevolezza di un personaggio, implicitamente diventa la cosa più importante di lui. Io invece voglio che il pubblico sappia chi è l'assassino, in modo da potersi concentrare sulla sua personalità.

Chabrol
Claude Chabrol sul set de Il fiore del male

Se ci si volesse affidare al vecchio detto in base al quale un autore è un regista che fa sempre lo stesso film, si potrebbe sostenere che per mezzo secolo Claude Chabrol abbia realizzato un tipo di film ben preciso. L'assunto è ovviamente banale e riduttivo, soprattutto di fronte a una produzione così sterminata: cinquantaquattro pellicole per il cinema, senza contare i cortometraggi e i numerosi lavori girati per la TV. Eppure è innegabile che basti anche solo il nome del regista francese per richiamare uno specifico immaginario: cittadine di provincia e salotti borghesi, coniugi infedeli e individui poco raccomandabili, che finiscono per lasciarsi avvolgere in una rete di menzogne e omicidi.

Il Buio Nella Mente
Il buio nella mente: Isabelle Huppert e Sandrine Bonnaire

Attraverso questa formula, declinata secondo diverse varianti nell'arco di cinque decenni di carriera, Claude Chabrol ha tracciato un autentico paradigma, conducendoci di volta in volta nell'esplorazione del "buio nella mente" dei suoi personaggi (per citare il titolo di quello che resta il suo film più famoso). E il decennale della sua scomparsa, avvenuta a Parigi il 12 settembre 2010, a ottant'anni d'età, ci offre l'occasione per ripercorrere temi e ossessioni ricorrenti di una filmografia vastissima, costruita attorno al "cuore nero" di un'umanità fragile e imperfetta, che Chabrol ha saputo rappresentare con pennellate cariche di tagliente ironia e di implacabile lucidità.

L'appassionato di Hitchcock che 'inventò' la Nouvelle Vague

Chabrol Claude
Un'immagine di Claude Chabrol

Pur essendo nato a Parigi (il 24 giugno 1930), Claude Henri Jean Chabrol trascorre l'infanzia e l'adolescenza a Sardent, un villaggio della Nuova Aquitania che all'epoca conta a malapena un migliaio di abitanti: un ambiente che influenzerà inesorabilmente la sua futura predilezione per storie collocate in piccole realtà di provincia. Sono le storie che Chabrol si adopera a scrivere fin dal suo debutto dietro la macchina da presa: un debutto compiuto da un autodidatta che, trasferitosi a Parigi negli anni Cinquanta, era stato assorbito dai cine-club, dalla Cinémathèque Française e dall'amicizia con gli altri redattori dei Cahiers du Cinéma, la prestigiosa rivista che sarà la fucina della Nouvelle Vague. Critico e appassionato prima ancora di diventare lui stesso un regista, Chabrol si scaglia contro l'accademismo del cinema francese dell'epoca, imponendosi come una delle penne più rinomate dei Cahiers.

Le Beau Serge
Le beau Serge: Gérard Blain e Jean-Claude Brialy
Le Beau Serge
Le beau Serge: un primo piano di Gérard Blain

Nel 1957, insieme all'amico e collega Eric Rohmer, firma a quattro mani una fondamentale monografia su Alfred Hitchcock, un regista che avrebbe contribuito non poco alla sua formazione e all'amore per il thriller e il noir. Quello stesso anno, grazie all'eredità ottenuta dalla moglie Agnès, Claude Chabrol fa ritorno a Sardent per dirigere il suo primo film, Le beau Serge, disincantato ritratto della quotidianità della provincia incentrato sulla figura di un ex seduttore depresso e alcolizzato (il "bel Serge" del titolo). Premiato per la miglior regia al Festival di Locarno 1958, Le beau Serge approda nelle sale francesi nel gennaio 1959, segnando una svolta epocale: è il film che sancisce l'atto di nascita della Nouvelle Vague, di cui Chabrol sarà uno dei padri fondatori.

