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Luca Guadagnino a Roma 2021: “Avrei dovuto dirigere David Cronenberg”

All'incontro ravvicinato alla Festa del Cinema di Roma 2021, Luca Guadagnino, regista di Chiamami col tuo nome, racconta gli autori e i film che hanno segnato la sua carriera.

Guadagnino
Un ritratto di Luca Guadagnino

Cappellino da baseball, abbigliamento casual e occhi bassi. Alla Festa del Cinema di Roma 2021 dove è stato il protagonista di uno degli incontri ravvicinati con il pubblico, Luca Guadagnino si presenta così per parlare con il direttore del festival Antonio Monda dei film che hanno influenzato la sua carriera e ripercorrerne le tappe fondamentali. Aneddoti, ricordi e riflessioni sulla settima arte nel corso di una chiacchierata molto intima mentre sullo schermo si susseguono le immagini di più di mezz'ora di clip. Una carrellata di sequenze da Cronenberg a Carpenter, Bertolucci e Rossellini per raccontare cosa significhi per lui fare film.

L'ammirazione per John Carpenter e l'amore per Jeff Bridges e Rossellini

Jeff Bridges ne Il grande Lebowski
Jeff Bridges ne Il grande Lebowski

Artista raffinato e controverso, amatissimo all'estero e non sempre apprezzato in patria, gli piace partire dal film che gli fece conoscere Jeff Bridges, Starman di John Carpenter: "È il primo film che mi ha reso consapevole del suo talento, lo avevo già visto in Una calibro 20 per lo specialista di Michael Cimino, ma non avevo mai capito la sua straordinaria importanza. Trovo questo film smisurato, straordinario e Carpenter uno dei più grandi registi viventi. Rimasi colpito dalla storia di questo alieno che impara a diventare umano e Bridges mi catturò talmente tanto che nei miei primi lavori mi piaceva inserire tra i titoli di coda 'special thanks to Jeff Bridges'. Sono pazzamente innamorato di lui".
Ma lo è anche di alcuni registi italiani, come Roberto Rossellini: "Viaggio in Italia è in assoluto il mio film preferito, - rivela Luca Guadagnino mentre guarda la sequenza da lui scelta - ci torno continuamente e continua a farmi amare il cinema nonostante sia sfiduciato da quello che vedo in giro". Lo definisce il più grande regista di sempre anche se ammette di non essere "un grande amante del cinema romano. Lui però era straordinario. Viaggio in Italia è un film di suspense ma racconta anche la necrofilia dell'amore, è la cristallizzazione del senso del cinema. Gestisce l'inquadratura al punto da poter competere con i più grandi maestri della suspense da Hitchcock a Fritz Lang". Peccato, aggiunge, che la "sua eredità sia rimasta inascoltata, aveva una virtù pedagogica unica che lo avrebbe reso un grande maestro. Il suo cinema è complesso e popolare, fa agire l'intelligenza dello spettatore, prova a smuoverne il pensiero connettendolo con qualcosa di profondo e viscerale, è meno intellegibile per chi si ferma in superficie".

Luca Guadagnino, il suo cinema tra magnifiche ossessioni e leggi del desiderio

Il cinema sovversivo di Godard e Cronenberg

Festival del Film di Roma 2008 - il regista canadese David Cronenberg
Festival del Film di Roma 2008 - il regista canadese David Cronenberg

