John Wick: storia di una trilogia sincopata

John Wick 3: Parabellum è al cinema e ne approfittiamo per tracciare le caratteristiche più importanti della trilogia di John Wick, il successo dei film e del personaggio di Keanu Reeves.

APPROFONDIMENTO di GIULIO ZOPPELLO 19/05/2019
John Wick Chapter 3 Parabellum
John Wick 3 - Parabellum: Keanu Reeves in una scena del film

Ora che nelle nostre sale è arrivato il terzo capitolo della saga di John Wick, John Wick 3: Parabellum, è sicuramente doveroso concentrarsi sui motivi che hanno portato l'oscuro e malinconico assassino interpretato da Keanu Reeves a diventare uno dei più popolari eroi del mondo action di tutti i tempi, e soprattutto a capire quali siano le caratteristiche più importanti dei tre film a lui dedicati, che cosa li renda ad un tempo così unici, così speciali, nuovi e assieme così familiari.
Per farlo occorre partire da un semplice, lampante e pacifico presupposto: la trilogia di John Wick è composta da film ad un tempo assolutamente connessi certo, ma in realtà profondamente diversi gli uni dagli altri, sia da un punto di vista stilistico e grafico, che da un punto di vista tematico e narrativo, al punto che oggettivamente può anche risultare difficoltoso considerarli un insieme.

In principio vi erano un cane ed un macchina...

Nel primo film, John Wick veniva presentato all'inizio come un uomo solo, cupo, in lutto per la moglie morta di malattia, con solo un piccolo cane a tenergli compagnia nella sua casa buia ed elegante.
La sua Ford Mustang Mach 1 attirava le attenzioni del giovane e arrogante Iosef Tarasov, figlio del potentissimo boss della mala russa Viggo Tarasov. Di fronte al rifiuto da parte di John di vendergliela, Iosef ed alcuni complici, seguono John, lo attaccano di sorpresa, lo malmenano e gli rubano la macchina, non senza avergli ucciso Daisy, il cane che gli era stato regalato dalla moglie. Cominciava così la caccia di John, ex killer soprannominato Baba Yaga (l'Uomo Nero delle fiabe russe) per la sua ferocia e per il terrore che instillava nei nemici, che avrebbe infine distrutto Viggo, il figlio Iosef ed il loro impero. Il film ci mostrava come il mondo dei killer professionisti fosse regolamentato in modo molto rigido, strutturato all'interno di un codice d'onore molto chiaro, spietato ma accettato da uomini capaci di bere assieme un drink ed un minuto dopo massacrarsi senza esitazione.

John Wick: Keanu Reeves in una scena del film action
John Wick: Keanu Reeves in una scena del film action

Chad Stahelski e Derek Kolstad (regista e sceneggiatore della serie) avrebbero guidato nel primo film lo spettatore in un viaggio che, a conti fatti, faceva riemergere sul grande schermo le atmosfere cupe, spietate e virili proprie dei grandi action anni '70, su tutti quelli che fecero di Charles Bronson un divo immortale. Sicuramente The Mechanic, l'Assassino di Pietra, A Muso Duro o l'Eroe della Strada, sono tra i titoli che più si possono accostare alle atmosfere dark, violente, disperate e divertite che ritroviamo in John Wick. Il tutto però senza dimenticare alcuni elementi tipici dell'hard boiled che fu, come la solitudine, il fallimento o la perdita in ambito sentimentale, il suo essere laconico, silenzioso, frequentare solo ed esclusivamente luoghi che appartengono alla "fauna" di cui egli stesso fa parte. Il primo John Wick fu tutto questo, fu giungla urbana, metropoli infida, oscura, luoghi chiusi, tenebra, strizzando l'occhio a A Better Tomorrow e The Killer di John Woo o The Replacement Killers di Antoine Fuqua.

