Il Signore degli Anelli: il capolavoro di Tolkien sull’etica e il potere

Mentre la mitologia creata da J.R.R. Tolkien si accinge a rivivere nella serie TV Gli Anelli del Potere, Il Signore degli Anelli resta uno dei romanzi più amati della nostra epoca.

APPROFONDIMENTO di 16/08/2022

"Queste sono domande senza risposta", disse Gandalf. "Puoi credere che ciò non è dovuto ad alcun merito particolare o personale: non certo per via della forza o della sapienza, in ogni caso. Ma sei stato scelto tu, e hai dunque il dovere di adoperare tutta la forza, l'intelligenza e il coraggio di cui puoi disporre".

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La compagnia dell'Anello: Ian McKellen ed Elijah Wood

Predestinazione e casualità; il fato e il libero arbitrio: se Il Signore degli Anelli, imperniato sul conflitto fra il Bene e il Male, è ovviamente anche un grande romanzo sulle antinomie, le "domande senza risposta" sono sollevate già nel secondo capitolo dell'opera, L'ombra del passato, durante la lunga conversazione fra l'hobbit Frodo Baggins e lo stregone Gandalf il Grigio. Se il capitolo precedente, Una festa a lungo attesa, serve a condurci nell'idilliaco microcosmo bucolico della Contea, in queste pagine invece John Ronald Reuel Tolkien adopera le parole di Gandalf per estendere il nostro sguardo all'universo narrativo della Terra di Mezzo e alle vicende dell'Anello del Potere, che dalle mani di Bilbo è giunto in quelle di suo nipote Frodo. Ma il secondo capitolo è pure un'occasione per introdurre alcuni fra i temi-cardine della celebrata trilogia dello scrittore inglese.

Frodo e Bilbo: eroi per caso?

Frodo
La compagnia dell'Anello: un'immagine di Elijah Wood

Frodo, presentato da subito come l'improbabile eroe della vicenda, non esita a manifestare la propria incertezza sul ruolo che gli è stato affidato suo malgrado; "Il terrore, giganteggiante come una nuvola nera sorta da est per inghiottirlo, sembrava stringerlo in una morsa". Ma lo stesso Bilbo, il primo hobbit a essersi imbattuto nell'Anello, era un "eroe per caso" o un predestinato? Gandalf sembra convinto della seconda ipotesi: "Bilbo era destinato a trovare l'Anello, e non il suo creatore. In questo caso, anche tu eri destinato ad averlo, il che può essere un pensiero incoraggiante". Al cuore de Il Signore degli Anelli ci sono dunque, ancor più che ne Lo Hobbit, persone qualunque immerse in situazioni infinitamente più grandi di loro. Nessuna gloriosa agnizione aspetta Frodo, a differenza di quanto accadrà ad Aragorn; nelle sue vene non scorre sangue reale, né ci sono doti eccezionali in attesa di essere rivelate. Il protagonista dell'opera è solo un comune hobbit messo di fronte a una scelta da cui dipendono le sorti di tutta la Terra di Mezzo.

The Lord Of The Rings The Fellowship Of The Ring
La compagnia dell'Anello: un'immagine dei Cavalieri Neri
Dominic Monaghan Merry Scene Elijah Wood Frodo
La compagnia dell'Anello: un'immagine degli hobbit

Il Signore degli Anelli, il lettore non tarda ad accorgersene, spesso ci parla proprio di questo: l'importanza delle decisioni e il peso della responsabilità. Racconto di formazione, epopea fantasy, quest al contrario (l'Anello non va trovato, bensì distrutto), ma pure uno straordinario morality tale: "'Ed ora', disse lo stregone, voltandosi verso Frodo, 'sta a te decidere; ma ti starò sempre accanto per aiutarti'". Frodo sarà anche un predestinato, ma Gandalf non gli impone alcun obbligo: è l'hobbit, desideroso di sottrarre la Contea all'occhio minaccioso di Sauron, ad accettare le sfide che, nell'arco di milleduecento pagine, lo condurranno verso Est, fino all'estremità opposta della Terra di Mezzo, in direzione del Monte Fato. E in parallelo altri piccoli hobbit, come il fido Sam Gamgee e i vivacissimi Pipino Tuc e Merry Brandibuck, sceglieranno di accompagnarlo nel suo percorso e di intraprendere un'avventura che potrebbe essere senza ritorno.

