House of the Dragon 3, recensione ultimo episodio: un gran finale di fuoco, sangue e follia

La battaglia di Tumbleton e la rivelazione di Rhaenyra infiammano un finale di stagione spettacolare, teso e drammatico, che mette a nudo tutte le contraddizioni dei protagonisti

Rhaenyra rivela il sogno di Aegon il Conquistatore nel finale della stagione 3

Attenzione: spoiler sul finale della terza stagione di House of the Dragon

C'è qualcosa di profondamente ironico nel modo in cui House of the Dragon 3 decide di chiudere il cerchio, affidando le sorti del suo universo a due personaggi assolutamente incapaci di leggere la realtà.

A Tumbleton, è Ulf il Bianco, ubriaco di legittimazione quasi quanto lo è di birra, a decidere le sorti di un massacro senza minimamente comprendere il potenziale distruttivo dell'arma che si ritrova tra le mani, l'enorme drago Silverwing. Ad Approdo del Re, Rhaenyra, con la corona in testa e l'armatura addosso, si presenta davanti alla folla per "ungersi" regina al di sopra dei Septon, cercando nella profezia la conferma di un potere politico che non è mai riuscita a esercitare.

In comune non hanno soltanto l'appartenenza alla dinastia Targaryen ma una convinzione: che il "sangue" serva e basti a giustificare un destino che sembra già deciso. Ma magie e profezie sono fallibili nella misura in cui lo sono le loro umane interpretazioni, ed è così che, ancora una volta, House of the Dragon inganna i suoi personaggi.

"Io sono il principe che fu promesso"

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La sovrana dei draghi vive, senza capirlo in tempo, la contraddizione più grande dell'intera stagione.
La vediamo in assetto da battaglia pur senza presidiare le porte di Tumbleton. La guerra che sta combattendo è infatti quella, a distanza, con il fratello "risorto" Aegon. Ma apparire in pubblico con la corona indossata sopra l'armatura ha anche un'altra funzione: ammonire il popolo che lei, e soltanto lei, sarà "lo scudo" dinanzi alla sciagura profetizzata dal Canto del ghiaccio e del fuoco.

Aggirato, simbolicamente e materialmente, lo scoglio religioso rappresentato dai Septon, Rhaenyra si presenta al popolo, forte del potere della sua discendenza valyriana, per essere pubblicamente riconosciuta come unica sovrana predestinata.

La consacrazione si trasforma però in uno spettacolo inquietante. Truccata e vestita in maniera irriconoscibile (un'estetica che sembra richiamare il cinema espressionista), pronuncia un discorso che appare sconcluosionato perfino alle orecchie di chi le ha aperto la strada verso il Trono di Spade. Il punto è semplice: la regina crede (a torto, noi che abbiamo visto anche Game of Thrones lo sappiamo) di essere la salvatrice predestinata in base a una profezia. Il problema è che, nel frattempo, ha smesso di osservare e comprendere la realtà dei fatti.

È il punto verso cui la serie la conduce da tre stagioni. All'inizio era possibile attribuire i suoi errori all'inesperienza, alla posizione impossibile in cui si era trovata o alla guerra che aveva ereditato. Ora è questione di poca lucidità.

Rhaenyra sembra aver smesso di prepararsi agli eventi per cominciare ad aspettarsi che siano gli eventi ad adeguarsi al destino che crede di avere. È così che la sopravvivenza di Aegon può coglierla completamente impreparata, nonostante la possibilità che il fratello sia ancora vivo fosse tutt'altro che remota. È così che il rifiuto dell'Alto Septon non diventa un problema politico da risolvere, ma un affronto da cancellare. Ed è così che la guerra finisce per essere letta sempre meno come una partita fatta di alleanze, informazioni e mosse, e sempre più come la manifestazione di una volontà superiore che, nella sua convinzione, ha già stabilito chi debba vincere.

Rhaenyra non ha più bisogno di capire il futuro: crede di averlo tra le mani. E proprio per questo smette di guardare il presente.

L'errore è strategico e si chiama (anche) Daemon

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Re Viserys amava suo fratello ma cercava sempre nuovi modi per allontanarlo dalla corte in virtù dell'influenza nefasta che sapeva avrebbe avuto sulle menti meno sagge, come quella della giovanissima primogenita. Quando, ne I tradimenti di Tumbleton, sentiamo il principe canaglia dire che "La sola qualità che il reame comprende è la forza", sappiamo già che questa volta non ci sarà nessuno a salvare Rhaenyra.

È significativo che, proprio nel momento in cui la sovrana avrebbe più bisogno di qualcuno capace di leggere la realtà dei fatti, finisca per allontanare due delle persone che meglio sanno farlo: Corlys e Mysaria. Rhaenyra rinuncia progressivamente a entrambi proprio mentre la guerra diventa più difficile da controllare, con un avversario come Ormund che invece trova nella strategia la sua massima espressione (non è casuale la sua profonda ammirazione per il Lord di Casa Velaryon).

