Più dei discorsi, delle frasi di circostanza, degli slogan, delle spillette e del "volemose bene", contano i fatti. E i fatti, almeno questa volta, parlano chiaro. A vincere, o per meglio dire a trionfare, è un regista nato nel 1989. Una rivincita per tutti i millennials, soprattutto in Italia, strano angolo di mondo in cui a (quasi) 40 anni sei considerato ancora un ragazzino che deve "farsi le ossa".
Breve rewind: prima di imporsi con Le città di pianura, vincendo ben otto David di Donatello, Francesco Sossai aveva diretto un solo lungometraggio, Altri cannibali, uscito nel 2021. Una sorta di contro-horror veneto presentato, pensate un po', a Vancouver e poi a Tallinn, dove ha vinto come miglior opera prima. Insomma, Sossai, per far "vedere" il proprio lavoro, ha dovuto espatriare. È clamoroso pensare che anche Le città di pianura non sia passato in un festival italiano, bensì a Cannes, nella sezione Un Certain Regard, stregando la critica di mezzo mondo. Tuttavia è doveroso sottolineare la lungimiranza produttiva di Vivo Film con Rai Cinema, in co-produzione con Maze Pictures, che hanno creduto nel progetto (tra i produttori anche Alessandro Roia, definito sul palco dei David "il principio di tutto").
Il cinema italiano come la nazionale: per vincere serve valorizzare i giovani
Questo per dire, e per fare un paragone: la coltivazione dei talenti cinematografici, in Italia, è simile al discorso applicato alle leve calcistiche. La Nazionale perde perché le squadre primavera non sono valorizzate. Il campionato italiano non è competitivo perché ha tranciato le proprie radici e, per di più, ha annullato il sogno di molti ragazzi che non hanno più in cameretta i poster di Francesco Totti o Alessandro Del Piero. Si preferisce guardare all'estero, cercando calciatori esotici, piuttosto che puntare sulla nostra identità che, badate bene, non deve essere scambiata per autarchia né per mero patriottismo.
Perché, se parliamo di dati, i risultati non mentono: spesso i giovani (o i non più così giovani) non vengono considerati e, anzi, vengono ignorati, sviliti. A proposito, parlando alla stampa prima della cerimonia, l'esordiente Alberto Palmiero - candidato per il suo folgorante esordio Tienimi presente - ha detto che "molto ci sarebbe ancora da fare, perché non basta fare un film. Speriamo che tanti altri ragazzi riescano a esordire. Fare un film richiede tempo, audacia, ma mancano le opportunità giuste per i più giovani".
L'audacia di una nuova visione
Quell'audacia rimarcata da Sergio Mattarella al Quirinale e incarnata da Francesco Sossai dirigendo Le città di pianura. "L'audacia è accompagnata dall'incoscienza. Ho girato il film perché pensavo fosse giusto per il nostro momento storico. Ogni opera richiede incoscienza e coraggio", ha continuato il regista ai microfoni dei giornalisti, tirando fuori tutto l'orgoglio millennial. "Rappresento una generazione che si sta imponendo, che sta nascendo, con dei racconti che parlano del paese", spiega ancora l'autore, nel bel mezzo di un frastornante red carpet. "Vogliamo donare la possibilità al nostro paese di vedersi, di riflettere, di ridere di ciò che accade, come fecero i grandi maestri della commedia. È un sentimento forte della mia generazione".
E se parliamo di sentimenti, Le città di pianura è un film che non sbaglia nulla. Toni e colori, grazie e disgrazie, sorrisi e smorfie. Un film che punta sul materiale umano, con un cast che orgogliosamente rifiuta le logiche della locandina, privilegiando talento e visione. E non è un caso che il premio andato a Sergio Romano sia stato indirettamente condiviso con il compare Pierpaolo Capovilla. Splendidi. In un mondo perfetto sarebbe stato giusto un ex aequo.
Guardare in avanti, e puntare al ricambio
In un altro mondo meraviglioso, invece, una diretta tv importante come quella dei David di Donatello non sarebbe mai iniziata alle dieci di sera finendo quasi alle due di notte, in un fiume di parole sovrapposte e spesso sconclusionate da parte del presentatore, mettendoci sì il cuore, ma forse gettandolo ben oltre l'ostacolo, tanto da perdersi tra le poltrone del nuovo Teatro 23 di Cinecittà. E non possiamo non pensare a quanto l'unico in Italia capace davvero di tenere il palco tv con piglio, umiltà e modernità sia Stefano De Martino. Guarda caso, pure lui del 1989.
Sì, questo è un altro discorso, ma fino a un certo punto. L'arte, e se vogliamo l'intrattenimento in generale, deve necessariamente cogliere il nuovo mondo in cui viviamo. Deve smollare certi concetti e certi protocolli per (ac)cogliere l'unica salvezza possibile, colta perfettamente da Sossai nel suo formidabile film: la libertà.