In Utero: Maria Sole Tognazzi e Sergio Castellitto raccontano le sfide e i pregi della serialità

Maria Sole Tognazzi e Sergio Castellitto, regista e interprete di In Utero, ci hanno raccontato come hanno affrontato questa serie e i pregi di questo tipo di produzioni.

Una scena di In Utero

Dall'8 maggio su HBO Max è disponibile In Utero, produzione italiana ad opera di Cattleya che parla di un tema tanto delicato quanto sentito: la genitorialità assistita. Con la direzione artistica di Maria Sole Tognazzi, che si è occupata anche della regia dei primi quattro episodi (per poi cedere le redini a Nicola Sorcinelli), questa serie punta a far riflettere lo spettatore attraverso il racconto di varie situazioni, tutte sfumature di una stessa tematica centrale che si presenta così in tutta la sua incredibile complessità.

In Utero Hbo Castellitto
Sergio Castellitto interpreta Ruggero

Nella storia di tutte quelle persone che ruotano intorno alla clinica Creatividad si cela, infatti, un'umanità fatta di timori, di chi si approccia a un desiderio e si aggrappa a una speranza. Ne abbiamo parlato con la regista e con Sergio Castellitto, interprete di Ruggero, personaggio a capo dell'equipe medica e fondatore della struttura.

Il rispetto e la delicatezza del racconto

Come realizzare e interpretare, quindi, una serie che rimanga sempre in equilibrio tra la necessità di stimolare la riflessione e quella di raccontare nel modo più delicato e corretto possibile tematiche così importanti? Per primo ci risponde Sergio Castellitto, che elogia la scrittura dei personaggi: "Penso che la costruzione dei personaggi sia molto ben fatta, nel senso che poi sono le loro storie intime a portare avanti la trama - femminili, maschili, eterosessuali, omosessuali e quant'altro -, ognuno porta avanti le proprie istanze. Tutti loro nascono da un disagio, da una mancanza, da un'inadeguatezza, o almeno da quella che ritengono essere un'inadeguatezza."

Per Maria Sole Tognazzi, la chiave di tutto è stato il rispetto che gli sceneggiatori hanno messo al primo posto: "C'è stato molto rispetto, molta delicatezza nell'affrontare tutta una serie di tematiche: il personaggio di Angelo, ad esempio, era delicatissimo. Ma ancora prima di me, gli autori - e in particolare Margaret [Mazzantini, ndr] - hanno avuto una cura incredibile nel rappresentare coppie che vivono in maniera problematica l'incapacità, l'impossibilità di avere figli, e in generale questa ricerca di un cambiamento, di una nuova identità, che è quello che accade nel momento in cui si diventa genitori. Profondo rispetto e molta delicatezza: questo è stato il mio approccio ai personaggi, alle storie che raccontavamo e al bisogno di realizzare un sogno rischiando molto."

Le storie come un "cavallo di Troia"

Un altro argomento di cui abbiamo discusso con loro ha riguardato il rapporto che il pubblico ha con la serialità, e se questa permetta di raccontare tematiche come quelle di In Utero in modo più esaustivo e con le giuste tempistiche. La regista ha sottolineato quanto sia importante pensare a chi ci si rivolge: "Sia con la serialità che con i film, ho sempre pensato di rivolgermi a un pubblico, e tutto è sempre nato dal bisogno, dalla necessità di comunicare alla gente un qualcosa che potesse avere a che fare con la propria identificazione, ma anche con la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo. E questo lo fanno i film, lo fanno le serie, perché noi raccontiamo delle storie. Attraverso queste cerchiamo di arrivare a persone che la pensano come noi e, soprattutto per quanto mi riguarda, a persone che non la pensano come noi, affinché possano magari farsi delle domande. Il concetto di identificazione diventa ampio, ed è per questo che mi piace tanto rivolgermi a chi ha visioni diverse dalle mie."

In Utero Scena
Una scena della serie

Sergio Castellitto, che nella sua lunga carriera ha sempre dato prova di sapersi muovere con naturalezza sia nel cinema che nella televisione, cosa ne pensa quindi della serialità e del suo modo di raccontare? "Le serie hanno consentito la possibilità di verticalizzare la drammaturgia, cioè di approfondire. Per gioco immaginavamo - mi sembra che un giorno ne parlammo pure sul set - di raccontare In Utero in un film di due ore secondo i canoni più classici del primo, secondo e terzo atto. Beh, a quante cose avresti dovuto rinunciare per non spezzettare troppo il racconto? Io penso che le storie siano il dono. Non lo penso io, in realtà, è una cosa che mi ha insegnato Margaret. Sono il dono che tu fai allo spettatore e lo strumento che gli offri per scoprire, attraverso le trame, quella che è l'opinione che lo scrittore, il regista o l'attore ha messo dentro quell'opera. È come un cavallo di Troia: tu ci entri, inizi a guardare e dici 'Ah, questo è così...', poi alla fine ti sei fatto una tua idea. Le storie sono il cavallo di Troia."