House of the Dragon 3: la battuta di Daemon che ha svelato a Ormund l'errore di Rhaenyra (e che ci è sfuggita) House of the Dragon 3: la battuta di Daemon che ha svelato a Ormund l'errore di Rhaenyra (e che ci è sfuggita)

Al loro posto prevale la visione di Daemon, che continua a considerare la forza l'unico linguaggio realmente comprensibile al regno. Non è soltanto una questione militare: per il principe consorte il sangue valyriano, i draghi e la paura che possono incutere costituiscono una forma di legittimazione sufficiente. È una tentazione a cui Rhaenyra finisce per cedere. Perché dovrebbe ancora avere bisogno di convincere qualcuno? Perché trattare quando può imporre?

Il problema è che un drago può conquistare un regno, ma non può insegnare a governarlo. Ed è proprio a Tumbleton che questa illusione comincia a bruciare.

Tumbleton, la ribellione di Ulf (fatta ma nel modo sbagliato)

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Se Approdo del Re mostra cosa succede quando una sovrana affida a una profezia la propria idea di potere, Tumbleton mostra cosa accade quando quel potere viene consegnato a qualcuno che non ha la minima consapevolezza di ciò che significa esercitarlo.

Ulf il Bianco è, in questo senso, molto più importante di quanto non sembri. Non perché la serie abbia bisogno di trasformarlo nel personaggio complesso che non è (in questa direzione, Condal ha lavorato più su Hugh Martello rispetto al libro). La sua presenza a Tumbleton, però, porta alle estreme conseguenze pratiche una delle contraddizioni su cui si regge tutta la guerra dei Targaryen: il sangue può dare accesso al potere, ma non dice nulla sulla capacità di gestirlo.

Ulf ha (solo in parte) il sangue dell'antica Valyria, ha conquistato un drago e, con Silverwing, possiede improvvisamente una forza capace di decidere le sorti di una battaglia. Ma il passaggio da una condizione all'altra non lo rende più consapevole, gli consegna semplicemente un potere infinitamente superiore alla sua capacità di giudizio.

Ed è proprio questo a rendere più ambigua la sua "ribellione". Perché, se il modo in cui Ulf decide di "sottrarsi alla guerra" non è quello giusto (ci arriva troppo tardi), non è detto che lo sia anche la ragione per cui decide di farlo.
Nella spettacolare battaglia di Tumbleton (25 minuti di pura adrenalina), la guerra di Verdi e Neri appare per quello che è: una contesa dinastica nella quale uomini (e bambini!) vengono mandati a morire per il potere di altri. Ulf, nel suo modo rozzo e irresponsabile, rifiuta di continuare a essere una pedina.

C'è quindi un principio di disobbedienza che è persino umanamente comprensibile. Il problema è la forma con cui viene esercitata. Ulf non prende le distanze dalla guerra: la rende ancora più incontrollabile. Non rifiuta semplicemente gli ordini: mette il potere del proprio drago al servizio dei propri impulsi. E così quella che sarebbe potuta essere una ribellione finisce per trasformarsi nella forma più distruttiva di arbitrio.

La strage di Tumbleton nasce da una sproporzione su cui sia House of the Dragon che Fuoco e Sangue si reggono: il potere concesso ai Targaryen è enorme, mentre la capacità con cui lo esercitano rimane irrimediabilmente umana.

Onore a Ormund, perfido burattinaio dell'intera stagione

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In una guerra dominata dagli impulsi di uomini e draghi, Ormund Hightower è quasi un'anomalia (come lo era suo zio Otto e come in fondo lo è sempre stata Alicent in una famiglia di "folli" Targaryen). Non è moralmente migliore degli altri (è un fanatico vanitoso e tirannico che si fa scudo dei bambini di Tumbleton per spingere i Neri a non attaccare la città con i draghi!), ma è uno dei pochi in campo ad aver capito che una guerra si può vincere anche attraverso la strategia.

Tumbleton (nella serie, nel libro il personaggio trova molto meno spazio) potrebbe essere il suo capolavoro, il frutto di una strategia studiata a tavolino, che ha portato la destabilizzazione del potere regale dentro Approdo del Re, e lo scompiglio tra le truppe sul campo di battaglia.
Un piano, però, che aveva dimenticato di considerare la variabile più importante: la possibilità del minimo errore.
Non solo la disobbedienza di Ulf, ma anche la sfiducia di Gwayne e Daeron, che consegnano una delle pedine fondamentali, Corlys, ai Neri per infenuità e mancanza della stessa visione tattica.

House of the Dragon 3, recensione episodio 4: Ormund Hightower è la vera sorpresa della stagione House of the Dragon 3, recensione episodio 4: Ormund Hightower è la vera sorpresa della stagione

La morte di Ormund (uno straordinario James Norton fino alla fine) assume così un significato che va oltre la semplice perdita di un comandante. La strategia viene spazzata via dalle scelte, e dai tradimenti, di chi non ha più voluto o saputo attenersi alla trama.

Helaena vede il futuro, ma la serie non sa sempre raccontarlo?