Il Signore degli Anelli: il viaggio della compagnia, da Tolkien ai film di Peter Jackson

Un Anello per domarli

Tolkien
Una foto di John Ronald Reuel Tolkien

Per oltre sei decenni, dalla sua pubblicazione originaria fra il 1954 e il 1955 (e in Italia a partire dagli anni Settanta, con la riedizione Rusconi), Il Signore degli Anelli ha occupato un posto di primissimo piano non solo nel nostro immaginario culturale, ma nel cuore di milioni di lettori e lettrici di ogni età e appartenenza geografica. La passione per la mitologia creata da J.R.R. Tolkien, benché alimentata all'inizio degli anni Duemila dalla trasposizione cinematografica di Peter Jackson, è un fenomeno che si è sviluppato in maniera indipendente fra le generazioni più lontane, e che non è rimasto confinato al pur ampio settore dei patiti del fantasy: l'amore per Tolkien, insomma, è un sentimento che trascende le preferenze letterarie ed ha acquisito quella capacità di resistere al tempo propria degli autentici classici. Perché appunto Il Signore degli Anelli, prima ancora di essere il capolavoro fondativo del genere fantasy, è innanzitutto un magnifico romanzo che continua a parlarci superbamente di alcuni aspetti-chiave della nostra società e della nostra epoca (o forse di ogni epoca).

The Return Of The King
Il ritorno del re: un'immagine del film
The Lord Of The Rings The Return Of The King
Il ritorno del re: un'immagine di Frodo

Se infatti il fantasy, per sua stessa definizione, risulta imperniato sul manicheismo fra Bene e Male, fra luce e tenebre, ne Il Signore degli Anelli tale dicotomia si carica però di una dimensione etica che assume sempre maggior peso, man mano che il viaggio della compagnia si fa più lungo ed impervio e nuovi comprimari entrano in gioco nella guerra fra l'Oscuro Signore e i popoli della Terra di Mezzo. Perché è qui che l'apparente schematismo della storia si incrina e che Tolkien dà vita ad alcune fra le sue pagine più belle ed intense. L'Anello, emblema di un potere assoluto e vampirizzante, è il vero antagonista del romanzo: un antagonista onnipresente, ovvero l'esatto contrario del suo creatore, Sauron, evocato più e più volte, ma mai visibile concretamente all'interno del racconto. E buona parte del pathos della trilogia scaturisce non a caso dal modo in cui ciascuno dei personaggi sceglie di rapportarsi all'Anello, e di conseguenza come - e se - arrogarsi il diritto di amministrare un potere tanto illimitato quanto pericoloso.

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Il potere, la guerra e il "fattore umano"

Saruman
La compagnia dell'Anello: un'immagine di Christopher Lee

Difficile dimenticare, del resto, che Il Signore degli Anelli è stato scritto anche durante i terribili anni del conflitto mondiale, dei totalitarismi, dei genocidi e delle bombe atomiche, armi spaventose e dalla portata incontrollabile. E se figure dalla profonda saggezza quali Gandalf e Galadriel rifiutano recisamente l'offerta dell'Anello, consapevoli che perfino per loro si tratterebbe di una tentazione fatale, altri si lasceranno sedurre dalle lusinghe del potere: chi, come il guerriero Boromir, animato da nobili intenzioni, e tuttavia condannato dall'ottusità della sua prospettiva; chi, come lo stregone Saruman il Bianco, affetto da una corruzione morale che lo spingerà addirittura a rivaleggiare con Sauron per il ruolo di "grande nemico" di Gondor e Rohan; e chi, come Sméagol/Gollum, da quel potere è stato logorato, nel fisico e più ancora nella mente, e ciò nonostante non è in grado di liberarsi della sua mostruosa ossessione. Non a caso proprio Gollum, ex-hobbit votato all'omicidio e alla solitudine per brama del suo "tesoro", è una tra le creature più memorabili dipinte da Tolkien, e senz'altro la più tragica.

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Le due torri: Sam, Frodo e Gollum
Viggo Mortensen Return Of King
Il ritorno del re: un'immagine di Viggo Mortensen

Dunque Il Signore degli Anelli, che da Lo Hobbit recupera certi toni picareschi e un genuino senso di meraviglia (sebbene in un contesto assai più cupo e drammatico), non perde mai di vista il "fattore umano", pur nella cornice ancestrale e fiabesca della Terra di Mezzo: che si tratti di uomini o di hobbit, di elfi o di nani, di stregoni o di categorie ulteriori, Tolkien ci restituisce puntualmente la 'verità' dei propri personaggi, e nei casi più fortunati la loro contraddittorietà, anziché ridurli a semplici pedine su una scacchiera. È una delle ragioni per cui, al di là della sua forza mitopoietica, il magnum opus del professore riesce a incantarci ad ogni lettura, a farci vivere i palpiti dei suoi protagonisti e la tensione dei loro dilemmi. E ci induce ad affezionarci oltremisura a quel mondo sull'orlo dell'abisso i cui abitanti, pur nella loro multiforme varietà, sono pronti a lottare fianco a fianco pur di non abdicare alla speranza del domani.

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