Il cattivo poeta, la recensione: D’Annunzio tra modernità e decadenza

La recensione de Il cattivo poeta, esordio alla regia nel quale Gianluca Jodice sceglie di raccontare gli ultimi anni di Gabriele D'Annunzio.

RECENSIONE di 20/05/2021
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Il cattivo poeta: Sergio Castellitto durante una scena

"Ma cos'è questa crisi?" strimpellava nel 1933 la canzonetta di Rodolfo De Angelis, cara agli ambienti futuristi. Non è un caso allora che il suo scanzonato "perepè perepè" accompagni la scena iniziale del film (in sala dal 20 maggio) con cui Gianluca Jodice decide coraggiosamente di raccontare gli ultimi anni di Gabriele D'Annunzio tra il 1936 e il 1938, legandoli indissolubilmente alle vicende dell'Italia fascista alla vigilia dell'alleanza con la Germania di Hitler. Un'opera prima tutta in levare, monumentale nell'aspetto (come leggerete nella recensione de Il cattivo poeta) e teatrale nell'impianto, mai didascalica o oltremisura, grazie anche all'interpretazione granitica di Sergio Castellitto e a quelle sempre credibili e ben orchestrate del resto del cast. Non c'è nulla di banale nel biopic prodotto da Matteo Rovere e Andrea Paris, nulla che occhieggi a una lezione di storia o ad un'agiografia nel tentativo di riabilitare una figura condannata per decenni alla damnatio memoriae. C'è piuttosto un fine impegno filologico nel costruire i dialoghi basati sui documenti e i carteggi dell'epoca, che riportavano stralci dei discorsi del Vate.

Oltre il racconto biografico: tra rigore formale e verità storica

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Il cattivo poeta: Sergio Castellitto in una sequenza

A guidare nel suo debutto alla regia Gianluca Jodice, napoletano classe 1973 con studi di filosofia alle spalle, è un rigore formale che si manifesta a tutti i livelli: nella regia misurata e dalla precisione quasi chirurgica, nelle scelte cromatiche (dai toni color seppia all' "azzurro vitreo e cristallino" evocato da una battuta del film nelle stesse parole di D'Annunzio) che ricordano l'"eternità" del bianco e nero, nella scrittura tesa e calibrata il più possibile sulla verità storica. Prima che racconto biografico, Il cattivo poeta si rivela metafora del potere e omaggio alla libertà di parola attraverso la narrazione di un incontro: quello tra Gabriele D'Annunzio ormai infiacchito dall'esilio volontario al Vittoriale e il giovanissimo Giovanni Comini, da poco promosso federale di Brescia. Il suo mentore, Achille Starace, segretario del Partito Fascista e numero due del regime gli assegna una missione delicata: sorvegliare D'Annunzio, che da tempo dimostra ormai la sua insofferenza all'ipotesi di un'alleanza tra Mussolini e Hitler, e impedirgli qualsiasi mossa che possa danneggiare l'immagine del regime o far saltare l'asse italo-tedesco. Al Vittoriale sul Garda, dove il poeta nazionale vive rinchiuso ormai da quindici anni dopo la disillusione seguita all'impresa di Fiume ("finita, come sempre in Italia quando qualcuno fa festa, in un bagno di sangue") , il disegno politico del regime di cui Comini è solo una pedina, comincerà a scricchiolare con la progressiva presa di coscienza da parte del giovane federale (che nella realtà sarà espulso dal partito), sempre più diviso tra la fedeltà al Partito e la fascinazione per il poeta.

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Il cattivo poeta: Sergio Castellitto in un'immagine

Sono queste le vicende su cui si basa Il Cattivo poeta, fatti che si svolgono in un arco temporale che va dalla primavera del 1936 all'inverno del 1938: due anni che basteranno a Comini per mettere in dubbio l'incrollabile fede nell'ideologia fascista, e che sorprendono D'Annunzio nel suo ultimo miglio, vecchio e disincantato, lontano dall'esteta che il paese aveva imparato a conoscere negli anni giovanili, quasi una rock-star moderna.
Jodice si muove con consapevolezza nella classicità dell'opera storica e la reinventa trovando la dimensione del racconto crepuscolare impreziosito dalla luce di Daniele Ciprì; l'attenzione al dettaglio non viene mai meno, soprattutto quando si tratta di riproporre alcuni ambienti: basti pensare all'architettura fascista con le sue effigi, i mezzi busti e le gigantografie che da sole sono sufficienti a evocare l'immagine di Mussolini, onnipresente e ingombrante e per questo ridotto registicamente a poco più di una figura muta e fuggevole, inquadrata nella penombra degli spazi o appena di profilo.