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Le visioni collocano "Helaena la sognatrice" in una posizione completamente diversa rispetto agli altri protagonisti: mentre tutti combattono per cambiare il corso degli eventi, lei sembra sapere che alcuni sono irrimediabilmente già scritti.

Non usa questa conoscenza per conquistare il potere. Al contrario, sembra esserne schiacciata. Vede ciò che gli altri non possono vedere, ma proprio per questo comprende quanto sia inutile provare a opporsi alla trama del destino. In questo è l'opposto di Rhaenyra: entrambe sono legate alla profezia, ma mentre la regina la trasforma nella giustificazione delle proprie azioni, Helaena sembra riconoscere nella profezia il limite dell'azione stessa.

È anche ciò che rende così interessante il suo rapporto con Aegon e Aemond. Helaena sa che entrambi sono intrappolati in una guerra che li sta consumando, ma può solo avvertirli e non semplicemente salvarli. Aegon è ormai un uomo devastato dal desiderio di vendetta, verso la sovrana "usurpatrice" ma soprattutto verso il fratello che ha provato a ucciderlo.
Aemond dal canto suo è diventato prigioniero della forza distruttiva che aveva scelto di incarnare.
Helaena è la sola a sapere, grazie alle sue visioni, che nessuno dei due può davvero vincere.

Ed è qui che la storia di George R.R. Martin trova una delle sue intuizioni migliori: il personaggio che conosce il futuro è anche quello che meno di tutti desidera governarlo. Helaena vorrebbe soltanto sottrarsi a un mondo nel quale ogni scelta sembra condurre inevitabilmente verso la tragedia.

Il problema è che House of the Dragon, in una delle sue ormai innumerevoli variazioni rispetto alle pagine, non riesce sempre a trasformare questa intuizione in una costruzione drammatica altrettanto solida.

La morte di Helaena è un caso evidente. Sul piano simbolico è potentissima: la donna che tesse la trama del destino sul suo arazzo decide di uscirne, lasciando agli altri una guerra di cui conosce già l'esito. Ma proprio perché il gesto ha un peso così grande, la sua costruzione narrativa avrebbe avuto bisogno di essere più convincente. Non è un caso che in Fuoco e Sangue esistano addirittura più versioni di cosa possa aver spinto la principessa al suicidio.

La serie HBO ricostruisce il suo tormento, le sue visioni e la paura per ciò che potrebbe accadere alla piccola Jaehaera e a Maelor, che porta qui ancora in grembo. Ma il passaggio dalla consapevolezza del destino alla decisione di togliersi la vita rimane più suggerito che realmente costruito. La scena convince poco come conseguenza inevitabile del percorso del personaggio, soprattutto dopo la visione di lei in sella a Dreamfyre.

Ed è un peccato, perché Helaena ha sempre rappresentato per l'intera stagione il momento di riflessione su tutte le grandi contraddizioni: la profezia, il potere, i draghi, la guerra e l'illusione che gli uomini possano controllare una storia che forse li sta già trascinando altrove.

In questo senso, il suo incontro con Rhaenyra assume un peso ancora maggiore. Quando la definisce "orrenda", non sta semplicemente giudicando la donna che ha davanti. Sta rifiutando tutto ciò che quella donna rappresenta e che, soprattutto, rappresenterà. Rhaenyra si sente indispensabile perchè il destino si compia. Helaena ha capito, amaramente, che conoscere il destino non significa poterlo cambiare.

Conclusioni

Il finale della terza stagione funziona perché porta alle estreme conseguenze una delle contraddizioni più profonde di House of the Dragon: un potere immenso affidato a uomini e donne che rimangono, inevitabilmente, umani. A Tumbleton quel potere prende la forma di un drago nelle mani di Ulf, ad Approdo del Re diventa la convinzione di Rhaenyra che una profezia possa legittimarla, con Helaena, infine, si trasforma nella consapevolezza dolorosa che conoscere il destino non significa poterlo governare. È qui che la stagione trova la sua chiave più interessante, perché racconta una guerra per il Trono di Spade, ma anche il progressivo e inesorabile fallimento di chi crede di poter controllare una storia molto più grande. Nonostante qualche scelta narrativa meno convincente, il finale lascia il segno perché dietro il fuoco dei draghi e la spettacolarità di Tumbleton rimane l'immagine di un mondo in cui tutti credono di avere il controllo, mentre la trama continua a muoversi altrove.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
4.3/5

Perché ci piace

  • 75 minuti finalmente ben ripartiti tra le trame principali senza inutili dispersioni
  • la battaglia di Tumbleton è un perfetto equilibrio di spettacolo visivo e tensione narrativa
  • come ogni finale che si rispetti, ha fornito molte risposte agli interrogativi della stagione

Cosa non va

  • la gestione della fine di Helaena trova scarse giustificazioni sul piano narrativo a questo punto della storia
  • il ruolo che Corlys ha avuto come ostaggio resta francamente oscuro
  • l'apparizione "luminosa" di Aegon in un luogo come Harrenhal è fortemente simbolica ma quasi umoristica
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