John Wick
John Wick

La vendetta, la terribile vendetta, ecco il tema centrale del primo John Wick, una vendetta per una vita che non è quello che poteva essere, per i ricordi strappati via assieme alla vita del cane, per l'addio forzato a tutto ciò che rimaneva dell'amore di un tempo. A qualcuno parve debole ma nella realtà era un congegno perfettamente coerente con l'equilibrio assolutamente instabile di un uomo che aveva solo quel cane a ricordargli la moglie, la redenzione che ella aveva rappresentato e che di fronte alla frase "era solo un cane" scatenava ancora di più la sua furia. Il primo John Wick ci introdusse anche in un mondo immaginifico dove l'amicizia virile era sotterranea, mai palese, mai dichiarata, non tra uomini e donne che potevano doversi uccidere da un momento all'altro, ma poteva sopravvivere. Il rispetto, la reputazione, come tra gli antichi samurai era tutto, così come rispettare le regole ed avere rispetto per essersene di proprie create assieme ad un certo stile, soprattutto al rispettare la parola data.

Ed in questo, forti e importanti erano i riferimenti, parlando di Samurai, anche allo splendido Ghost Dog di Jim Jarmusch, poiché nonostante non vi fosse la raffinata e palese presenza dell'epica del guerriero samurai e dell'Hagakure, rimaneva l'immagine di un uomo senza mezze misure, coraggioso fino all'incoscienza, letale in battaglia, determinato oltre ogni limite e una violenza che è coreografia, linguaggio espressivo. E forse lì fu la chiave del suo successo, il suo coniugare elementi classici del cinema che fu, con una sperimentazione visiva e figurativa assolutamente eccezionale, coniugando il tutto con un ritmo e una regia adrenaliniche e che non davano un momento di pausa allo spettatore.

Un Americano a Roma

John Wick 2: Keanu Reeves in una foto del film
John Wick 2: Keanu Reeves in una foto del film

Passano tre anni ed ecco che torna l'oscuro killer che cammina con la morte. E qui,con John Wick - Capitolo 2, si fa un salto di qualità non indifferente a livello di messa in scena, location, complessità dell'iter narrativo, combattimenti e scenografie. Stavolta il protagonista, una settimana dopo aver saldato del tutto i conti con la famiglia Tasarov ed essersi ripreso la macchina, sembra assolutamente deciso a cambiare vita. Nella sua grande e lussuosa villa ha un nuovo cane e ha seppellito ancora una volta armi e passato, che però non ha intenzione di lasciarlo in pace e torna a bussare alla sua porta nelle sembianze eleganti e melliflue del boss della camorra Santino D'Antonio (Riccardo Scamarcio). Membro della più importante tra le famiglie della Camorra italiane, chiede a John di saldare un debito che ha nei suoi confronti, appellandosi al codice di condotta da lui seguito per tutta la vita.

John Wick 2: Riccardo Scamarcio in una foto del film
John Wick 2: Riccardo Scamarcio in una foto del film

In breve il protagonista si troverà a passare da cacciatore a preda, ad essere tradito da Santino e costretto a lottare per la sua vita in una Roma valorizzata come poche altre volte in precedenza, ed in una New York diroccata e misteriosa. E proprio Roma, l'Italia, diventano un tutt'uno con il racconto, l'essenza del Bel Paese viene tradotta, trasfigurata, in favore di quel mondo di assassini...
L'alta moda, la sartoria migliore del mondo viene usata per creare eleganti abiti su misura antiproiettile, mentre la cucina, la nostra cucina, con i suoi antipasti, primi, secondi e dessert diventa linguaggio in codice per descrivere gli strumenti di morte. La Città Eterna diventa contenitore in cui moderno ed antico si intrecciano, dove l'eleganza degli abiti, delle stanze e dell'albergo, tra il barocco e la belle epoque, rende la morte quasi sensuale. Anche in questo film forti sono i riferimenti al cinema di John Woo, ai già citati classici del genere action anni '70 ma spunta anche un sentito omaggio agli spaghetti-western che furono, ai grandi capolavori di Akira Kurosawa, e a certi immortali combattimenti di Bruce Lee (I Tre dell'Operazione Drago su tutti).

