A volte la semplice sinossi non basta a farci un'idea di una serie. A volte tradisce nel farci immaginare uno sviluppo che a guardarlo risulta invece sorprendente. È la dimostrazione che una storia non è solo l'idea, che il modo in cui una storia viene sviluppata, composta, raccontata è la vera chiave che ci permette di appassionarci. E Last Seen è l'ennesima conferma, se ce ne fosse bisogno, del lavoro che Apple TV continua a fare nel seguire una propria strada.
La nuova serie thriller australiana della piattaforma, infatti, parte da uno spunto che ha il sapore delle storie di Harlan Corben che tanto vanno su Netflix, pur essendo tratta dal romanzo The Dispatcher firmato da Ryan David Jahn, ma il modo in cui lo sviluppa è lontano delle logiche da piattaforma che devono conquistare lo spettatore nel giro dei primi minuti. Ed è uno degli aspetti che più ci ha conquistati di Last Seen.
Una misteriosa telefonata al centro della trama
Il protagonista e cuore della storia di Last Seen è Ian Ridley, detective che ha visto la sua vita distrutta quando, undici anni prima, la figlia Maggie è scomparsa senza lasciare traccia. Da allora il suo lavoro è cambiato ed è operatore della centrale di polizia, intento a raccogliere le chiamate di soccorso, da verificare e smistare a chi dovrà occuparsene. L'unica molla che gli permette di andare avanti è la speranza, o dovremmo dire ingiustificata certezza, che la figlia sia ancora viva.
E questa sua intrinseca sicurezza ha una conferma quando riceve una richiesta di soccorso da una ragazza spaventata e confusa, in cui è certo di riconoscere la figlia Maggie ormai cresciuta. Inizia così a cercarla in lungo e largo, con l'intenzione di riuscire finalmente a rimettere insieme la sua famiglia.
Il protagonista di Last Seen, un padre distrutto ma mai domo
A interpretare Ian troviamo Patrick Brammall, in un ruolo complesso, delicato e intenso, diviso tra dolore e ossessione, tra la sofferenza per quella figlia persa 11 anni prima e l'incapacità di lasciarsi il passato alle spalle e continuare a essere convinto di poterla ritrovare. La sua è una prova complessa anche sul piano tecnico, in parte costruita sui soli piani di ascolto quando il personaggio è impegnato nelle telefonate arrivate in centrale, in cui sono importanti le reazioni a quello che ascolta oltre alla resa dei dialoghi.
Attorno a lui, Last Seen costruire una rete di comprimari che non punta ad avere volti di primissimo piano a livello internazionale, ma interpreti solidi che possano dare le sfumature necessarie al mondo narrativo della serie, a cominciare dalla giovanissima Chloe Jean Lourdes che porta su schermo Maggie.
Non solo tensione, ma ottimi personaggi
Questo perché Last Seen non è una serie thriller che punta tutto sulla costruzione della tensione, ma lavora in modo ragionato e approfondito anche sul percorso dei personaggi. Lo conferma anche la scelta di non iniziare il racconto con la telefonata che cambia tutto per Ian, come abitualmente fatto da tante storie di questo tipo, ma collocarla più avanti nel flusso narrativo della serie, dopo aver dato spazio alle figure coinvolte. È una scelta coraggiosa, in un mondo seriale che sgomita per attirare l'attenzione sempre più labile del pubblico, ma è un rischio calcolato perché basato sulla fiducia per il lavoro fatto, sia in quanto a scrittura che recitazione.
Il risultato è una serie diversa da quella che ci si aspetta, che quindi potrebbe spiazzare qualcuno, ma che proprio per questo è meritevole di attenzione e plauso.
Conclusioni
Last Seen è una serie thriller che ha il coraggio di non scendere a compromessi. L'opera disponibile nel catalogo Apple TV sceglie la strada meno battuta: non bombarda lo spettatore con colpi di scena continui, ma costruisce una tensione strisciante, fondata interamente sul trauma e sulla psicologia del suo tormentato protagonista, un eccellente Patrick Brammall. Se siete disposti a superare un inizio volutamente lento per calarvi nelle dinamiche umane dei personaggi, troverete un'indagine emotiva solida e sorprendente. Un prodotto atipico, lontano dai classici thriller da piattaforma, che premia la pazienza dello spettatore con una scrittura di altissimo livello.
Perché ci piace
- Patrick Brammall regala una prova intensa e complessa, lavorando in sottrazione e restituendo tutto il dolore e l'ossessione del protagonista.
- Un thriller slow-burn che preferisce l'approfondimento psicologico dei personaggi ai classici e facili jumpscare.
- L'ennesima conferma della linea editoriale di Apple TV, che predilige la qualità di scrittura rispetto alle logiche dell'algoritmo.
Cosa non va
- La scelta di ritardare l'elemento scatenante della serie potrebbe scoraggiare chi cerca un intreccio dal ritmo frenetico fin dai primi minuti.
- L'approccio atipico e riflessivo al genere thriller rischia di spiazzare il pubblico in cerca di un intrattenimento più leggero e convenzionale.