Ian McKellen a Roma: “Mi sarebbe piaciuto lavorare con Eduardo De Filippo”

Dal teatro shakespeariano alla nomination agli Oscar per il ruolo di Gandalf ne Il signore degli anelli. L'attore britannico si racconta al pubblico della Festa del Cinema di Roma in una lunga chiacchierata.

Parlare di se stesso lo imbarazza, non gli piace, anzi pensa di essere "la persona meno interessante del mondo", nonostante abbia accettato di raccontarsi al giovanissimo Joe Stephenson, regista del documentario McKellen: Playing the Part (presentato alla Festa del Cinema di Roma).
Ma a Ian McKellen in fondo interessa solo recitare: metà della sua vita l'ha trascorsa sui palcoscenici del teatro inglese interpretando Shakespeare, oggi è reduce dall'ultima replica del Re Lear a Londra e all'incontro con il pubblico si concede completamente regalando aneddoti, ricordi personali e condividendo momenti più significativi della propria carriera.

Ian McKellen, candidato all'Oscar per la sua interpretazione di Gandalf il Grigio

Conquista la sua seconda nomination agli Oscar nel 2002 per l'interpretazione del canuto Gandalf ne Il signore degli anelli, ruolo per cui lo ricordano soprattutto i giovanissimi, la prima era arrivata nel 1999 con il personaggio di James Whale nel memorabile Demoni e dei, un film "che segnò una svolta nella mia carriera: fu il mio primo un ruolo da protagonista in un film a Hollywood e aveva ricevuto molti consensi da parte della critica".

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Una vita tra cinema e teatro

Ian McKellen in una scena di L'allievo

Inutile dire che sul palco dell'auditorium McKellen incanta, detta ritmi e battute sfoderando l'arte che ha sposato da una vita e ne dà prova mentre scende in mezzo al pubblico o quando urla la battuta cult de Il signore degli anelli: "You shall not pass (tu non passerai)". Del set in Nuova Zelanda ricorda quella volta che chiese a Peter Jackson di dargli un'idea dell'aspetto di Sauron e Jackson gli mostrò una pallina da tennis, la mise su un palo e gli rispose: "Ecco, è questo".
Poi racconta di come Bryan Singer lo scelse per interpretare il vecchio nazista de L'allievo: "Mi aveva visto in Riccardo III e pensò di propormi quel ruolo, ma quando ci incontrammo la prima volta mi disse che ero troppo giovane per interpretarlo. Poi mi chiese se avevo visto Cold Comfort Farm di John Schlesinger, e rimasi sconvolto perché c'ero io in quel film, ma evidentemente non mi aveva riconosciuto. Quando scoprì che a fare il vecchio predicatore inglese ero io, mi disse: 'Allora riesci a sembrare vecchio!'. E così ottenni la parte".

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Ma la memoria va anche ai due provini a Cinecittà: uno per Barbarella con Jane Fonda che gli preparò uova e bacon, il secondo per il ruolo di un bandito siciliano, "ma ero troppo inglese per poterlo fare". Non fu preso per nessuno dei due e se non fosse andata così oggi "non mi avreste visto qui", perché subito dopo se ne tornò a Londra e iniziò a lavorare nei piccoli teatri con Judi Dench. "Solo allora capii che recitare riguarda la capacità di comunicare con un pubblico molto vicino". Sebbene abbia fatto anche televisione (la sitcom Vicious nel 2013) il teatro lo affascina più di qualsiasi altro linguaggio, "perché è rappresentazione dal vivo. Siamo qui in questo momento, non è domani né ieri, ma è oggi e stiamo condividendo questo momento ora. Il teatro è vita".

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Non poteva essere diversamente per uno che a tredici anni scoprì Shakespeare, diventando in seguito uno dei maggiori interpreti del suo teatro: "Mi ha sempre colpito il fatto che il più grande inglese mai vissuto non fosse né un politico, né un generale, né un capitano d'industria, ma un attore che ha scritto delle opere e che conosceva meglio di chiunque altro la natura umana, dice. Era affascinato allo stesso modo dal barista che serve al bancone e dal re seduto sul trono, Shakespeare è padre di tutti noi perché ci capiva e ci capisce. Spesso immagino che si sia allontanato per un attimo e che da un momento all'altro farà ritorno e dirà: 'Che cavolo state combinando con le mie opere?'. È ancora tra noi, le sue opere sono vive e contemporanee nonostante sino passati secoli, perché la natura umana in tutto questo tempo non è mai cambiata".

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L'incontro con De Filippo

Un ritratto in bianco e nero di Ian McKellen con spiga di grano

L'arte dell'attore? Per McKellen è "rivelare, non nascondere. Ed io con il mio lavoro rivelo una verità molto semplice: che siamo tutti capaci di fare qualunque cosa, di essere assassini, di essere crudeli e gentili, sconsiderati, saggi, di innamorarci o disinnamorarci e lo so perché sono in grado di rappresentare queste caratteristiche nei personaggi che interpreto. Tutti possiamo immaginare".
Confessa che gli sarebbe piaciuto lavorare in una compagnia come quella di Eduardo De Filippo, che conobbe a Milano dove era stato invitato da Giorgio Strehler: "Lessi un brano de La tempesta, poi lo fece Giorgio in italiano e alla fine De Filippo lo lesse in napoletano. Mi rimase nel cuore".
Il suo film preferito è Le vacanze di monsieur Hulot di Jacques Tati, perché gli ha fatto scoprire "che si potevano fare film al di fuori della mia realtà, avevo 50 anni. Tati veniva dal teatro, era un comico; è un film praticamente muto, al cinema le parole sono molto meno importanti perché quello che conta sono le immagini in movimento".

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Ian McKellen non ha figli e non ha mai pensato di averne: "Fino a 29 anni per me era persino illegale avere dei rapporti sessuali, figuriamoci avere dei figli" - dice riferendosi alla propria omosessualità ufficialmente dichiarata a 49 anni -, ero considerato un criminale e non lo avevo mai neanche ipotizzato. Avrei voluto? No, perché sono un egoista e ora è troppo tardi. Non me ne pento, anzi penso che non avere figli sia l'aspetto migliore di essere gay!", scherza.
Nella vita ammette di aver paura di tante cose: "dei politici, dei militari, della stupidità, delle pallottole. Ma quando si tratta del mio lavoro non mi fa paura nulla, posso essere me stesso e volare, perché è un mondo in cui non ci sono pericoli, né stupidità". E ai giovani attori gay suggerisce: "Smettete di mentire e dichiaratevi, è la cosa migliore che si possa fare. Io l'ho fatto tardi, ma la mia carriera da allora è migliorata perché mi sono sentito libero e più sereno".

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