C'è un duplice immaginario alla radice de La Gradiva, primo cimento da regista di Marine Atlan: quello della cultura classica, cristallizzato nella fissità inviolabile degli affreschi, delle statue e dei calchi in gesso dell'antica città di Pompei, laddove nel 79 dopo Cristo il tempo si sarebbe fermato per sempre; ma di riflesso anche la rielaborazione dell'iconografia pompeiana secondo la sensibilità di inizio Novecento, attuata dallo scrittore tedesco Wilhelm Jensen con Gradiva - Una fantasia pompeiana, romanzo breve del 1903 diventato modello di ispirazione per il surrealismo di Salvador Dalí e André Breton così come per la corrente del Nouveau roman, passando attraverso Sigmund Freud e la sua analisi del substrato onirico.
Dalla Francia a Napoli nell'opera prima di Marine Atlan
La donna che, dal testo di Jensen, dà il titolo al film di Atlan è letteralmente "colei che cammina", ribaltando in chiave femminile un epiteto attribuito al Dio Marte: una figura in bassorilievo custodita presso i Musei Vaticani, il cui incedere si carica di potenziali valenze simboliche che trascendono il mondo classico. Tale sincretismo, la possibilità di individuare interconnessioni fra epoche distanziate da migliaia di anni, costituisce una delle componenti alla base de La Gradiva, co-produzione franco-italiana approdata con una trionfale accoglienza al Festival di Cannes 2026 nella sezione Semaine de la critique, dove l'esordio alla regia di Marine Atlan è stato ricompensato con il Grand Prix: un primo, doveroso riconoscimento per un'opera esemplare nel riprodurre i turbamenti della giovinezza conservando un equilibrio quasi miracoloso fra il naturalismo della messa in scena e le pulsioni dei suoi personaggi.
I personaggi in questione sono i membri di una classe dell'ultimo anno di un liceo francese, portata in un viaggio d'istruzione in terra partenopea da due professoresse, fra cui Madame Mercier (Antonia Buresi), insegnante di latino, che si impegna strenuamente per trasmettere agli studenti la propria passione per la classicità e fargli prendere coscienza dell'immensa fortuna di trovarsi in quei luoghi e di poterne ammirare la bellezza ancestrale. Tentativi destinati a scontrarsi con il vitalismo spesso fuori controllo di questi ragazzi giunti alle soglie dell'età adulta, ciascuno portatore di sogni, sentimenti, sofferenze e paure la cui portata totalizzante talvolta impedisce loro di entrare davvero in contatto l'uno con l'altro, sfociando piuttosto in dinamiche conflittuali o muri di silenzio entro cui contenere una divorante solitudine.
Gli sguardi incrociati di James, Toni e Suzanne
È su tre studenti in particolare che si sofferma l'attenzione di Marine Atlan, co-autrice della sceneggiatura insieme ad Anne Brouillet, seguendo coordinate narrative stabilite fin dall'incipit del film, a bordo del treno che sta conducendo la classe verso la meta del viaggio. Sono coordinate segnalate mediante un duplice gioco di sguardi: in uno dei posti-letto del vagone, James (Mitia Capellier-Audat) si sta scambiando effusioni con la compagna di classe Angela (Hadya Fofana) dopo un rapporto sessuale; i loro momenti di tenerezza sono spiati con una sommessa frustrazione da Toni (Colas Quignard), il migliore amico di James, mentre a sua volta Toni viene osservato da Suzanne (Suzanne Gerin), che passandogli accanto registra questa dinamica di attrazioni da cui lei è tagliata fuori.
È un primo assaggio delle tensioni - sessuali, emotive, psicologiche - che premono appena al di sotto della superficie del microcosmo sociale scolastico, in cui apparentemente ogni alunno aderisce a un ruolo ormai acquisito: Toni è il ragazzo provocatore che non rispetta le regole e scatena frequenti litigi con i compagni; James è il belloccio di estrazione alto-borghese che, nei commenti carichi d'invidia di Suzanne, ottiene tutto senza fatica; e quest'ultima, che alle confidenze notturne fra le compagne preferisce i libri di Agatha Christie, avverte un gravoso senso di estraneità ed esclusione rispetto alle avventure amorose dei suoi coetanei, sublimando i propri desideri nella dimensione dell'inconscio. Non a caso appartiene a lei l'unica, breve sequenza onirica di un film che, per il resto, mantiene un impianto solidamente realistico.