Le Samourai di Melville

Alain Delon in Frank Costello Faccia d'angelo
Alain Delon in Frank Costello Faccia d'angelo

Se si dovesse però scegliere un modello sia stilistico che semiotico a cui paragonarlo, beh sarebbe sicuramente Le Samourai (da noi noto come Frank Costello faccia d'angelo) capolavoro di Jean-Pierre Melville del 1967. Come John Wick, il protagonista Frank Costello (all'epoca un Alain Delon all'apice del successo) era ammirato nella sua precisione, nella sua meticolosa preparazione del delitto, nel suo aggirarsi in un labirinto, che in John Wick - Capitolo 2 non è quello della metro e dei vicoli di una Parigi oscura e spettrale, ma piuttosto le cripte, catacombe di una Roma seducente, lussuosa e decadente, la metro e le fogne di una New York letale e stantia.
Frank Costello e John Wick esibiscono il riconoscersi, loro malgrado o per fortuna, in un codice, in regole, sia professionali che soprattutto esistenziali, a cui sacrificano il libero arbitrio, in una disciplina della morte che è arte e scienza allo stesso tempo. Tuttavia John Wick si dimostra abile nello sfruttare le scappatoie e i punti ciechi del mondo criminale di cui fa parte, usando una parte del Gran Tavola criminale contro l'altra (soluzione un po' alla Sergio Leone per così dire) per sopravvivere e vincere. E "l'altra" altro non è che il Re dei senzatetto, i cui occhi ed orecchie sono i piccioni che affollano la Grande Mela, ennesimo straordinario omaggio al Ghost Dog di Jarmusch.

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John Wick 2: un'immagine dell'attore Keanu Reeves
John Wick 2: un'immagine dell'attore Keanu Reeves

In un finale dove si mischiano le migliori sparatorie dei cinema di Hong Kong con la narrazione video-ludica, dove nulla è ciò che sembra e cacciatore e preda si confondono, John Wick rinnega la regola "ufficiale" del Tempio della morte, del sacrario inviolabile, che tanto lungo ha seguito, per la propria: ogni debito o tradimento va saldato e ogni missione va portata a termine. Nell'uccidere Santino al Continental, fa qualcosa di complicato, quasi pirandelliano: rompe le regole rimanendone fedele oltre il possibile, ed insieme le infrange in modo clamoroso, come il Frank Costello di Delon, che sceglie di farsi uccidere dai nemici mentre, con un'arma scarica in mano, finge di attentare alla vita di una ragazza che aveva visto troppo. Rispetto al primo episodio, il secondo film della trilogia di John Wick non solo rende più grande il tutto, lo ingigantisce, mostra l'infernale marchingegno della "Grande Tavola" e dei suoi hotel della morte in tutto il loro splendore, ma infittisce la trama, la popola di avversari che sovente hanno (Santino a parte) il solo torto di stare dall'altra parte della barricata. Uomini d'onore che uccidono altri uomini d'onore, in nome di fedeltà a persone o codici, moderni samurai che aspettano la visita della morte senza rimpianti o drammi, il tutto sotto una struttura invisibile ma potente, formata da Re e Regine pronti alla spada come all'intrigo.

E nel cesellare con una sequenza magnifica la preparazione, la vestizione e la formalità con cui John si prepara a togliere la vita, si collega con grande efficacia ad un altro killer implacabile e, lui si al contrario di John, privo di ogni tipo di rimorso od empatia: Lo Sciacallo a cui il glaciale Edward Fox prestò il volto nel capolavoro di Fred Zinnemann.

