Recensione Mucche alla riscossa (2004)

Diciamo subito il vero elemento cruciale relativo a questo film: si tratta dell'ultimo lungometraggio prodotto dalla Disney con tecniche d'animazione tradizionale. Tutto ciò che resta, relativamente a quest'ultimo prodotto del colosso americano, scivola velocemente e inevitabilmente nel dimenticatoio.

Il cartone della staffa

Diciamo subito il vero elemento cruciale relativo a questo film: Mucche alla riscossa è l'ultimo lungometraggio prodotto dalla Disney con tecniche d'animazione tradizionale. Tutto ciò che resta, relativamente a quest'ultimo prodotto del colosso americano, scivola velocemente e inevitabilmente nel dimenticatoio, dopo aver assolto il suo compito di facile intrattenimento per un pubblico rigorosamente under 10.
E' con tristezza che accogliamo la notizia della decisione della Disney di passare esclusivamente all'animazione 3D e mettere da parte decenni di esperienza, risorse umane, tradizione, per dedicarsi a un emergente settore del mondo dell'animazione. Ma è con ancora maggior delusione che vediamo questo drastico passaggio affidato a un così misero canto del cigno.

La sensazione dominante trasmessa da questo film è di totale trascuratezza ed approssimazione. I due registi Will Finn e John Sanford, qui anche autori della imbarazzante sceneggiatura, non sono certo dei veterani dell'animazione, avendo il primo un unico film all'attivo (il gradevole La strada per Eldorado) ed essendo il secondo addirittura al suo debutto, sebbene siano stati entrambi più volte presenti nel cast tecnico di lungometraggi animati Disney degli ultimi anni. I disegni sono vivacemente colorati, ma essenziali, con un tratto che porta i segni del costante impoverimento che i lavori della Major americana hanno accumulato con il passare degli anni, e sono accompagnati da un'animazione a tratti poco curata, soltanto di poco superiore alle produzioni per home video che la Disney sviluppava nei suoi studi francesi. I personaggi oscillano tra l'insopportabile e l'indifferente e non stimolano la classica simpatia da merchandising che traina le vendite di giocattoli, libri, e quanto altro solitamente viene affiancato alle grandi uscite cinematografiche del settore.
Ma è l'insipida, già vista, banale, piatta storia che segna forse il punto più basso mai registrato nelle produzioni disneiane da sempre, e che si trascina per 76 lunghi minuti tra umorismo infantile e assoluta assenza di trovate.
Unica nota positiva, le musiche del solito Alan Menken, più volte premio oscar per le sue composizioni, che, per quanto non al suo apice, danno un tono di colore e vivacità all'opera.
Anche il cast dei doppiatori appare più povero del solito e presenta, in originale, pochi nomi noti e quasi nessuno di assoluto richiamo. Spiccano giusto Steve Buscemi, Cuba Gooding Jr. e Judi Dench, e questo accresce l'impressione di poca attenzione e sforzi produttivi (nonostante i misteriosi 120 milioni di dollari spesi) rivolti a questo ultimo lavoro, quasi a voler affrettare la chiusura di un corso storico e l'inizio di una nuova strada da percorrere.

E' quindi la trama ad essere la vera nota dolente di un film che si rivolge esclusivamente ad un pubblico di bambini, ancora una volta a dispetto dei passi da gigante che tutto il mondo dell'animazione sta facendo a partire da alcuni autori giapponesi (come Hayao Miyazaki, Katsuhiro Otomo, Mamoru Oshii), fino a tutta la produzione Pixar e in parte Dreamworks, nella crescita delle storie e nella capacità di rivolgersi a diverse tipologie di spettatori. Una rivalità che la Disney dimostra di cominciare a patire, considerando che per la prima volta in un suo film appare una battuta sarcastica rivolta a una produzione a lei concorrente (lo Spirit - cavallo selvaggio della DreamWorks).
La Disney dovrebbe guardare ai prodotti dei suoi diretti concorrenti per programmare il suo futuro, cercando di capire che il punto di maggior distanza tra lei e i suoi avversari è nel cosa viene raccontato, e non dai mezzi usati per farlo: passare al 3D può risultare una strada altrettanto sbagliata, un altro vicolo cieco, se ha intenzione di restare ancorata ai suoi soliti canoni, le sue solite storie... e il suo tradizionale pubblico.

Chi scrive non ha figli, ma se ne avesse aspetterebbe sicuramente Shrek 2, Howl's Moving Castle, Shark Tale o Gli Incredibili per portarli a vedere un nuovo film d'animazione al cinema. Per il momento, farebbe in modo che si accontentassero di recuperare i classici della Disney in DVD.

Movieplayer.it

1.0/5