Un'età inquieta, tra fantasie e dolore
Ed è soprattutto tale realismo, la spontaneità e la naturalezza con cui Marine Atlan ci racconta i tre giorni del viaggio in Italia di un piccolo gruppo di adolescenti inquieti, a illuminare La Gradiva di una grazia ineffabile e a conferirgli una straordinaria capacità di coinvolgimento. Un coinvolgimento derivante pure dalla complessità insita in ogni personaggio, sottratto alle gabbie del cliché per assumere una profondità unica e perfino contraddittoria. A partire da Toni, centro nevralgico delle diverse conflittualità del film e alla ricerca di un'identità legata a una sorta di mitologia familiare: una vagheggiata origine nobiliare ricondotta a un nonno ritratto in una vecchia fotografia sbiadita e rimasto ucciso nel terremoto dell'Irpinia. Anch'essa una personalissima "fantasia pompeiana", come quella del libro di Jensen, attorno alla quale Toni impernia una narrazione che possa fungere per lui da ancora di salvezza.
Dietro la maschera di un infantile ribellismo, al di là di un fugace incontro sessuale sfruttando le dating app, l'irrequietezza di Toni - che trova in Colas Quignard un magnifico interprete - cela un quieto struggimento, a cui il ragazzo proverà a dar voce nei versi di un compito consegnato alla professoressa Mercier. Unica co-protagonista adulta in questa agitatissima comunità di liceali, Madame Mercier fa leva sulla forza annichilente della natura (il cratere del Vesuvio) e sull'eterno potere di fascinazione dell'arte (la pittura pompeiana, le sculture del Museo Archeologico di Napoli) per una maieutica che dovrebbe indurre i suoi allievi a rintracciare dentro se stessi il significato di ciò che stanno osservando, in uno scenario in cui l'immobilità del passato genera un'emblematica antitesi con l'instabilità del presente e l'incertezza di un futuro ancora tutto da costruire.
Un racconto crudele della giovinezza
Se, in tal senso, il riferimento obbligato de La Gradiva non può che risultare il celebre Viaggio in Italia, con il paesaggio vulcanico e gli "abbracci spezzati" dei calchi di Pompei a fare da detonatore dei fragili equilibri dei personaggi, Marine Atlan si smarca comunque dall'ingombrante confronto con il film di Roberto Rossellini, in virtù di un approccio imperniato sull'esplorazione della tarda adolescenza, colta nelle sue manifestazioni più variegate: le chiacchiere futili e le accorate discussioni sulla scuola, la politica e il rapporto fra merito e privilegio in una società rigidamente classista (con perfetto tempismo con quanto sta accadendo oggi in Francia e altrove); l'euforia goliardica e le confessioni su primi amori e cuori spezzati; l'attesa per gli esiti delle ammissioni all'università, che si colora di volta in volta di entusiasmo o delusione.
Forte di un'esperienza decennale come direttrice della fotografia, per il proprio "racconto crudele della giovinezza" Atlan non si avvale soltanto di dialoghi iperrealisti e del talento in erba dei suoi splendidi interpreti, ma del modo in cui questi ragazzi si collocano 'dentro' al paesaggio, a come coabitano all'interno dell'inquadratura in ambienti volti a far emergere un'intimità sotterranea: Pompei, il Vesuvio, gli spazi di un convento che si presta ad alloggio notturno, e ovviamente la vitalità brulicante e caotica di Napoli. Una vitalità posta in diretto contrasto con i differenti tipi di solitudine dei personaggi e con il loro sfibrante bisogno di aprirsi agli altri: che si tratti della conversazione con l'autista di un pullman, in cui la domanda "È sola?" sfocia in un buffo equivoco, delle stentate frasi scambiate con un ragazzo napoletano con l'ausilio di un traduttore di internet o di un tema che verrà letto con tragico ritardo.
Conclusioni
Affresco generazionale da cui scaturisce una riflessione ad ampio raggio sulla natura umana, ma anche opera estremamente specifica nello scandagliare l’universo interiore dei suoi protagonisti, La Gradiva si attesta tra i più stupefacenti debutti cinematografici degli ultimi anni. Un film in grado di offrire uno sguardo sulla giovinezza che riesce ad essere al contempo lucidissimo e partecipe: senza levigarne le asperità né tantomeno i solipsismi talvolta crudeli, ma invitandoci all’osservazione, alla comprensione e all’empatia. Quell’empatia che permetterà a Suzanne, a poco a poco, di vedere oltre il proprio isolamento e di percepire la rabbia e il dolore di chi le è accanto: non a caso è a lei, alla sua voce già proiettata nel futuro, che Marine Atlan affida le parole di chiusura di questo toccante capolavoro.
Perché ci piace
- La capacità di Marine Atlan di farci immergere nel microcosmo dei suoi personaggi e la naturalezza nel rappresentarne pulsioni e stati d’animo.
- Un iperrealismo che accentua il senso di verità del racconto e favorisce il coinvolgimento emotivo.
- Il connubio fra la lucidità nell’osservazione delle relazioni fra i protagonisti e l’intima partecipazione ai loro silenziosi drammi.
- Il fascino della messa in scena e l’eccellente direzione degli attori, sempre perfettamente credibili.
Cosa non va
- Nessun sostanziale difetto per un’opera prima che, se accolta nel modo giusto, sa ripagare appieno l’attenzione richiesta al pubblico.