In fuga, a causa della scomunica per aver ucciso su terreno consacrato Santino, John Wick nel terzo episodio, questo John Wick 3: Parabellum ora in sala, viene mosso da Chad Stahelski e Derek Kolstad dalla forza della disperazione, costretto a mendicare aiuto e protezione da spettri del suo passato, a cercare in qualsiasi modo di sopravvivere con tutto il mondo che vuole intascare la taglia messa sulla sua testa dalla Gran Tavola. Il terzo film - di cui abbiamo parlato nella nostra recensione di John Wick 3: Parabellum - taglia prepotentemente dal punto di vista stilistico e visivo col passato, diventa una matassa aggrovigliata, che decostruisce, distrugge il concetto stesso di action movie canonico, di ogni epoca e genere. Il cinema orientale ma anche l'action americano (John Wick a cavallo per New York ricorda Arnold Schwarzenegge in True Lies di James Cameron), tornano mischiati, frammenti in un puzzle che li unisce in un'atmosfera mai unica, mai definita, in cui sangue, violenza, vendetta, humor nero (che evita che il tutto si prenda troppo sul serio) si fondono in un calderone adrenalinico.
C'è però spazio anche per uno squisito omaggio a Sergio Leone, al suo Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo, la famosa scena di Tuco che si crea un'arma su misura e di Clint Eastwood che monta e carica in fretta e furia la pistola per far fronte agli avversari.

John Wick: una foto del sequel
John Wick: una foto del sequel
Bruce Lee in una scena de I tre dell'Operazione Drago
Bruce Lee in una scena de I tre dell'Operazione Drago

Il cinema orientale si diceva. I videogiochi. Della prima componente rimane palese il citare l'Ultimo Combattimento di Chen, con le motociclette infernali (presenti anche nel bellissimo Black Rain - Pioggia Sporca di Ridley Scott) così come il dover salire da parte di John Wick un castello enorme, fatto di vetro, abitato da guerrieri letali e fantasiosi, ognuno con il suo stile, la sua personalità. Così come Bruce Lee si confrontava con Dan Inosanto, Ji Han-Jae e il monumentale asso dell'NBA Kareem Abdul-Jabbar, John Wick invece se la deve vedere con Kejutan Yayan Ruhian e Cecep Arif Rahman, simboli di quel cinema di arti marziali indonesiano che sta conquistando il mondo negli ultimi anni, e con Tiger Chen, altro artista marziale cinese. Al posto di Kareem Abdul-Jabbar invece ecco apparire ad inizio film un'altra star del basket dei nostri giorni: Boban "Bobi" Marjanović, che dai suoi 2 metri e 21 prima di sfidare John, cita il verso 119 del canto XXVI dell'Inferno di Dante: "Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". Il passo rappresenta anche il modello di filosofia del grande Bruce Lee, per il quale il voler ampliare la propria conoscenza era il segreto per una vita degna di essere vissuta.

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John Wick: un'immagine di Keanu Reeves
John Wick: un'immagine di Keanu Reeves

A conti fatti il film è però soprattutto una lunga, inesauribile scena d'azione con qualche pausa, con un peregrinare in diversi angoli del globo che più che a 007 e affini, sposa appieno la narrazione videoludica, la sua struttura, da quella delle serie Assassin's Creed o Hitman alla visione spettrale della metropoli come contenitore di morte e mistero alla Max Payne. Gli stessi videogiochi ormai da decenni ci hanno abituato ai vari boss dei diversi livelli che segnano il sentiero del viaggio interattivo fino al super-villain finale; un cattivo chiamato Zero che altri non è che Mark Dacascos, uno dei migliori artisti marziali del mondo. Eppure paradossalmente il suo arrivo sulla scena segna una svolta inaspettata con il concetto di cattivo. Al posto del rispetto virile, della sottintesa stima o magari al suo opposto di un odio viscerale tra due uomini che sono uguali, entrambi "maestri di morte" come gli ricorda Zero, invece di una nemesi possente o affascinante, abbiamo una sorta di mega-fan, desideroso di ucciderlo così come di compiacerlo, di diventarne amico. E la contraddizione viene illuminata di una luce assolutamente ironica, grottesca, grazie alla quale Zero più che uno spaventoso nemico (come appariva all'inizio) diventa quasi un fan troppo appiccicoso, un immaturo ragazzino che cerca l'approvazione del suo mentore e che vuole sentirsi all'altezza di John. Il che cozza con ciò che Zero e la sua squadra di assassini orientali, di ninja connessi alla gloriosa tradizione di anime e film a tema degli ultimi decenni, hanno rappresentato fino a pochi istanti prima: il dovere, la disciplina del servitore verso il padrone, l'orientale fanatismo del codice del guerriero.
Il tutto è anche un omaggio al cinema di Takeshi Kitano, da sempre elogio ed insieme condanna dell'ipocrisia criminale che indossa le vesti dell'onore, salvo scoprire di vivere in un mondo dove l'onore non può sopravvivere, dove il ridicolo sovente accompagna il macabro. Ma prima di arrivare a Zero, John Wick si misura con una squadra tattica (un must di ogni film d'azione di sempre) di cattivi supercorazzati, per fronteggiare i quali si esibisce in un up-grade di armamento nel quale si rivede uno dei topos che ogni amante degli spara-tutto (da Quake a Call of Duty fino a Battlefield) conosce da sempre.

