Blade Runner 2049

2017, Fantascienza

Il segreto di Blade Runner 2049: Roger Deakins, il maestro della fotografia

Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, l'atteso sequel del cult di Ridley Scott del 1982, è finalmente arrivato nelle nostre sale. Per l'occasione ne celebriamo il direttore della fotografia, il grande Roger Deakins.

Mattia Bianchini

Blade Runner 2049 è approdato anche nei cinema italiani direttamente dalle colonie extramondo e sta ottenendo responsi superlativi da parte della critica di tutto il mondo. Allora cerchiamo di andare un po' dietro le quinte di questo fenomeno e di scoprire uno dei principali artefici del grande successo: Roger Deakins, probabilmente il più grande direttore della fotografia di sempre.

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Provocazione o verità?

Si tratta ovviamente di un'affermazione forte ed anche un po' provocatoria in virtù del fatto che è impossibile confrontare epoche ed attitudini lontanissime tra di loro e stilare una classifica in un campo come quello artistico. Ma proviamo ad analizzare alcuni aspetti tecnici più nel dettaglio ed a conoscere questa figura così emblematica più da vicino.  Non c'era certo bisogno del nuovo Blade Runner per portare sotto i riflettori un uomo che calca la scena cinematografica da oltre trent'anni e che ha collezionato il record assoluto di tredici nomination all'Oscar. Si potrebbe partire proprio da questo numero per far capire la dimensione e la caratura di un direttore della fotografia che ha fatto della continuità e della qualità perenne un autentico marchio di fabbrica. Eclettico, completo e multiforme, ma al tempo stesso autoriale e riconoscibile. La sua natura lo spinge verso un amore incondizionato per la pellicola, che è riuscito a portare verso nuove frontiere di modernità, ma questo non limita in alcun modo la sua abilità anche nel sondare i limiti del digitale. Un talento visionario in grado di mescolare stili e registri, di muoversi tra il colore e il bianco e nero senza distinzione di sorta e con una padronanza stupefacente.

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Una carriera scintillante

Nel corso della carriera ha collaborato con alcuni tra i più grandi registi della sua generazione, da Scorsese a Villeneuve, passando per Mendes, Shyamalan, Howard, Zwick, Haggis e tanti altri, diventando il pupillo per eccellenza dei fratelli Coen ed elemento imprescindibile del loro cinema. Un autore vero e proprio capace di guardare al passato per esplorare sempre di più le possibilità future senza tradire mai la propria idea di concepire il mestiere. Considerato dagli addetti ai lavori un maestro della "vecchia scuola" pragmatico e funzionale, per la sua attitudine ad utilizzare e gestire personalmente una sola macchina da presa, laddove possibile chiaramente, per la sua spiccata propensione ad illuminare già tutto il possibile sul set, per la capacità di adattarsi ed improvvisare soluzioni imprevedibili nelle situazioni di set più complicate e per il ritmo proverbiale che imprime alle sue inquadrature.

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Questione di ritmo

Quest'ultima potrebbe apparire una contraddizione perché quando si parla di ritmo ci si dovrebbe riferire alle competenze di altri reparti, eppure fate caso a come in ogni suo film ci sia un bisogno di indugiare sulla singola inquadratura, di prendersi un tempo in più affinché il quadro possa essere goduto a pieno e questo non perché sia eccessivamente carico, ma perché è sempre "quello" perfetto che non ha bisogno di altro per attrarre ed affascinare. Anche i blockbuster più spettacolari e commerciali che ha fotografato si muovono con dei ritmi d'altri tempi che potrebbero apparire "lenti" ma che trovano invece nelle cadenze sincopate una poesia visiva rara.

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1982 vs 2017

Blade Runner 2049: Ryan Gosling in un momento del film

In questo senso il lavoro su Blade Runner 2049 è esemplare ed in controtendenza rispetto al capolavoro dell'82. Se in quell'occasione Jordan Cronenweth costruiva un immaginario cyberpunk futuristico, straricco di particolari, densissimo di elementi a livello di composizione dell'immagine e costantemente illuminato da luci psichedeliche in continuo movimento, qui Deakins asciuga le sue immagini fino alla loro essenza, immerge i personaggi dentro atmosfere rarefatte quasi tarkovskjane, trova nel look visivo linee minimaliste elegantissime e disegna un futuro distopico sporco, ma di una raffinatezza mozzafiato, che con l'andare avanti della narrazione, con l'aumento del ritmo e la crescita del fattore umano, si libera sempre più in una straordinaria sinfonia visiva, in cui il suo peculiare uso del giallo, del blu e del contrasto tra luce e oscurità prende la sua connotazione più viva.

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Blade Runner 2049: Ryan Gosling in una suggestiva immagine del film

L'equilibrio della coerenza

Blade Runner 2049: Ryan Gosling e Harrison Ford in una foto del film

Di bravi tecnici ne è pieno il mondo e ci sono certamente altri fenomenali direttori della fotografia che a livello di talento puro potrebbero apparire anche superiori (impossibile non pensare a Emmanuel Lubezki o ad altri giganti del passato come John Alcott o Michael Chapman), ma c'è una parola chiave che rende speciale Roger Deakins e che può essere considerata il manifesto del suo modo di fare cinema, l'equilibrio. Già, perché il cinema in fondo non è altro che un equilibrio magico e sottilissimo tra tutte le parti che lo compongono e sempre più spesso si assiste ad opere in cui l'impianto tecnico finisce per soverchiare lo stesso film diventandone l'aspetto predominante o quello più ingombrante. L'artista britannico invece sembra possedere un dono innato che lo guida verso una forma tutta sua di coerenza cinematografica. Questo non significa che riduce il suo lavoro alla banalità, tutt'altro, basti pensare per esempio allo zoom indietro attraverso la parete della cella ne Le ali della libertà, ai giochi di luce fantasmagorici di Skyfall, alle silhouette stagliate tra la luce al neon crepuscolare di Sicario o alla varietà tecnica di un film come Ave, Cesare! che omaggia il cinema in ogni sua forma e che al suo interno racchiude almeno 6 impianti fotografici diversi.

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Blade Runner 2049: Ryan Gosling in una foto del film

Questa complessità però non è mai un esercizio di stile fine a se stesso,  quanto il modo più coerente per mettersi al servizio del film, esaltando l'idea del proprio regista e di conseguenza l'anima dello storytelling. È un artista che non si bea mai della propria abilità e non tende mai a palesare in modo gratuito il virtuosismo plateale; lavora piuttosto su piccolissime finezze, molto più sofisticate e per questo ancor più preziose e di ancor più difficile lettura. Rivedendo i suoi lavori ci si rende sempre più conto della classe con la quale veste i suoi film e delle minuzie che ci incastona; pensate a gioielli come L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert FordL'uomo che non c'era o Non è un paese per vecchi, sono opere straordinarie anche al di là della loro fotografia, ma grazie a quei magnifici impianti visivi che non potrebbero essere più diversi tra di loro, raggiungono quella dimensione assoluta e acquistano il loro totale compimento. 

Tempo di Oscar?

In attesa di capire se anche quest'anno arriverà l'ennesima nomitation e finalmente anche la meritatissima e tanto agognata statuetta dorata, rimandiamo indietro la provocazione di partenza alla quale probabilmente non sarà mai possibile dare una risposta definitiva, ma con certezza possiamo affermare che c'è una grande differenza tra l'ostentazione visiva e la ricerca visiva interessante ed in questa differenza c'è tutta la meraviglia e la difficoltà di essere Roger Deakins.

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