"Un film che indaga quarant'anni di storia nazionale. Un film che racconta come sono cambiati gli italiani." Si presenta ambizioso sin dalla didascalia iniziale L'assurda storia della Gialappa's Band di Walter Veltroni, al cinema dal 22 ottobre dopo l'anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Ambizioso, ma non per questo scorretto: perché nel raccontare il trio formato da Marco Santin, Giorgio Gherarducci e Carlo Taranto (ormai non più nel gruppo), si parla inevitabilmente del nostro paese, dei sui vizi e passioni, di come è cambiato, non solo nell'ambito televisivo in cui il trio operava, ma anche sul più ampio piano sociale e culturale.
E se è vero che il documentario riesce a fare questa operazione solo in parte, o comunque indirettamente a tratti, è anche vero che la Gialappa's Band è ormai parte della storia, televisiva e non solo, del nostro paese e raccontandola si pone l'attenzione su dinamiche socio-culturali che partivano dal piccolo schermo per influenzare la quotidianità. E viceversa. Ed è interessante come e quanto abbia senso approfondire il trio, ora duo, seppur sia ancora operativo e in onda (tanto che la nuova edizione del loro Gialappa's Show è appena iniziata), laddove spesso ci si pone a una distanza maggiore. E il valore aggiunto di questa operazione è la possibilità di farsi raccontare dettagli e aneddoti direttamente da loro.
In principio era il calcio
Gli esordi radiofonici e Bar Sport, il lancio in tv per commentare, e rendere in qualche modo fruibili, i programmi giapponese acquistati forse con troppa leggerezza da Italia 1, fino ad arrivare ad applicare quello stesso modo comunicativo alla sacralità del calcio. Un passaggio importante, netto, in qualche modo provocatorio in una società in cui il mondo del calcio era visto con una serietà lontana dalla leggerezza che oggi possiamo permetterci. Anche, e forse soprattutto, grazie al lavoro dei Gialappi.
Primi passi che ci conducono a quel fantastico circo che la trasmissione è diventata negli anni a seguire, per un immaginario omaggiato sin dai titoli e la grafica del documentario _L'assurda storia della Gialappa's Band, che non si limita a coinvolgere solo i tre membri originali del gruppo di autori, ma anche tanti dei volti che con loro hanno lavorato nel corso degli anni, da Teo Teocoli fino a Paola Cortellesi, Fabio De Luigi, Antonio Albanese e tanti altri che lì hanno mosso i primi passi per diventare riferimenti culturali e cinematografici della nostra attualità.
La storia, tra cimeli e ricordi
Il film di Veltroni ripercorre tutta la storia della Gialappa's Band, dal primo incontro tra Santin, Taranto e Gherarducci alla nascita del loro peculiare metodo di lavoro, che li ha portati a essere personaggi televisivi che non appaiono mai. Un'anomalia che è stata anche la loro forza, quell'unicità che ha permesso al trio di far notare la loro dirompente carica dissacrante. Emergono dettagli in parte già noti, come la nascita del nome Gialappa's Band, e altri meno conosciuti, mentre qua e là trova spazio anche un filo di emozione per quel che è stato e ancora è l'impatto dei tre autori televisivi.
Quel che forse manca, nel ripercorrere gli anni di carriera e trasmissioni si successe, è il sottolineare come la società sia cambiata con essi e, di concerto, come il loro approccio al racconto vi si sia adattato. Un risvolto che c'è, è presente, ma che viene veicolato indirettamente dalle dichiarazioni dei tanti personaggi coinvolti nel documentario, mentre ci sarebbe piaciuto che trovasse più spazio nell'economia del racconto.
La parola ai comici
La struttura del documentario di Walter Veltroni alterna due mezzi differenti: da una parte le interviste, con quella alla Gialappa's Band a fare da filo conduttore e tutti gli altri ospiti a completare il racconto; dall'altra spezzoni dei programmi, dallo storico Mai dire Banzai, passando rapidamente per Mai dire TV, per concentrarsi in misura maggiore su Mai dire Gol nelle sue diverse forse e composizioni di casting, passando per l'addio di Teocoli, la rocambolesca sostituzione con Claudio Lippi, l'esplosione di personaggi come Aldo, Giovanni e Giacomo. E questa parte rappresenta una componente fondamentale del documentario, per chi quel periodo l'ha vissuto e ne può rivivere l'emozione e il divertimento, ma anche per chi non ha avuto modo di godere di quell'ottimo momento televisivo e ha qui l'occasione per sbirciare in una televisione che non è più, ma ci manca tantissimo.
Conclusioni
L’assurda storia della Gialappa’s Band si rivela un omaggio affettuoso, trascinante e a tratti irresistibile a una delle intuizioni più anarchiche e innovative dell'intrattenimento italiano. Walter Veltroni fa una scelta di campo precisa: rinuncia in parte a quella densa indagine sociologica annunciata nei primi minuti per lasciare il palcoscenico al ritmo, al ricordo e alla straordinaria chimica tra Marco Santin, Giorgio Gherarducci e Carlo Taranto, supportati da un parterre di testimoni che hanno fatto la storia della commedia contemporanea. Il risultato è un'opera che funziona su due binari: una potente macchina del tempo per chi con il tormentone di Mai dire Gol è cresciuto, e un prezioso documento storico-divulgativo per le generazioni più giovani, utile a comprendere come tre voci senza volto abbiano scardinato la grammatica televisiva nazionale. Pur con una forma convenzionale che smussa un po' la scorrettezza originale del trio, il film centra il suo bersaglio emotivo: farci ridere di nuovo, e ricordarci quanto quella libertà creativa oggi manchi al piccolo schermo.
Perché ci piace
- La selezione degli spezzoni (da Mai dire Banzai al periodo d'oro di Mai dire Gol) restituisce intatta l'energia comica e la genialità del format.
- Il coinvolgimento sincero dei tre membri fondatori e del cast storico (Albanese, De Luigi, Cortellesi, Teocoli) regala aneddoti inediti e calore umano.
- Riesce a parlare sia al pubblico nostalgico sia a chi scopre oggi per la prima volta la portata rivoluzionaria del trio.
Cosa non va
- La promessa iniziale di radiografare quarant'anni di cambiamenti del Paese è presente ma resta in parte in superficie, affidata soprattutto alle singole voci.