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Il cattivo poeta: una scena

La scelta di girare interamente nelle stanze del Vittoriale non è un vezzo registico né solo una questione di banale aderenza al reale: è funzionale al racconto stesso nella misura in cui quel ricettacolo di resti archeologici diventa al pari degli altri, protagonista silenzioso della storia. Ogni vetrata, ogni oggetto, ogni angolo di quella scenografia naturale parla, evoca e riporta alla luce pezzi di memoria, ma è soprattutto emanazione del suo abitante.

Castellitto-D'Annunzio: un personaggio shakespeariano

Il poeta portato sullo schermo dall'interpretazione solenne di Sergio Castellitto, è un uomo fragile e disilluso: "ormai sono vecchio e i vecchi amano solo la loro sopravvivenza", dirà in uno scambio di battute con Comini, gironzolando nei giardini della sua dimora, "almeno non sono gobbo come il recanatese", si preoccupa di sottolineare poi con piglio ironico. Sostenitore del fascismo della prima ora, non si riconosce più in quelle camice nere che definisce "sordide", è ossessionato dai "topi" che vede ovunque e mal sopporta l'amicizia di Mussolini con Hitler, "un ridicolo nibelungo truccato come Charlot". Lo accompagnano i deliri della cocaina e tre figure femminili, Luisa Baccara, Lina e Emy, che ne assecondano desideri e tormenti.

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Il cattivo poeta: Sergio Castellitto in una scena

Sergio Castellitto non si lascia tentare dalla faciloneria dell'imitazione, né si fa intimidire dalla grandezza del personaggio: si rasa i capelli, entra negli abiti da "comandante" e si adagia su quel corpo facendolo proprio, poi ne restituisce la potenza e le contraddizioni da figura shakespeariana. È un lavoro a sottrarre, come del resto quello di tutti gli altri componenti del cast capaci di reinterpretare la sceneggiatura con estrema naturalezza e misura. Francesco Patanè nei panni di Comini, è la giovane rivelazione del film; dava le battute durante i provini prima che Jodice lo notasse e decidesse che sarebbe stato il perfetto controcampo di quel vecchio Nosferatu, che aveva immaginato rinchiuso nel suo castello-mausoleo. Restano sullo schermo quegli occhi "di ragazzo in guerra, di uno che la guerra però non se l'era immaginata bene".

Conclusioni

La recensione de Il cattivo poeta non può concludersi senza ribadire con convinzione l’apprezzamento per un’opera prima di indubbio spessore. Lo sguardo crepuscolare sugli ultimi anni di vita di Gabriele D’Annunzio e la scelta di metterli in relazione con le vicende dell’Italia fascista alla vigilia dell’alleanza con la Germania di Hitler, ne fanno un racconto capace di superare i confini del semplice film storico. Un biopic che deve gran parte del merito a una regia solida e rigorosa, ad una scrittura che non cede alla tentazione dell’agiografia o della semplice ricostruzione biografica, e alle straordinarie interpretazioni degli attori in scena. Sergio Castellitto è monumentale.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

3.3/5

Perché ci piace

  • Il rigore formale e filologico di un film che racconta l’inverno di un’intera nazione attraverso gli ultimi anni di vita di Gabriele D’Annunzio: un uomo solo, sfiancato, vecchio che da quindici anni vive ormai isolato al Vittoriale.
  • L’interpretazione granitica e monumentale di Sergio Castellitto, che senza mai cedere alla faciloneria dell’imitazione ,ci regala tutte le sfumature di un personaggio dai tratti shakespeariani.
  • La capacità del regista di muoversi tra i codici del film storico reinventandolo e trovando una propria personalissima cifra stilistica.

Cosa non va

  • Di tanto in tanto qualche didascalismo di troppo potrebbe, anche se per poco, rompere il ritmo del racconto.