Un finale spiazzante

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John Wick 3 - Parabellum: Keanu Reeves in una foto del film

E nel finale, un finale amaro e sorprendente, John Wick 3: Parabellum distrugge ogni struttura del noir, dell'hard boiled come camera di uomini duri, disperati ma leali, con il Direttore del Continental Wilson (in teoria l'unico vero amico rimasto a John Wick, che per lui rischia tutto) che non spara solo al protagonista, ma al concetto di amicizia virile che tanto amava Sergio Leone. Nel farlo la trilogia abbraccia in parte certo certi western spietati e crepuscolari, quelli di Aldrich, Hill, Peckinpah, ma in realtà ne decostruisce i capisaldi, con familiari spiriti egoisti e manipolatori, inserisce il tradimento con la stessa nonchalance spiazzante con cui elimina il concetto di dark lady da amare (o da odiare) caratterizzata da debolezza e furbizia, mostrando una Halle Berry feroce e mossa non da affetto verso il protagonista ma da un debito da saldare. Le donne (come nel primo episodio) al posto del rossetto usano la 9 mm. Il potere si fa donna anche nella giudicatrice di Asia Kate Dillon, emblema del potere, arrogante e tronfio, reso quotidiano nella sua tracotanza e nel suo sentirsi inattaccabile e sopra tutto e tutti. Un potere verso il quale per alcuni istanti persino John Wick si piega, altro inserto che sembra andare contro la coerenza del personaggio, ma in realtà è omaggio alla figura dell'antieroe dell'hard boiled (che ha in sé talvolta un flebile linea di vigliaccheria) e si ricollega ai capolavori nipponici sulla Yakuza, sul concetto di scotto da pagare.

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John Wick 3: Parabellum, Keanu Reeves durante una scena d'azione

Conclusioni

Appare chiaro che nel prossimo, quarto (e non sappiamo se ultimo) capitolo della saga di John Wick la vendetta tornerà prepotente, così come la visione del cavaliere solitario, del crociato in lotta contro tutto e tutti... Ma per ora non si può che concordare sul fatto che John Wick con la sua trilogia sia stato ad un tempo elogio e distruzione dei capisaldi dell'action in ogni sua forma, ne abbia sublimato i punti cardini e li abbia cambiati ed usati in modo radicale. Ogni film è diverso dall'altro in modo totale, pur conservando elementi in comune che però appaiono, per quanto ricorrenti, mai parte fondamentale dell'iter narrativo, che varia, muta, a volte abbracciando i canoni del noir, del western, del film di arti marziali, altre volte quello del videogioco, addirittura dell'anime. Contenitore di stile tra i più accattivanti degli ultimi anni, questa trilogia è quindi votata alla sperimentazione, alla mutevolezza, il che non è poco in un mondo del cinema sempre più monocorde, prevedibile e senz'anima. La speranza è che tale fantasia, tale capacità di coniugare ricercatezza coreografica e visiva con sperimentazione narrativa, sia da esempio ad altre produzioni.