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La cattiva coscienza della provincia francese

Les Cousins
I cugini: Juliette Mayniel e Gérard Blain

Il 1959 è infatti l'anno in cui la "nuova onda" irrompe fragorosa sulla scena mondiale: poco dopo Le beau Serge, a marzo, Chabrol porta in sala il suo secondo lungometraggio, I cugini, che a luglio conquisterà l'Orso d'Oro al Festival di Berlino, mentre fra maggio e giugno si assiste al trionfo de I 400 colpi, la straordinaria opera prima di François Truffaut. Truffaut e Chabrol fanno appunto da capofila della rivoluzione in atto grazie alla Nouvelle Vague, imperniata sul rifiuto di artifici e sulla ricerca di un inedito realismo, che caratterizzerà pure gli esordi di Jean-Luc Godard ed Eric Rohmer. E in Chabrol, tale realismo si coniuga con l'analisi delle tensioni latenti fra i suoi personaggi e della loro violenza repressa: ne Le beau Serge così come ne I cugini, con l'attore Jean-Claude Brialy che interpreta prima l'amico altruista e solidale, poi il cugino egoista e vizioso.

I Cugini
I cugini: Jean-Claude Brialy e Gérard Blain
Jean Seberg And Maurice Ronet In La Ligne De Demarcation Directed By Claude Chabrol 1966
La linea di demarcazione: Maurice Ronet e Jean Seberg

Alla fine dell'anno, sulla scia dell'enorme successo de I due cugini, esce il terzo film di uno Chabrol già incredibilmente prolifico: A doppia mandata, interpretato da Madeleine Robinson (Coppa Volpi a Venezia) e da uno Jean-Paul Belmondo alle soglie della consacrazione, segna il suo primo adattamento di un'opera narrativa e la sua prima incursione nei territori del giallo. La famiglia come "nido di vipere" sarà da allora uno dei leitmotiv del cinema di Chabrol, che tuttavia non sembra ancora aver trovato una sua dimensione ideale: negli anni a venire sperimenterà infatti una pluralità di generi, dal dramma corale Donne facili alla commedia nera Landru (ispirata al Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin), dal dittico di spionaggio sull'agente segreto "la Tigre" a La linea di demarcazione, affresco della Francia di Vichy in cui Chabrol fa i conti con la cattiva coscienza di un paese diviso fra resistenza e collaborazionismo.

I 400 colpi: François Truffaut e la "nuova onda" del cinema

All'ombra del delitto: un cinema fra eros, violenza e follia

Les Biches Chabrol
Les biches: Jacqueline Sassard e Stéphane Audran

È verso la fine degli anni Sessanta che il cinema di Claude Chabrol assume quella cifra inconfondibile che, da allora, avrebbe contraddistinto quasi tutti i suoi film: un interesse per il thriller psicologico e il noir calato nella cornice della borghesia di provincia, sepolcri imbiancati dentro cui si celano uno spregiudicato opportunismo e un'ambiguità che, in più casi, arriva a sfociare nel delitto. In tale prospettiva, l'eros costituisce non a caso la "variabile impazzita", la scintilla in grado di scatenare la follia e l'omicidio: accade ne Les biches - Le cerbiatte, in cui il rapporto fra due ragazze (le cerbiatte/lesbiche del titolo) viene incrinato dall'intrusione di Jean-Louis Trintignant; in Stéphane, una moglie infedele e L'amico di famiglia, in cui l'adulterio è il casus belli da cui si innesca il meccanismo noir; ne Gli innocenti dalle mani sporche, altra storia di tradimenti da cui prende vita un crudele gioco fra il gatto e il topo.

I Fantasmi Del Cappellaio
I fantasmi del cappellaio: un'immagine di Michel Serrault
Il Tagliagole
Il tagliagole: Stéphane Audran e Jean Yanne

Quando invece non è il sesso a occupare un posto centrale all'interno della trama, Chabrol evoca gli spettri insiti nell'animo umano e accentua ancor di più il senso di inquietudine che circonda i suoi personaggi: dal desiderio di vendetta di Ucciderò un uomo, in cui un padre cerca giustizia per l'uccisione del figlio, ai perversi intrighi familiari di All'ombra del delitto; e poi la pazzia sanguinaria de Il tagliagole, in cui un piccolo villaggio fa da teatro alle gesta di un maniaco, e de I fantasmi del cappellaio, trasposizione del romanzo di Georges Simenon, in cui è Michel Serrault a vestire i panni di un insospettabile serial killer. In seguito, ad incarnare istinti irrazionali e selvaggi saranno François Cluzet, marito in preda a una gelosia ossessiva ne L'inferno, da un progetto incompiuto di Henri-Georges Clouzot, e la coppia di assassine de Il buio nella mente.