Il film che lo ha letteralmente ossessionato è però Prénom Carmen di Jean-Luc Godard, racconta che quando uscì era vietato ai minori di 18 anni e lui ancora minorenne impazziva all'idea di non poter entrare in sala: "Era già per me un nome mitologico e alla fine riuscii a vederlo entrando di nascosto, a Palermo dove vivevo all'epoca non erano così fiscali. È un film sovversivo, mi fece comprendere quanto Godard fosse abile a lavorare sulla lingua, sulle parole, è tutto un gioco di immagini e indica la via della resistenza politica. Già allora aveva capito che bisognava essere terroristi e resistere".
Parlando di sovversivi all'appello non poteva mancare certo David Cronenberg, in particolare La mosca: "Anche qui una storia d'amore, non c'è nulla di più viscerale e potente che rappresentare l'amore al cinema. È un film con un'interpretazione straordinaria. - spiega Guadagnino - Quando metti in scena qualcosa di umanistico ciò che guida la messa scena è la generosità degli attori, la loro performance, la libertà di osare. Cronenberg usa il genere non per fare un'impressione epidermica ma profonda, utilizza il trucco in modo esplicito anziché nasconderlo con le luci o i tagli rapidi". E confessa che alcuni anni fa avrebbe dovuto anche dirigerlo: "Avevo acquistato i diritti di Body art, un romanzo di Don De Lillo. Scrissi la sceneggiatura e per i protagonisti pensai a Isabelle Huppert e a David Cronenberg, che accettò di interpretare se stesso. Poi come spesso accade non se ne fece nulla".

La lezione di Romero e Bertolucci e il potere della rappresentazione

Effetto Cinema Notte Lucca: George Romero con gli amici zombie
Effetto Cinema Notte Lucca: George Romero con gli amici zombie

L'altra grande lezione inascoltata a suo avviso è quella di George Romero, "un saggista, un altro grande regista dell'economia, la sua regia è precisa, millimetrica e priva di effetti. Sarebbe impossibile fare un buon remake di questo film, anche se ahimè lo hanno fatto. L'inesorabilità degli zombie ha senso solo se sono lenti e non veloci, e per questo anche la sua lezione non è stata ascoltata. Romero ha sempre avuto una visione critica e irriconciliata dell'America, ha sempre vissuto con disagio il capitalismo americano e Dawn of the Dead ne è la radiografia perfetta. Ci aveva visto lungo sugli Usa, ha anticipato temi moderni come la divisione di questa America che si automangia e lo ha fatto in modo acre, radicale e mai consolatorio".

Ma la sua ambizione da bambino era diventare come Bertolucci, non solo in quanto regista ma anche per la sua straordinaria capacità affabulatoria: "L'ho scoperto in adolescenza, fu il primo regista che mi ha sedotto per come parlava. Oltre ad avere una straordinaria abilità nell'interpretare il reale attraverso il filtro del cinema. I suoi film mi hanno accompagnato sin da bambino". La sequenza scelta è quella in cui si consuma l'incesto tra madre e figlio ne La luna: "È un film invisibile, maledetto. Ricordo di aver letto una critica del Guardian che lo attaccava, ma era ben argomentata. Credo che abbiamo perso la bellezza di leggere critiche cinematografiche profonde da dieci mila battute, invece che da trecento come siamo abituati oggi. Un regista deve sempre porsi la domanda del limite del ridicolo e dell'irrappresentabile, ma quando certi registi si assumono dei rischi, non rimane che ammirarli!", ci tiene poi a precisare. E ricorda di essersi ispirato alla scena finale de Il tè nel deserto mentre ne girava una di Chiamami col tuo nome: "Era la scena successiva a quella in cui Oliver e Elio hanno fatto l'amore per la prima volta. Non riuscivo a spiegare a Armie Hammer il tipo di sguardo che volevo lui desse alla macchina presa, ero incapace di farlo arrivare dove volevo. Poi mi venne mente il finale de Il tè nel deserto, quando lei torna al caffè dove tutto è iniziato". Bertolucci torna in tutte le cose che fa, anche inconsapevolmente: "Stavo montando una scena di We are who we are e mi accorsi che c'era una comparsa con una maglietta di The dreamers!".

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È invece Ecco l'impero dei sensi ad aver insegnato a Luca Guadagnino "che non esiste qualcosa che non puoi filmare. I suoi film sono una dissezione del dispotismo della società giapponese nel Dopoguerra, qui si condensa tutto ciò che mi piace della rappresentazione: lo stile, il linguaggio, la potenza visiva totale. Quello che vediamo è un tabù e ci sfida". Perché la rappresentazione per il regista di Chiamami col tuo nome è qualcosa di "radicale" e a trasmetterglielo sono stati tutti i cineasti di cui parla in questa confessione fiume, "cineasti un po' fuori moda, ma che mi insegnano moltissimo".