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Chabrol e le sue attrici: Stéphane Audran e Isabelle Huppert

Audran Stephane
Stéphane, una moglie infedele: un'immagine di Stéphane Audran

Fra gli anni Sessanta e Settanta, il volto-simbolo del cinema di Claude Chabrol appartiene a Stéphane Audran, moglie del regista fino al 1980 e protagonista di alcuni dei suoi film più celebri, fra cui Les biches (che le vale l'Orso d'Argento a Berlino), Stéphane, una moglie infedele e Il tagliagole. Con la sua composta eleganza e la sua bellezza sofisticata, in cui non manca però un accenno di insicurezza e di nevrosi, Stéphane Audran offre una perfetta rappresentazione del "fascino discreto della borghesia" (e a prenderne nota sarà anche Luis Buñuel). Nel 1978, con Violette Nozière, Chabrol inaugura invece il suo fortunatissimo sodalizio con Isabelle Huppert, premiata come miglior attrice a Cannes: Violette, la giovane prostituta di buona famiglia che avvelena i genitori, è il primo dei personaggi sinistri ed enigmatici a cui la Huppert darà vita davanti alla cinepresa di Chabrol.

Violette Noziere
Violette Nozière: Isabelle Huppert in una scena del film
Madame Bovary
Madame Bovary: un'immagine di Isabelle Huppert

Fra il 1978 e il 2006 Isabelle Huppert recita infatti in alcuni tra i più importanti film nella carriera del regista, ottenendo per ben due volte la Coppa Volpi a Venezia. È la madre di famiglia che pratica aborti clandestini in Un affare di donne e l'eroina di Gustave Flaubert nell'adattamento chabroliano di Madame Bovary: due ruoli speculari di mogli borghesi accomunate da insoddisfazione, desiderio di ribellione e la tendenza a cullarsi nelle proprie illusioni. E poi ancora, la postina amorale che circuisce la cameriera Sandrine Bonnaire ne Il buio nella mente, la truffatrice di professione in coppia con Michel Serrault nel thriller Rien ne va plus, un'altra gelida avvelenatrice in Grazie per la cioccolata e, con uno scarto dal crimine alla legge, l'inflessibile giudice dal pugno di ferro alle prese con un'inchiesta bollente ne La commedia del potere.

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I "fiori del male", fra giallo e noir

Huppert
La commedia del potere: un'immagine di Isabelle Huppert

La commedia del potere, terzultima pellicola di Chabrol (seguiranno L'innocenza del peccato e Bellamy), è uno dei rari casi in cui il ritratto della corruzione morale assume un'esplicita dimensione politica; più spesso, il regista preferisce filtrare tale tema attraverso storie tratte dalla narrativa gialla e noir (Ed McBain, Patricia Highsmith, Ruth Rendell), intrecciando elementi psicologici e sfondo sociale. Il suo cinema, però, evita gli ovvi schematismi e le facili soluzioni, mantenendo un quid di imprevedibilità e di mistero: basta il conflitto di classe a motivare il massacro al termine de Il buio nella mente, o magari Chabrol vuole suggerirci l'esistenza di un lato oscuro che potrebbe emergere nelle maniere più inaspettate e nelle persone più vicine a noi?

Il Fiore Del Male
Il fiore del male: i protagonisti del film

Di lati oscuri, del resto, sono pieni i suoi film, in cui in genere le sfumature e le ombre prevalgono sui contrasti netti. Una lezione che Chabrol pare aver affinato in particolare nel suo ultimo periodo d'attività, ne Il colore della menzogna e ancor di più ne Il fiore del male, forse il suo capolavoro: dietro le cortesie e i pranzi di rito, la famiglia diventa il campo di battaglia in cui esplodono pulsioni malevole e repentini atti di violenza, ma pure l'armadio in cui riporre scheletri, ricordi e sensi di colpa. Quei 'fantasmi' di cui è popolato tutto il cinema di Chabrol, pronti a manifestarsi davanti ai nostri occhi con la poderosa ferocia di un dramma o a fare capolino dietro il beffardo sarcasmo di una commedia nera.

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